Quando uno ha un chiodo nella testa, è bene che metta per scritto le sue pensate. Così magari possono servire anche ad altri.
Oggi ho letto un articolo che spiega bene perché il documento Bindi sulle unioni di fatto non può andar bene. È scritto da Luca Telese su Pubblico Giornale.
È bello, ma io aggiungerei qualche riflessione:
Il paragrafo incriminato del documento del PD dice che:
Il paragrafo incriminato, quello su cui si è fatta gazzarra sabato scorso, dice:
“Il Pd, auspicando un più approfondito bilanciamento fra i principi degli articoli 2, 3 e 39 della Costituzione, quanto in specie alle libere scelte compiute da ciascuna persona in relazione alla vita di coppia e alla partecipazione alla stessa, opera dunque per l’adeguamento della disciplina giuridica all’effettiva sostanza dell’evoluzione sociale, anche introducendo, entro i vincoli della Costituzione e per il libero sviluppo della personalità di cui all’articolo 2, speciali forme di garanzia per i diritti e i doveri che sorgono dai legami differenti da quelli matrimoniali, ivi comprese le unioni omosessuali“.
Una roba che più che di politica sa di notaio. E già questo non depone a suo favore, perché quando si parla di diritti dell’uomo, ci si aspetterebbe un po’ più di afflato, o almeno un po’ più di passione, o di voglia di sognare. Qualcuno ricorda il discorso di Cavour messo in bocca a Vittorio Emanuele II sul “grido che proviene dall’Italia del sud”? O le splendide dichiarazioni di Pertini? Una gruppo politico che, dopo un anno di lavoro, non sa produrre cose di quello stile, e deve ricorrere al linguaggio di Azzecca Garbugli, è un gruppo politico destinato all’estinzione.
Ma non è questo che mi fa venire il prurito. Piuttosto:
1) Si da definitivamente per morta la prospettiva del matrimonio omosessuale, che non viene citato né esplicitamente e né per parafrasi. Infatti si ribadisce che le unioni lgbt vanno sotto la specie di un “legami differenti da quello matrimoniale” (si usa la parola “differenti” per non dire “diversi”, ma solo per motivi di politically correct. Il senso è quello), e che per essi servono forme di garanzia “speciali” (un po’ come ai tempi del terrorismo). Praticamente, io e il mio compagno siamo forse simili a due coinquilini che tentano di andare d’accordo, ma non certo a una famiglia.
2) Non contenti, sparisce addirittura il riconoscimento della coppia omosessuale in quanto soggetto. Si parla di “libere scelte compiute da ciascuna singola persona in relazione alla vita di coppia”, ma ci si guarda bene dal pronunciare la parola “coppia” in quanto tale. Essa compare solo dopo aver insistito per bene su concetti tipici dell’individuo (“libere scelte”, “singola persona”), e unicamente come specificazione del termine “vita”, come ad indicare un comportamento, più che un entità reale e uno stato esistenziale. Un po’ come dire che i gay e le lesbiche non possono dare vita ad autentiche coppie. Noi possiamo tutt’al più, come singoli individui, vivere “come se fossimo coppie”, inscenando delle specie di pantomime della vita di coppia, ma ricordandoci sempre che la coppia, come dice il Dizionario della Lingua Italiana, è quella cosa formata da individui di genere opposto. Noi, al massimo, siamo “paia”. E siccome nemmeno di “paia” si parla, noi, secondo il documento Bindi, siamo semplici single che scopano a frequenza più o meno regolare con la stessa persona. Onanisti solidali.
3) Le “leggi speciali sugli omosessuali” vanno circoscritte “Entro i vincoli della Costituzione”. La Costituzione sarebbe quel libretto che ognuno tira verso di sé quando più gli fa comodo. E mi vedo già i giuristi cattolicanti che si sperticheranno nel dimostrare le intenzioni non dette dei padri costituenti, i quali, per carità, volevano parlare del matrimonio come fenomeno unicamente eterosessuale. Vabbè sì, esiste una sentenza della Corte di Cassazione che dice l’esatto contrario. Ma si sa: le sentenze valgono quel che valgono. Siamo in Italia. E poi i padri costituenti, per fortuna, ormai son tutti morti.
