a cura di Matteo Scali e Susanna D’Amore

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Prima parte
Seconda parte
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Nelle scorse settimane ha destato stupore e meraviglia, oltre ad un breve dibattito sui media, una lettera del Direttore della Luiss, Celli, nella quale l’autore, da padre, invitava il figlio a lasciare l’Italia, per potersi creare un futuro lavorativo (e non) libero dal sistema clientelare italiano.
La denuncia di Celli non giunge a caso, ma si è inserita in un periodo in cui in Italia si sta strutturando una profonda conflittualità generazionale tra un mondo di adulti cresciuto nel tradizionale sistema di protezione sociale italiano, attraverso il posto fisso, la certezza di una pensione e un corpus di servizi e diritti-doveri che regolavano la convivenza civile del Paese) e le giovani generazioni, sempre più escluse da tale sistema.
“La crisi del lavoro – scrive Tito Boeri su Repubblica – ha sin qui colpito quasi solo i giovani in Italia. A differenza di crisi precedenti, non c’ è stato solo il congelamento delle assunzioni, comunque diminuite del 30%. Ci sono anche stati licenziamenti massicci (tra il 10 e il 15 per cento del loro numero a inizio della crisi) tra chi aveva contratti a tempo determinato, collaborazioni a progetto o partite Iva. Accade così che oggi un disoccupato su tre ha meno di 25 anni contro uno su quattro prima dell’inizio della crisi. Siamo il paese Ocse in cui il rapporto fra il tasso di disoccupazione dei giovani e il tasso di disoccupazione complessivo è più alto (più di tre volte più alto) ed è aumentato di più dall’inizio della recessione. Significa che il rischio di perdere il lavoro è diventato ancora più concentrato sui giovani.”
La crisi sta dunque colpendo in modo mirato proprio il mondo giovanile, più debole nella strutturazione e nel consolidamento di strategie di uscita dalla precarietà, più esposto alla disoccupazione, sempre più slegato dalla corrispondenza tra alti livelli di studio e maggiori possibilità di occupazione. In particolare, dice Eurostat [Download Pdf], i giovani laureati italiani hanno minori possibilità occupazionali rispetto ai coetanei europei, a parità di titolo.
Il tasso medio di disoccupazione dei giovani europei con un basso grado di istruzione è del 19,2%: l’Italia fa meglio e si attesta sul 12,3%. I giovani che hanno ricevuto un’istruzione “secondaria e post secondaria, ma non terziaria” hanno in Italia un tasso di disoccupazione del 9,1%, identico alla media dei Ventisette. Male fa invece il nostro Paese nella fascia dei giovani con livelli di istruzione elevata: i giovani laureati hanno un tasso di disoccupazione del 9,6 %, superiore a quello dei diplomati – dato che non ha eguali negli altri Paesi dell’Ue – e di 3,9 punti percentuali sopra alla media europea (che si attesta al 5,9%).
Ciò che spaventa di più, tuttavia, è lo scarto minimo tra queste percentuali. In Germania il 23.3% dei giovani con un basso tasso di scolarizzazione sono disoccupati. La percentuale crolla al 4,2% se si parla di laureati. La differenza è di 19 punti percentuale. Questo significa che in Germania lo studio è una solida ipoteca sul proprio futuro lavorativo: più studi e minori saranno le possibilità di ritrovarti senza lavoro. In Italia la differenza tra i due estremi è di 2,5 punti percentuale. Il che significa che un giovane italiano non necessariamente vede nel sistema scolastico un modo per uscire dalla crisi, per avere un lavoro e per costruirsi un futuro. Guardando i dati di Eurostat, si potrebbe ovviamente ritrovare un analogo confronto con molti altri paesi dell’EU.
Poche settimane prima del breve ma intenso dibattito sulle difficoltà di inserimento dei giovani nel sistema Italia, avevamo iniziato in radio a sondare le opinioni e i sentimenti dei giovani italiani emigrati dal pinerolese e dalla provincia di Torino per motivi di studio o lavoro. Un panorama di persone decisamente disomogeneo, dove si incrociano storie e percorsi differenti, dove confluiscono giovani studenti in cerca di opportunità di formazione adeguate alle proprie esigenze, neolaureati in cerca di occupazione, giovani già inseriti in un contesto lavorativo ma non soddisfatti delle possibilità offerte dal Bel paese. Un mondo difficile da sondare in termini generali; ogni storia sembra delinearsi come percorso a sé, ma segnala una tendenza in larga diffusione in Italia: la crescente mobilità dei giovani italiani in ambito europeo. Un segnale per certi versi naturale vista la progressiva integrazione tra i paesi dell’UE.
