Emergency:la testimonianza di Michela Paschetto, cooperante di ritorno dall’Afghanistan

Ai nostri microfoni parla Michela Paschetto, infermiera cooperante di Emergency originaria di Prarostino (To). Un’occasione per approfondire insieme i pensieri profondi che toccano e muovono chi sceglie di andare nelle zone di guerra a curare le vittime dei conflitti. Michela operava a Lashkar Gah, la capitale della provincia dell’Helmand nell’ospedale di Emergency chiuso il 10 aprile scorso dalla forze di sicurezza Afghane, quando furono arrestati i suoi colleghi Matteo Pagani, Marco Garatti e Matteo Dall’Aira.

lashkar-gahAscolta l’intervista a Michela Paschetto

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Michela è partita lo scorso ottobre per l’Afghanistan e nel suo lungo racconto ci parla della giornata tipo in un’ospedale di Emergency oltre a dirci come è cambiata dopo questa esperienza.”Ripartirò presto perchè diventa necessario dopo la prima volta. Ho voglia di partire e vedere mondi diversi perchè è un’esperienza che ti cambia prospettiva“.

Nel paese asiatico Emergency “ha anche un ruolo di testimone e da sempre pubblica sul sito le storie dei suoi pazienti. Anche da Lashkar Gah cercavamo di raccontare quello che stava succedendo. Questo ha fatto scalpore perchè da laggiù informazioni non ne arrivano. Ci sono pochi giornalisti e possono andare nelle zone di guerra solo se accompagnati dai militari“.

L’arresto dei tre cooperanti è stato vissuto con “grande stupore. La popolazione di Lashkar Gah ci vuole bene. Noi ci muovevamo da casa all’ospedale tutti i giorni senza guardie armate e avrebbero potuto farci quello che volevano. In sei mesi non ho mai avuto una sensazione di insicurezza. Quando sono stati prelevati Matteo, Marco e Matteo, noi non sapevamo niente, continuavamo a chiamarli e non ci rispondevano. Sono passare alcune ore prima che capissimo dove fossero finiti.”

Ora l’ospedale è chiuso e Michela ci spiega che “un ospedale vuoto in Afghanistan, in quella provincia, vuol dire tante persone che muoiono. Per i pazienti con grandi traumi non c’è nulla. L’unica possibilità che hanno per curarsi è andare a Kabul o in Pakistan, il che presuppone 2-3 giorni di viaggio. Tutti i giorni faccio mentalmente il calcolo delle persone che sono morte dalla chiusura dell’ospedale. E sono veramente tante“.

La solidarietà dall’Italia è stata fondamentale. “Ci rincuorava vedere la forte solidarietà della gente in Italia che è servita molto a noi che eravamo lì e ai tre arrestati. Ci sono state mobilitazioni anche in Afghanistan per chiedere la liberazione. Tutto è partito dal Panshir dove c’è il primo ospedale aperto da Emergency. Nonostante le strade sterrate ed impervie in pochi giorni hanno raccolto 10.000 firme. C’è gente che ha camminato per tre giorni per venire a firmare. Anche a Kabul molta gente si è mobilitata. A Lashkar Gah meno, perchè è una zona dove il terrore la fà da padrone e schierarsi per la popolazione sarebbe stato stupido“.

Vedi anche il nostro speciale durante i giorni di prigionia dei cooperanti di Emergency.

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Un commento

  1. frentz | Pubblicato 6 giugno 2010 alle 18:25 | Permalink

    Questo racconto vale -a mio avviso- molto più che una sfilata di lustrini e velette per le strade della capitale.

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