4) Sparisce anche l’idea di unione omosessuale come realtà “affettiva” (quel che dicevano i famosi PACS della buon’anima di Prodi). In un documento politico, che non è ancora legge, io avrei addirittura azzardato parlare di unione “amorosa”. Mi delude che invece non si dica proprio niente. Eh sì perché “affetto” e “amore” son questioni sentimentali; mica categorie politiche. Qui non conta volersi bene. In fondo, ai gay interessa solo spartirsi l’eredità, avere la reversibilità della pensione, l’eventuale accesso alle case popolari. Poi parlano d’amore, ma non è mica vero. Cosa c’entra che si amino così tanto da mettere in comune le loro vite? E’ vero: essi hanno bisogno, come tutti, di un contesto giuridico che li sostenga, e che favorisca la solidarietà della comunità nei loro confronti. Ma non sia mai che due froci si vogliano sposare in pubblico, sorridendo ed abbracciandosi tra gli applausi degli amici. Che schifo!
5) L’unica prospettiva che resta è, forse ma forse, quella dei DICO: una musica che abbiamo già sentito, così tetra che non se ne è fatto nulla nemmeno quando sembrava possibile. Ripassiamo quindi cosa sono i DICO?
I Dico sono questa roba qui:
1) Si celebrano attraverso un semplice accertamento anagrafico. Cioè: io e il mio compagno andiamo all’Anagrafe o mandiamo una raccomandata congiunta. Uno sposalizio coi fiocchi!
2) La “coppia di fatto” riconosciuta attraverso i DICO, deve già essere tale da almeno 3 anni. Tre anni di convivenza e attesa; neanche dovessimo prepararci al matrimonio di Carlo e Diana d’Inghilterra. Cosa succede in questi 3 anni? Si aspetta e si spera? Si brancola nella giungla?
3) I DICO danno diritto all’assistenza ospedaliera del “convivente”, ma tale diritto sussiste solo in seguito ad atto scritto e autografato, e solo secondo le modalità “liberamente adottate” dalle aziende ospedaliere. E se io, malato grave, non sono in grado di autografare alcunché? E se il direttore dell’ASL, come capita quasi sempre, è un cattolico fondamentalista?
4) Case popolari: le Province e le Regioni non hanno alcun obbligo nei confronti delle “coppie di fatto”. Semplicemente devono tenere conto della loro esistenza.
5) Si parla di “trattamenti pensionistici” (reversibilità), ma la materia è demandata successivi provvedimenti legislativi
6) Si diventa eredi legittimi solo dopo 9 anni di “convivenza”, e comunque non si ha diritto a più di metà dell’eredità, a meno che non ci siano parenti. Praticamente, se avevamo casa insieme da 8 anni, 11 mesi e 29 giorni, questa casa andrà ai genitori, fratelli, nipoti, rompiballe vari, ma non al “convivente”. Viceversa, se erano passati 9 anni, il mio “convivente” avrà diritto solo a metà della casa, mentre l’altra metà andrà comunque ai miei genitori, fratelli, nipoti, rompiballe vari. E se a questi “gli pigliano i cinque minuti” di vendere la loro quota a chicchessia, possono farlo. Amore mio, aspettati uno sfratto.
7) Se ci lasciamo, non dobbiamo seguire alcuna procedura. Se non mi piaci più, posso andarmene quando e come voglio, lasciandoti nella merda. Volendo, posso addirittura vendere la mia quota di casa.
8) Ti devo passare gli alimenti solo nel caso in cui tu “versi in stato di bisogno”, e sempre che la nostra “unione di fatto” fosse riconosciuta da almeno 3 anni. Se no, ancora grazie se ogni tanto ci invitiamo reciprocamente a cena.
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Massimo Battaglio
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