Oggi un giovane italiano può facilmente spostarsi in un paese europeo per effettuare esperienze lavorative o di formazione: sono pochi gli impedimenti formali, quasi assenti le difficoltà burocratiche e decisamente buone le probabilità di trovare sbocchi occupazionali. L’Europa oggi guarda a questo fenomeno con crescente interesse, tanto da dedicarvi strumenti e risorse specifiche. E’ il caso del sito Eures, il portale della mobilità lavorativa intra-EU, che offre un servizio di incontro tra domanda ed offerta di lavoro oltre a tutte le informazioni pratiche per vivere in un determinato paese. “La mobilità del lavoro in Europa stenta a decollare, ma cresce il numero di giovani che cercano il primo impiego al di fuori dei loro paesi d’origine“, dichiara a Cafèbabel, Jimmy Jamar, responsabile per la mobilità lavorativa alla Commissione Europea. Un fenomeno che riguarda più di 1.000.000 di persone, in particolare giovani alla ricerca della prima occupazione. La mobilità all’interno dell’Europa non è quindi un fenomeno specifico che riguarda un paese in particolare, ma rappresenta un atteggiamento sempre più incoraggiato con cui gli under 35 possono guardare alla proprie prospettive verso il futuro con orizzonti più ampi.
Ogni stato tuttavia rappresenta una storia a sé e diventa quindi interessante slegarsi dall’analisi generale di come le persone si muovano all’interno dell’EU, concentrandosi sul fenomeno Italia, cercando di sondare quale sia il rimando che questi giovani offrono al paese d’origine. Quali siano le emozioni, i perché e le motivazioni profonde della loro decisione di strutturare un percorso di vita all’estero e quale futuro abbia tale percorso: se a termine o indefinito. Insomma, quale sia la strategia migratoria dei giovani italiani che si spostano all’interno dell’UE. Noi ci abbiamo provato, concentrandoci sulla Provincia di Torino e, in particolare sul pinerolese, che, con nostra sorpresa, si è rivelato essere terra di non sola immigrazione ma di consistenti flussi di emigrazione verso l’estero.
Prima di partire, un piccolo video:
La prima P: Partire perché.
Cominciamo con un dato per certi versi illuminante: questa piccola inchiesta, senza Facebook, sarebbe stata molto più lunga e faticosa. Sarebbe stato molto più difficile raggiungere i diretti interessati, intervistarli e comparare i dati. Con pochi click, invece, abbiamo potuto raggiungere molte persone e rapidamente ottenere risposte alle nostre domande. In generale internet sembra essere un elemento centrale per la vita di chi risiede all’estero soprattutto in relazione alle infinite possibilità comunicative e relazionali che offre. Internet è un collegamento perenne con il paese di origine.
“Mi tengo informato ascoltando la radio, leggendo i siti internet dei principali canali informativi e anche quelli un po’ meno conosciuti” spiega Filippo, che vive a Parigi. Il web è spesso preferito ai giornali o telegiornali italiani e molte volte il collegamento con l’Italia avviene “attraverso internet e giornali stranieri (‘le monde’, ‘new york times’, ‘times’). Mi rifiuto di comprare giornali italiani” racconta Jo, che vive in Svezia. Ma è con i social network e con servizi web come Facebook, che avviene il quotidiano e costante collegamento con gli amici e le persone care lasciate in Italia.
Ma chi sono questi giovani migranti italiani all’estero? Il Rapporto 2009 della Fondazione Migrantes [Download PDF] ci offre dei dati generali. Gli italiani all’estero sono numericamente superiori agli immigrati in Italia e si attesta su di un numero decisamente alto: 3.915.767 persone. Un numero in costante aumento sia per la partenza di nuove persone dall’Italia, sia, in misura più consistente, per crescita interna delle collettività(figli di italiani o persone che acquistano la cittadinanza per discendenza italiana). Contrariamente a quanto spesso si pensa, non si tratta di una realtà in diminuzione. Oltre 2 milioni di persone si trovano in Europa e 1,5 milioni nelle americhe. I primi tre paesi sono la Germania, l’Argentina e la Svizzera, seguiti da Francia, Brasile, Belgio, Stati Uniti, Regno Unito, Canada e Australia. Paradossalmente solo poco più della metà degli italiani residenti all’estero (57%) è effettivamente emigrata, spostandosi dall’Italia nei paesi di emigrazione dove ha poi deciso di stabilirsi definitivamente; più di un terzo, invece, è nato all’estero (36%).
E’ difficile dunque dare delle definizioni univoche e in questo caso ci limiteremo ad una panoramica su di un tipo particolare di emigranti italiani: ragazzi e ragazze laureati in Italia (con laurea triennale o specialistica), che dopo l’università hanno deciso di portare avanti il proprio percorso lavorativo all’estero. “Ho una laurea specialistica in ingegneria energetica e nucleare, e sono partito appena dopo averla conseguita” ci dice Mattia, che vive in Germania. “Vengo da Pinerolo, ho frequentato il Liceo Classico e sono laureato in Scienze Politiche (laurea specialistica in Studi Europei) all’Università degli Studi di Torino, non ho esperienze lavorative di rilievo in Italia” ribadisce Filippo. Una scelta, questa, che sembra essere molto diffusa. Non mancano però i giovani studenti che decidono di intraprendere il percorso universitario all’estero: Marco vive a Monpellier e viene da Torre Pellice, “dove ho vissuto per 20 anni. (…) Decido di abbandonare i banchi di scuola una volta finito il liceo per vivere un’esperienza formativa tra i monti. Per due anni vivo e lavoro nel centro ecumenico di Agape a Prali.” Cosa ti ha portato fuori dall’Italia? “Tutto e niente. La voglia di ritornare a studiare da un lato e la voglia di partire, cambiare radicalmente la propria vita, oltrepassare le Alpi. Forse per dimostrare che si può partire e costruire tanti nuovi rapporti altrove. Non per scappare. Un po’ per gioco, un salto nel vuoto. La voglia di scoprire un altro pezzetto di mondo.” La decisione è giunta “un po’ per caso. Ho sempre amato la Francia e ho imparato il francese quand’ero piccolo in famiglia . Quindi mi sono orientato verso quella direzione. Inoltre il costo dell’università francese è decisamente più accessibile, parliamo di iscrizioni che si aggirano intorno a 180€ all’anno, un po’ più accessibile che quella italiana.”
