Puntata 40 della trasmissione, 17 luglio 2011
Fare medicina in Africa è possibile? Sono possibili interventi che vadano oltre l’emergenza? Che medicina portiamo in Africa? Si può veramente incidere? Sta cambiando qualcosa? Ve lo raccontiamo a partire dal nostro ospedale della Sierra Leone, giovedì 21 alle 21 allo “Stranamore” di Pinerolo, Via Bignone 89.
Sommario
Tiriamo le fila del discorso fatto fino a qui sulle presenze militari straniere in un paese come l’Afganistan e apriamo una pausa, ci spostiamo di continente, sbarcando sulle bianche spiagge della Sierra Leone. Come detto in introduzione, apriamo in questa puntata un discorso che riprenderemo in futuro sul senso degli interventi umanitari nel continente africano. Ascoltiamo anche l’intervista ad un anestesista che ha lavorato per Emergency nell’ospedale di Goderich, Freetown, Sierra Leone, il dott. Livio Carmino.
Apriamo questa parentesi sull’Africa per presentarvi in anteprima la serata di giovedì 21, allo Stranamore, a Pinerolo, proprio su questi temi.
Come abbiamo documentato nelle scorse puntate, in Afganistan a causa della guerra ci sono quasi 200 mila stranieri, di cui la metà sono soldati americani, 30 mila sono soldati di altre nazioni ed il resto lavora o per la logistica o in cosiddetti interventi di ricostruzione o, più frequentemente, come guardia armata. Almeno 50 mila afgani lavorano alle loro dirette dipendenze, e molti altri ancora in modo indiretto. I risultati di questa situazione, come abbiamo visto, sono molte, ne elenchiamo qualcuna
primo: un’enorme quantità di gente che gira armata, con o senza divisa
secondo: un’enorme quantità di soldi, che alimentano giri di corruzione
terzo: le poche energie economiche del paese sono integralmente impegnate nel sostenere la guerra, nel supporto agli eserciti, e non a costruire la pace
quarto: in pratica tutti gli afgani dotati di istruzione lavorano alle dipendenze degli stranieri, non lasciando più nessuna risorsa a sanità, educazione, pubblica amministrazione
In sostanza, si può dire che la presenza militare straniera, anche a voler ignorare i danni che la guerra produce già per conto suo, amplifica questi danni e sostanzialmente rende servo tutto il territorio, le relazioni economiche, i rapporti sociali alla guerra, creando le condizioni perché questa possa durare all’infinito. Anche se apparentemente dare lavoro ben pagato (troppo ben pagato) agli afgani è una forma di aiuto, in realtà è una perversione che finisce di distruggere le strutture sociali del paese che sono sopravvissute alla guerra. A questo punto possiamo tornare ad un argomento che già conosciamo, quello dei costi. La sola presenza militare italiana costa tanto quanto mantenere aperti centinaia di ospedali in cui qualificare personale locale e curare in modo totalmente gratuito la popolazione, dando lavoro diretto a quasi 100 mila afgani. Se pensiamo ai soldi spesi dagli americani, dovremmo moltiplicare queste cifre per 200. Evidentemente, esiste la possibilità di ridurre le spese militari, usare anche solo una piccola frazione dei soldi risparmiati per aiutare l’Afganistan.
Podcast della puntata del 17-18 luglio 2011 (da domenica)



