Il 20-21-22 ottobre la Tunisia andrà al voto per la prima volta dall’ascesa al potere del dittatore Ben Alì con un colpo di stato il 7 novembre del 1987, per eleggere l’Assemblea Costituente, che avrà il compito di riscrivere il volto democratico del paese. Abbiamo sentito al telefono Wejdane Majeri, presidente dell’Associazione PONTES e candidata per una delle 22 liste alle quali potranno votare i tunisini in Italia che ci ha raccontato il suo paese, a cavallo tra rivoluzione e normalità.

Wejdane Majeri
Ascolta l’intervista
L’hanno chiamata la rivoluzione dei gelsomini. Una catena di eventi iniziata a Sidi Bouzid, paese al centro della Tunisia, quando Mohamed Bouazizi si dette fuoco per protesta. Il tragico battito d’ali di Bouazizi ha mostato al mondo e ai tunisini quel che non potevano più ignorare. Dal suo gesto ha avuto origine la primavera araba, le mobilitazioni che hanno coinvolto Tunisia, Egitto, Libia, Yemen, Siria e molti altri paesi mediorientali e del Nord Africa.
Una Tunisia che a mesi di distanza dalla deposizione del dittatore, oggi si interroga sul suo futuro. «La Tunisia ha vantato per anni una crescita che ha mantenuto escluse dal potere molte fasce di popolazione». I giovani che hanno lasciato il paese dopo la rivoluzione sono «un flusso fisiologico, visto che la Tunisia era completamente chiusa ai visti verso l’esterno e questi giovani (il 60% della poplolazione è giovane) non avevano possibilità di andare all’estero per cercare un futuro. C’è una grande volontà di ricostruire. Molte persone stanno tornando dall’estero per cercare di ricostruire la Tunisia e credo che nei prossimi anni vedremo una ricostruzione del paese anche dall’estero». Una ricostruzione che dovrà toccare la corruzione, vero e proprio male che corrompeva il paese sotto Ben Alì.
L’hanno definita la prima rivoluzione avvenuta per mezzo dei social network e con Wejdane approfondiamo questo aspetto.
«Siamo stati sorpresi anche noi, dalla rivoluzione. Ma le modalità non hanno sorpreso gli attivisti e quelli che osservavano le cose dall’interno. In Tuinisia prima della rivoluzione vigeva un sistema di censura molto fore e internet era molto controllata, tranne Facebook, luogo in cui la gente poteva ritrovarsi. C’era il divieto di assemblea fisica e le persone non potevano associarsi e il web ha permesso a molte persone di ritrovarsi, riconoscersi e attivare i meccanismi che hanno fatto scatenare la rivolta sul terreno». Come questo avvenisse, Wejdane lo racconta con un esempio.
«Le persone durante le settimane della rivolta hanno cominciato ad uscrire dall’anonimato su Facebook, dicendo “siamo contro il regime” e producendo un effetto molto forte nel paese. Il potere della dittatura su di noi era quello della paura, delle violenze, delle torture, di sparire nelle carceri del regime. Questo temevamo per noi e per i nostri cari. Anche chi viveva all’estero temeva di tornare in Tunisia, essere fermato in dogana e sparire. Era successo più di una volta. Per la prima volta sul web si creava una unità dei tunisini che non avevano più paura né l’uno dell’altro, né del regime. Questo ha creato una forza incredibile che è cresciuta sul web. Noi dall’estero vedevamo per la prima volta la realtà del nostro paese e i giovani che morivano sotto le armi del regime attraverso i video su Youtube. Ed è stato lo strumento informatico a permettercelo. Quando abbiamo visto queste immagini il movimento è cresciuto e c’è stato uno scambio tra Facebook, Twitter e la realtà. Non possiamo però parlare di realtà virtuale, perchè su Facebook c’eravamo noi, con le nostre anime. Il primo “I Like” cliccato su Facebook su di una video o un’immagine che andava contro il regime è stata una cosa molto forte per me e per tutti quelli che come me lo avevano fatto. Mettersi dall’altra parte, dire no al regime anche solo con un clic era per noi una cosa enorme, un passaggio, una scelta».
Donne e rivoluzioni arabe – dal canale Youtube di Wejdane
In realtà per la Tunisia questo è stato un elemento davvero particolare. «Il regime aveva puntato tantissimo sulla formazione degli informatici. In Tunisia siamo un’armata di informatici tra giovani ingenieri e tecnici. L’ex presidente aveva a cuore questa formazione per far vedere che la Tunisia era un paese aperto alle nuove tecnologie. Avevamo organizzato nel 2005 il Summit mondiale dell’informatica e contemporaneamente eravamo al terzo posto dopo Cine a Cuba per quanto riguarda la censura». La Tunisia per altro era diventato un vero e proprio laboratorio per la sperimentazione delle tecnologie per il controllo attraverso l’informatica. Questa però «è stata un’arma a doppio taglio perchè lui voleva controllarci con il mezzo informatico e il mezzo si è rivoltato contro di lui ed il suo regime».
Il video che spiega le elezioni in Tunisia
L’Italia e l’Europa sono stati spettatori silenti durante la rivoluzione in Tunisia, ma soprattutto durante i lunghi anni di dittatura.
«Io sentivo un doppio peso sulle mie azioni. Il peso della dittatura in Tunisia ed il peso dell’Italia che appoggiava la dittatura. La politica italiana non si è mai schierata, ma andava a visitare la Tunisia lodando la democrazia e gli sforzi economici per la crescita del paese. Subivamo una doppia offesa e una doppia violenza. Vivevo in un paese democratico (l’Italia) e sapevo che non potevo parlare».

La premio Nobel per la Pace Tawakkul Karman
Nel futuro «servirà una politica di relazione sull’immigrazione su tutto il resto. Se si fosse aspettato chi vende la democrazia, la Tunisia non si sarebbe liberata dal regime. La Francia fino all’ultimo momento si era schierata con il dittatore, l’Italia ha tenuto un silenzio totale mentre i giovani morivano nella piazze. La democrazia non appartiene a nessuno, la libertà è dentro ognuno di noi: non si vende, si compra o si esporta. In questo momento ci sarebbe molto da discutere con l’Europa e con il mondo democratico su quello che è la democrazia. La costruzione di un sistema democratico non è solo della Tunisia visto che stiamo assistendo a molte faglie del sistema democratico occidentale. Credo che ci sia tanto da imparare l’uno dall’altro».
Oggi sono stati annunciati i Nobel per la Pace, andati a tre donne: Ellen Johnson Sirleaf, Leymah Gbowee e Tawakkul Karman. Proprio quest’ultima, yemenita, è stata una delle protagoniste della primavera araba. Abbiamo chiesto a Wejdane un commento a caldo. «Questa è una grandissima notizia per le donne arabe e per la pace. Un grandissimo passo per distruggere gli stereotipi che ci sono sulle donne arabe. Non ci aspettavamo che ci fosse un riconoscimento di questo tipo a livello internazionale. Spero che gli occhi del mondo si gireranno verso lo Yemen. Questa giornalista è una persona che continua a combattere e che ha osato affrontare un regime appoggiato dall’Arabia Saudita. Sono simboli che ci fannno crescere. Spero che con questo riconoscimento anche il mondo si renda conto di ciò che avviene nei nostri paesi».
Documenti e collegamenti
Pontes.it – Il sito dell’Associazione PONTES
The Woman at the Head of Yemen’s Protest Movement - Un articolo del Time su Tawakkul Karman
Tunisia anno zero - Lo speciale di Peacereporter sulla rivoluzione dei gelsomini



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