Non mancano le motivazioni più politiche, come ci spiega Jo, anche lei di Torre Pellice: “in Italia ho fatto quattro mesi di accademia di belle arti, poi a causa delle varie riforme, qualità e organizzazione delle lezioni ho deciso di smettere. In generale, con il nuovo governo, l’Italia non può offrirmi nulla. Nessuna opportunità né a livello lavorativo né formativo. Il nostro paese non dà opportunità ai giovani. (…) Le opportunità per qualcuno della mia età (19 anni) attualmente sono scarse, le scuole sono sovraffollate in quanto, non potendo trovare lavoro, molti decidono di studiare, anche se non realmente interessati, il che a mio parere abbassa la qualità dell’insegnamento/apprendimento. Attualmente vivo in Svezia, a Jonkoping, una città in provincia di Gotheborg. Per ora lavoro così da potermi mantenere fino a quando non avrò finito il corso di svedese (gratuito in quanto ogni immigrato in Svezia deve potersi inserire senza dover avere problemi economici). (…) Poi il prossimo anno iscrivermi all’università, non come studente estero ma come un qualsiasi studente svedese.”
Non solo il piacere della scoperta di un luogo diverso o della sfida. Non solo la ricerca di opportunità formative migliori, ma come ci conferma F. D., “una scelta nata nell’arco di pochi mesi, maturata dall’interesse di dare una svolta alla sempre più presente difficoltà nell’emergere professionalmente. Senza un Master o una raccomandazione si è tagliati spesso fuori. Stanco di far parte del mondo del lavoro made in Italy all’interno delle fabbriche del XX secolo (call-center) dove i livelli di stipendio sono nettamente più bassi rispetto agli altri paesi esteri. E c’è chi dice che siamo i migliori in Europa? A far la pizza sicuramente…“.
E poi c’è chi ha provato a lavorare in Italia e a scelto l’estero per le opportunità creative che gli offriva. Come Daniele, di Piossasco, laureato in ingegneria al Politecnico: “dopo un paio di mesi da impiegato mi sono accorto che la mia vita lavorativa non mi piaceva. Non imparavo niente e l’ambiente non era stimolante. Confrontandomi con i colleghi più anziani mi sono accorto che non avevano nulla da insegnarmi e la loro velocità mentale si era ridotta. Sembravano studenti che al ritorno dalle vacanze estive non ricordavano più niente, senza più la forza e la lucidità mentale di riattivarsi. Tanto alla fine del mese lo stipendio arrivava comunque. Questo è il risultato di un ambiente che non stimola, non insegna, non dà responsabilità. Insomma, è il risultato di un situazione che non diverte chi lavora, genera tristezza ed instaura un meccanismo per cui ci si lamenta soli e con i colleghi. Così ho capito che la mia scelta di entrare nel mondo lavorativo aziendale subito dopo la laurea non era stata corretta e mi sono attivato per cercare qualcosa di più “creativo”. Ho iniziato a ricercare qualcosa in ambiente accademico. Ho valutato anche le possibilità in Italia, ma le ho scartate quasi subito sia per lo scarso impatto internazionale di questi ultimi anni, sia per lo stipendio insufficiente per condurre una vita indipendente dai genitori. Così ho fatto concorsi per progetti di dottorato in università estere dove gli stipendi sono adeguati al costo della vita e dove la ricerca ha un certo impatto. Avevo in mano quattro opportunità: Londra, Barcellona, Zurigo e Delft (Olanda). Ho riflettuto molti giorni e molte notti. Ho provato a parlarne ai miei familiari ed hai miei amici ma la decisione vera la si prende soli. Ricordo che mi sono preso una settimana di ferie e mi sono rifugiato in montagna e là ho capito che era giusto provare. Era bello aprire una porta in un mondo che sarebbe stato diverso per cultura, gente, rapporti interpersonali, modo di lavorare. Andarsene lontano per me era un tentativo di scacciare la noia, la mancanza di prospettive “intellettuali”. Ora faccio il dottorato di ricerca all’Università di Delft in Olanda. Questo significa che studio e lavoro all’Università“.
Chi sono, cosa fanno e quali sono i perché di questi giovani che scelgono l’Europa o l’America come meta del proprio futuro, come luogo dove realizzare un percorso lavorativo soddisfacente e in linea con le proprie aspettative?
La seconda P: Percorsi e percezioni
Una migrazione complessa e particolare: giovani qualificati alla ricerca di un’occupazione soddisfacente o giovani studenti alla ricerca di una formazione universitaria all’estero. Si migra per studio o per un buon lavoro. Forse anche per via di questi elementi, molti sembrano aver difficoltà a percepirsi come migranti, nel senso attribuito comunemente alla parola in Italia. E. ci scrive: “siamo emigranti di lusso nel senso che viviamo nell’agio, non abbiamo affrontato viaggi della speranza e non lottiamo ogni giorno per un pezzo di pane. Frequentiamo molti altri immigrati e tra i tedeschi a causa del nostro lavoro abbiamo principalmente frequentazioni con persone ad alta scolarizzazione il che rende più facile l’integrazione perché diminuisce il sospetto e la diffidenza. Nonostante a livello lavorativo abbia fatto un percorso comune a molti immigrati: tata-colf e poi call-center non posso dire di essere mai stata veramente discriminata. Sicuramente i tedeschi sono un popolo un po’ “freddo” e con un tipo di socialità molto diverso dalla nostra ma non ho mai incontrato ostilità. Il fatto di essere europea aiuta perché se fossi turca la cosa sarebbe diversa. In generale non credo che i tedeschi siano più tolleranti degli italiani ma sanno di avere uno stato alle spalle che li tutela e questo li fa sentire meno minacciati dalla presenza di stranieri che essendo tutelati a loro volta vivono situazioni di disagio gestite in modo decisamente diverso che da noi. Lo straniero non è più amato ma decisamente più tollerato e tutelato così come è tutelato il cittadino autoctono. Certo non mancano gli stereotipi legati agli italiani: essendo che la prima immigrazione che i tedeschi hanno conosciuto dall’Italia era prevalentemente composta da italiani del sud a bassa scolarizzazione c’è un po’ l’idea che l’italiano sia bravo e simpatico ma non possa fare più del pizzaiolo o del cameriere. Insomma l’italiano non è visto come un individuo particolarmente dotato ed intelligente: starà a noi far cambiare loro opinione!“. “Premetto che non mi sento un emigrante,” dice Filippo “visto che la mia «migrazione» è avvenuta in un contesto privilegiato e che, dopo tutto, mi sono spostato in un Paese raggiungibile a poche ore di treno da Pinerolo. Sono trattato come chiunque altro (anzi meglio di molti altri)“.
Allo stesso modo Mattia: “sono un emigrante comunitario con una laurea, non mi metto certo a confronto con chi attraversa il mare su un barcone, io non ho vissuto quel genere di traumi, ci mancherebbe!!! Non ho la pelle di un altro colore, non sono di religione islamica ecc ecc ecc… (…) Non ho mai avuto la sensazione di ricevere un trattamento diverso dagli altri in virtù del fatto che non sono tedesco. Comunque, so per certo che se fossi turco non sarebbe la stessa cosa.” E ancora Daniele: “di certo il mio status di immigrato è molto diverso da coloro che sono spinti a espatriare per conquistare un futuro dignitoso. Essendo bianco, europeo, laureato, e lavorando in una istituzione internazionale sono mediamente apprezzato e trattato bene. Ciononostante devo rispettare le regole di questo paese. A parte i discorsi generali, sento di essere straniero solo nelle piccole cose, come il cibo e la modalità di rapporto con le persone“.
Non manca però chi sottolinea le difficoltà di uno spostamento all’estero, seppur in un paese contiguo come la Francia. Alice è di Torino, laureata in storia contemporanea, specializzazione in storia del lavoro. E’ andata via dall’Italia per aver “la possibilità di fare ricerca, retribuita, e di accrescere la mia formazione. Avevo delle opportunità, cambiando settore professionale. Ho ottenuto delle proposte dalla Francia che in Italia non avevo avuto, né avrei potuto avere.”
Un rapporto complesso, dunque, con la propria vicenda migratoria, come d’altro canto è facile aspettarsi. Non si tratta semplicemente di lasciare il posto in cui si è cresciuti, di spostarsi per cercare lavoro. Le migrazioni lavorative sono sempre avvenute e sempre avverranno. Quello che merita attenzione in Italia è tuttavia la qualità di questa migrazione. Siamo infatti abituati a pensare ai flussi migratori come a fenomeni dettati dalla povertà, dall’indigenza, dalla fuga da un luogo che non offre prospettive, verso un altro che viene percepito come “migliore”. In questo caso siamo di fronte ad un fenomeno che, pur non nuovo, in questi anni sta assumendo dimensioni e qualità da indagare. Non tanto perché sia un fatto negativo o positivo che tanti giovani vadano all’estero per spendere le competenze acquisite in Italia.
Il punto è quale rapporto continua ad esistere tra queste persone e il paese d’origine. È una realtà che dovrebbe interessare sia chi amministra il territorio, sia chi gestisce le agenzie formative del territorio, sia chiunque abbia interesse per il proprio paese, regione, comune. Il punto è che al di là di generici appelli al “non partire”, al “ritornare”, al “ripensarci”, non ci troviamo di fronte a delle risposte certe, chiare e univoche alle domande poste da chi parte. L’Italia non ha all’attivo alcun ragionamento su questo fenomeno, e su come comportarsi nei suoi confronti. Lo ripetiamo: non è di per sé negativo che giovani italiani si trasferiscano all’estero per lavorare, studiare, fare esperienza. Il punto sono i perché: se i perché corrispondono alle parole “fuga”, “non prospettiva”, “sistema clientelare”, ecc, allora per il sistema Italia, questo rappresenta un problema. L’Europa incentiva la mobilità lavorativa delle persone tra i diversi stati membri. Una mobilità guidata da molte prospettive. L’Italia incentiva la fuga, il ritorno senza prospettive, attraverso una non-politica che potremmo definire “della schiumarola”: formare per trattenere come in un mestolo bucato.
La terza P: Politica e partecipazione
Un aspetto che dice molto sulla relazione che le persone hanno con il paese d’origine, è il livello di partecipazione al dibattito politico e sociale che lì vi si sviluppa. Attraverso di essa si può avere una cartina tornasole del coinvolgimento che si ha nei confronti del proprio paese e dell’interesse che esso suscita. L’Italia negli ultimi anni non sta offrendo uno spettacolo internazionale di cui andare fieri. Il dibattito politico è ancorato su discussioni fini a se stesse, incagliato tra parole chiave che pretendono di riassumere idee e concetti complessi; il più delle volte galleggia intorno a questioni che si ha difficoltà a definire politiche.
Il deterioramento dell’immagine dell’Italia in Europa è uno degli elementi ricorrenti nelle parole degli italiani all’estero che abbiamo interpellato. “Venezia e’ bella, ma non ci vivrei“. Questo il binomio proposto da Mattia, che riassume gli atteggiamenti prevalenti verso il Bel paese. Da un lato un’Italia vista come meta delle vacanze, paese folkloristico, bello e interessante dal punto di vista culturale e culinario. Dall’altro un paese incapace di gestirsi, politicamente imbarazzante, recidivo “nello scegliere la classe politica: sbagliare è umano ma perseverare è diabolico“, come dice E..
“L’Italia è vista nelle partite dei mondiali, diversamente è vista come il paese dell’assurdo dove ci si domanda perché si continuino ad eleggere dei personaggi goliardici, buoni per il cabaret, forse nemmeno, alla guida del governo. Quindi è meglio parlare di calcio con la gente, onde evitare di far figuracce in altri ambiti” è il pensiero di F.D. che abita in un paese del Nord Europa. Ma non è solo nei paesi sassoni o scandinavi che si sommano le critiche al nostro paese. Luisa vive a Lisbona dove lavora come direttrice di una ONG giovanile. In quel contesto l’Italia è vista come “pizza, mafia e pasta. (…) ma anche Firenze, Venezia, Roma, la Sicilia…l’architettura e i grandi artisti, questo è quanto il “medio” dice al primo approccio. Poi sbattono subito in faccia l’infamia… Berlusconi, i giri loschi, gli scandali, qui se ne parla apertamente, quindi non deve stupire che se ne parli e dell’enfasi con cui si sottolineano certi fatti che altrove sarebbero deplorevoli, ma che in Italia passano, non si sa come, e la gente vota…non si sa come“.
Un binomio italiani brava gente/sistema politico indecente che ritroviamo in tutte le testimonianze. Dalla Francia alla Germania, dal Portogallo alla Svezia, ovunque il rimando che si ottiene da questo osservatorio privilegiato costituito dagli italiani all’estero, riferisce di un’immagine dell’Italia a doppio binario e della frustrazione del dover spiegare l’assurdità dell’attualità politica e sociale italiana. Daniele ha un’opinione chiara su questo tema: “L’Italia è un paese per vecchi. Purtroppo per soli vecchi. Noi giovani non abbiamo le condizioni economiche e sociali per crescere.
Nelle migliori famiglie i padri parlano dell’importanza di avere senso di responsabilità, sia nel privato che nel civile, aiutano a crescere, a maturare, parlano dell’importanza di essere informati. D’altro canto si dimenticano di una cosa fondamentale: in Italia per un 20-30enne e’ difficile avere un spazio e fiducia per esercitare la responsabilità. La società continua ad essere guidata dai nostri padri o addirittura dai nostri nonni. Nelle scuole, nelle aziende, nella politica, nelle istituzioni, nella società civile. Noi non ci siamo, siamo assenti. D’altro canto la nostra parola spaventa i nostri padri perché è di cambiamento. Perché parla di temi attuali, di libertà di informazione, di giustizia, di progresso, di tecnologia. I nostri padri credono di vivere gli anni ‘70 e si sentono ancora i giovani che devono esprimere qualcosa, che devono costruire, proporre, cambiare… Ma sono passati 40 anni… e chi oggi ha 40 anni è ancora un bebè”.
Questo tuttavia non sembra portare nelle persone intervistate ad una minore informazione sull’attualità italiana, sulla politica, sulla società. La volontà di partecipare a distanza, anche solo empaticamente attraverso l’acquisto di giornali, la ricerca di notizie sul web, il confronto tra diverse fonti informative, rimane alta. I giovani che abbiamo sentito sembrano procedere anch’essi su due binari: da un lato la critica al sistema Italia e alla sua deriva, dall’altro la volontà di partecipare al dibattito politico attraverso le forme di partecipazione offerte dal web. Social network, siti di informazione mainstream o no: c’è di tutto nel panorama informativo di questi giovani italiani all’estero. “Cerco di tenermi informato su quel che succede in Italia attraverso i quotidiani e i loro siti internet e mi piace molto seguire quello che i giornali esteri scrivono sul Bel Paese attraverso il sito Italiadallestero” dice Marco.
Particolare interesse desta il confronto tra i sistemi informativi dei vari paesi. Anche in questo caso il confronto proposto è impietoso: molti lamentano una stampa italiana non in grado di svolgere il suo ruolo. Molti, ad esempio, rifiutano di informarsi attraverso giornali italiani e preferiscono riferirsi solo alla stampa estera. Giovani informati, preparati e competenti sull’attualità italiana; giovani che, pur impegnati in un percorso migratorio all’estero, non perdono lo sguardo sul paese natale e continuano ad avere con esso una sorta di rapporto empatico.
La quarta P: Profili
Migrare è sempre un’esperienza non facile. Quali che siano le motivazioni o i perché, il percorso che intraprendi ti pone di fronte a stimoli e difficoltà. “Il senso di solitudine che a volte ti pervade. Ci sono giorni in cui vorresti mollare tutto e tornare indietro solo per prendere un caffè con un’amica-amico, con tua sorella o con tua madre. Poi capisci che è stupido e ci ripensi ma a volte è dura. Mancano i legami forti, alcuni affetti che hai da 25 anni è difficile ricrearseli o sostituirli. I legami deboli non mancano ma quelli forti sono difficili da creare. Mancano la famiglia e gli amici di sempre. (…) La lingua è stato un grosso problema all’inizio ma ora non lo è quasi più. Il punto è che non sei più del tutto italiano, perlomeno nei modi e nelle abitudini perché ti adegui spesso volentieri al paese in cui vivi, ma non sarai mai tedesco. La domanda: sto facendo la cosa giusta, voglio stare qui per sempre, fare dei progetti ti prende e difficilmente ti lascia” racconta E..
F.D. parla delle piccole cose che alla lunga mancano: “La mancanza dell’estate e di quelle temperature che ti permettono di assaporare il sapore di un pasto e il gusto di un vino in un dehors, il bel tempo è una cosa a cui ci si abitua, lo si da per scontato, ma quando manca si fa sentire. (…) In generale mi mancano i ristoranti e pizzerie e gastronomie italiane. La cucina. Non c’è paragone. Andando nello specifico mi mancano le strutture e aree da concerto, i festival all’aperto, gli eventi musicali pubblici, ci sono troppi spazi chiusi e spesso piccoli“. E poi ci sono quelle piccole, “tutte le prelibatezza di casa: prosciutti e formaggi, ravioli e frutta. Il cibo è la cosa materiale che più ricordo con nostalgia” conclude Daniele.
Questione di gusti, sapori, geografia, anche se l’aspetto più problematico sembra essere quello delle relazioni: “bisogna ricostruire tutta una rete di conoscenze e amicizie, bisogna adeguarsi alla lingua e alla cultura e a tutta la burocrazia francese che è molta” riferisce Marco. Luisa aggiunge un elenco molto eterogeneo di cose che non ha trovato in Portogallo: “la buona gastronomia, la gente che ha voglia di chiacchierare, la simpatia, la solidarietà, i ritardi delle persone, i rapporti “umani”, le difficoltà nel trovare lavoro“. Per altri gli unici problemi derivano dalla scarsa formazione e familiarità con la lingua inglese: “innanzi tutto la lingua. oltrepassato il problema linguistico non ci sono problemi, e anche quello non è cosi sentito, in quanto in Svezia tutti parlano inglese: dalle statistiche, un bambino di 8 anni qui ha lo stesso livello di inglese di un ragazzo di 3 liceo da noi” dice Jo.
Daniele aggiunge che la maggiore difficoltà per lui è “costruirsi una vita sociale fatta di persone che ti sono amiche e con le quali condividere gioe e dolori. Per crearsi una rete di amicizie bisogna dedicare del tempo: è fondamentale costringersi ad uscire di casa per incontrare persone. Le conversazioni iniziano con un “come ti chiami” e “ da dove vieni”. Per arrivare ad essere amici veri, immaginate quanto ci voglia. Ho legato prevalentemente con stranieri. E’ più facile fare amicizia con persone che si devono costruire una vita sociale. Sono tendenzialmente quelle che si ricordano di più di te perché vivono la tua stessa situazione“. E ancora: “ciò che spiazza maggiormente un olandese è il carattere passionale dell’italiano. Rimane incantato o disgustato dall’imprevedibilità che ci caratterizza“.
La quinta P: Paesi d’origine e d’arrivo
Cercar di conoscere i percorsi di chi abita all’estero, vuol dire confrontarsi con sistemi di organizzazione della vita molto diversi dai nostri. Vuol dire cercare di capire i perché di una scelta che ti porta lontano da casa. Quali altre motivazioni, oltre al lavoro o allo studio, rendono ancorati al paese ospite. Perché alla domanda “se potessi, torneresti?“, la risposta che spesso ci è stata rivolta è “non credo“?.
Sgombriamo subito il campo da illusioni: molte risposte dubbiose o negative alla domanda sul ritorno in Italia, derivano da dati oggettivi di realtà: anche nella migliore delle ipotesi, nessuno degli intervistati è convinto che troverebbe qui da noi analoghi livelli di inquadramento lavorativo o formativo, di stipendio e di prospettive future di vita. Ma quali altre questioni sono sottese a questa scelta? Cosa trovano i giovani emigranti italiani in Europa?
Comincia a risponderci Mattia: “non so se morirò in Germania. Non so neanche se crescerò i miei figli in Germania, o se li voglio crescere lontano dai nonni, o da stranieri. Come dice il mio collega: italiano non lo sono più, ma tedesco non lo sarò mai. Al momento resto perché è molto più facile costruire una famiglia qui che in Italia, anche se non abbiamo le famiglie su cui appoggiarci, anche se siamo in terra straniera. Le condizioni economiche, e soprattutto sociali, non sono assolutamente paragonabili! Se avessi un figlio mi aumenterebbe lo stipendio perché diminuirebbero le tasse sul lordo, il servizio medico non ha paragoni, solo nella città di Ismaning (fra casa mia ed il mio lavoro, 40.000 abitanti) ci sono otto asili nido e ne apriranno altri, ho l’asilo nido aziendale; un bambino in Germania riceve dallo stato 154 euro/mese fino al 18 anno di età (25 se studia). E il governo (di destra) ha detto di voler incentivare lo stato sociale.”
Ma non è un caso isolato. Ad esempio Jo, parlando della Svezia, scrive di essere “trattata come un individuo che con il suo arrivo porta aiuto economico e aiuta il paese ad aprirsi maggiormente ad altre culture, diventando così non un singolo paese ma mondo. Io pago le tasse, ho un permesso di soggiorno (ottenuto 13 giorni dopo l’avvio delle pratiche), assistenza sanitaria e se vengo licenziata posso richiedere un aiuto da parte dell’ente sociale. Ovviamente se infrango la legge sono punita esattamente come un qualsiasi cittadino. Qui la legge è davvero uguale per tutti“.
Non si tratta, ovviamente, di produrre un elenco impietoso di miserie all’italiana, che sarebbe un discorso fine a se stesso. Il punto non è solo un mero conteggio delle diversità dei modelli di organizzazione della società: che esistano sistemi di welfare molto più solidi e robusti di quello italiano è un dato di fatto che non si scopre oggi. Il ragionamento di molti degli intervistati riguarda però le conseguenze di quella organizzazione: possibilità di guardare serenamente al futuro, di pensare di costruirsi una famiglia, di essere consapevoli che la perdita del lavoro non rappresenti la fine di tutto o l’immissione in un circuito di precarietà selvaggia, ma sia sostenuta e tutelata dallo Stato. Discorsi molto differenti da quelli dei giovani coetanei italiani, che sempre più spesso lamentano la frustrazione dell’assenza di prospettive certe, di politiche strutturali per la famiglia, di sistemi di protezione sociale.
E’ bene ricordare come non si stia parlando di luoghi perfetti, senza difetti o esenti da critiche. E. scrive: “al momento non adoro il mio lavoro, sono precaria ed ho avuto un percorso lavorativo non sempre edificante e che mi ha costretto a rinunciare per ora alla mia professionalità ma sono fiduciosa per il futuro anche perché il mio tedesco migliora costantemente e questo gioca a mio favore. Se non altro posso permettermi di rimanere disoccupata sei mesi senza morire di fame! Non si può avere tutto. Al momento ho fatto una scelta che privilegia la mia vita privata e la porterò avanti per realizzare i mie obiettivi; poi in futuro spero di avere qualche soddisfazione in più dalla vita professionale o se non altro un contratto indeterminato. Certo nulla colma o colmerà mai la mancanza degli affetti: quella resta per sempre, però forse è meglio vivere bene anche se lontani piuttosto che vicini ed in difficoltà“.
Le difficoltà esistono in ogni luogo. Ciò che sembra fare la differenza tuttavia è l’ampiezza dell’orizzonte attraverso il quale si guarda il futuro. Orizzonte ben diverso da quello che si può ammirare in Italia. Per spiegare la complessità di questi percorsi migratori, ci viene incontro Alice, che da Parigi scrive: “Mi sento emigrante in tutta la complessità del termine. Ci sono aspetti molto positivi, e sono quelli della scoperta e del beneficio di una società migliore, ci sono aspetti più negativi, soprattutto la solitudine, la mancanza di una rete che negli anni si era consolidata. Sono trattata con profondo rispetto, in ambito lavorativo ho un riconoscimento in cui non speravo alla partenza“.
Queste differenze tuttavia non hanno mutato nella maggior parte degli italiani all’estero che abbiamo contattato, la visione dell’Italia e del luogo da cui sono partiti. “Considerando che il paese non è cambiato, per quanto mi sforzi, non posso cambiarne il mio giudizio” afferma F.D.. E’ un sentimento condiviso da molti: “sono passato da una consapevolezza qualitativa (ci sono delle differenze) ad una quantitativa (quanto siamo diversi)” afferma Mattia. In generale la lontananza serve a rimarcare e consolidare un’idea di paese già fortemente radicata nella persona, per nulla romantica, decisamente disillusa: “me ne sono andata abbastanza disillusa e guardo all’Italia con un po’ di rimpianto: avrei preferito fare lì il mestiere che ho ora qui“.
Da Filippo l’Italia è percepita come “Un Paese «vecchio» sotto tutti i punti di vista (economicamente, culturalmente e ovviamente dal punto di vista anagrafico). L’attuale classe politica è il sintomo più evidente (e non la causa) di questa vecchiaia. (…) L’avere un metro di paragone e una certa distanza hanno permesso di cambiare alcune delle mie idee. Però, dopo un certo periodo si smette di comparare il luogo di origine e quello in cui si vive, li si considera come due cose separate“.
Se esiste una certa freddezza verso il sistema Italia, ben altre parole sono spese per il luogo da cui si proviene, il tesoro degli affetti, il nido rappresentato dalla propria città o dal paese in cui si è cresciuti. “Penso al pinerolese come ad un posto a cui sono molto legata perché ci ho lasciato molti affetti e molti ricordi. Lì ci sono la mia famiglia ed i miei amici, tutto il mio passato e me lo porterò dentro per sempre” dice E.. Marco ribadisce: “è la culla, la casa e le origini. Mi piace tornarci e mi piace ripartire, ora come ora non ho voglia di pensare di tornarci in modo stabile e definitivo. Ho voglia di vedere cosa succede altrove ma ritengo fondamentale mantenere i rapporti in vita, nutrirli, anche se da lontano è più complesso. Ma ammetto che ogni volta che vedo le nostre montagne mi chiedo perché sono andato a vivere a otto km dalle onde del mare“.
Non mancano ovviamente le critiche. “Penso ad una terra con un buon numero di persone dalla mentalità forse un po’ limitata al proprio territorio e alle proprie piccole abitudini, con interessi da classe media e che nella propria “normalità” vive bene, senza strafare negli eccessi né positivi né negativi. Parlo per esperienza pensando a molti amici che sono adesso nella fascia dei trent’anni e che si sono “assestati” al loro lavoro, all’andare al cinema una volta al mese, all’avere la loro macchina e fare un giro sotto i portici alla domenica pomeriggio e fare la classica settimana di ferie in un posto tipo costa brava in estate quando ci vanno tutti. Lo so che è una critica pessima, ma sono sempre di più quelli che si lamentano di questo tran-tran e allo stesso tempo non si sforzano per avere la minima idea “diversa” o “originale” che si scosti da quella “media”, così non ci si prende grandi soddisfazioni ma neanche si rischia di essere tanto criticati“. dice Luisa, e F.D. aggiunge “percepisco la saggezza del tempo tramandata di generazione in generazione con le nostre tradizioni locali, ma percepisco allo stesso tempo la difficoltà a farne convivere il presente dei giovani di oggi che forse meritano un po’ più di fiducia per le attività che negli anni hanno creato a livello sociale. Sarebbe bello ci fosse più affiatamento e meno chiusura“. E poi Daniele: “E’ una realtà che si sta allontanando. Mantengo alcuni rapporti con le persone che ci vivono ma non sono assolutamente informato su che cosa stia accadendo in questo momento. So di certo che è una realtà viva, fatta di persone che si muovono, si interrogano e resistono alla tradizione benpensante e sinistroide che ha sempre caratterizzato il territorio“.
Vivere in un paese straniero, insomma, incide profondamente sul senso della realtà proprio di ognuno. Se è vero che ogni storia è personale, è anche vero che quando la migrazione risulta essere una scelta obbligata per poter avere un lavoro adeguato ai propri livelli di studio o ai propri interessi, il peso di tale scelta sembra essere talvolta molto pesante. Ciò non toglie che le persone intervistate abbiano le idee molto chiare sul loro prossimo futuro.
“Torneresti oggi e se tornassi, riusciresti a mantenere quello che stai facendo, il tuo tenore di vita o la tua occupazione?”
Filippo: “Sicuramente no“.
Marco: “Ora come ora non tornerei. Forse un giorno, in realtà cerco di vivere il presente. Credo che non riuscirei a mantenere ciò che sto facendo e il mio tenore di vita, dovrei nuovamente ricostruire tanti rapporti“.
Luisa: “Sinceramente in questo momento non ho intenzione di tornate perché sto realizzando qui molti progetti e per ora anche il mio “progetto di vita” è qui“.
Alice: “Non tornerei perché non potrei fare il lavoro che faccio né avere la formazione che ho. Mi sembra altresì difficile un ritorno nel futuro, mantenendo se non il tenore di vita, almeno la mia occupazione“.
Jo: “Non tornerei, anzi, non tornerò per ancora un bel po’, proprio perché se tornassi non potrei vivere come vivo qua. Le università sono gratuite e ci sono sovvenzioni per incentivare i giovani a studiare“.
F.D.: “Non tornerei oggi, non so se tornerei domani, forse riuscirei a fare ciò che sto facendo ma il tenore di vita sarebbe inferiore“.
Daniele: “Non riuscirei a mantenere la stessa tipologia di lavoro. Le università italiane non offrono le stessi opportunità. Di sicuro, però, riuscirei a trovare un lavoro ben remunerato a costo di tanta noia“.
E.: “Al momento questa è la soluzione migliore e sicuramente non posso dire di stare male!”
Mattia: “Perché tornare oggi in Italia e ricominciare tutto da capo?“.
Come non tenerne conto?





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