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Contenuto audio ascoltabileDal mondoDocumentoIl futuro del clima si gioca a Durban tra Usa e Cina

Si apre il 28 novembre la conferenza sul clima a Durban in Sud Africa. Sull’appuntamento, che si conclude il 6 dicembre, ci sono molte attese, ma anche molte resistenze. Greenpeace il 23 novembre ha diffuso un rapporto che fa i nomi delle multinazionali e le lobbies che stanno sabotando l’accordo sul clima [guarda la versione italiana]. Ne parliamo con Salvatore Barbera, responsabile della campagna energia e clima di Greenpeace. I problemi a Durban derivano da un ruolo troppo debole dell’Europa e dall’accordo necessario tra Usa e Cina.

 

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«Abbiamo fatto una lunga ricerca – dice Barbera – sulle politiche di lobbie delle grandi aziande. E’ chiaro che ci sono pochi gruppi industriali che stanno facendo di tutto per bloccare il raggiungimento di un accordo internazionale sul clima». Tra questi, il rapporto di Greenpeace cita Eskom, BASF, ArcelorMittal, BHP Billiton, Shell e Koch Industries, «che – dice Barbera – mettono in pratica una serie di politiche e atti di lobbie per fare in modo che nei paesi in cui operano ed in ambito internazionale decadano tutte le politiche a difesa del clima. Proprio quelle politiche che il grande pubblico richiede nel mondo. Ci sono sondaggi che dimostrano ad esempio che gli italiani vogliono investire in fonti rinnovabili e non fossili. Il referendum di giugno ha dimostrato come gli italiani non vogliano energie sporche».

Il punto è che le tecnologie non sono tutte uguali. Tra le fonti inquinanti «il carbone è quella da bloccare nei prossimi anni: sarà più del petrolio il climate killer dei prossimi anni. Purtroppo a livello internazionale e in Italia ci si muove a livello diametralmente opposto a ciò che la scienza suggerisce. Ad esempio Porto Tolle nel Veneto: una grande centrale a olio combustibile che sta per essere convertita a carbone dall’ENEL. Progetto bloccato dalla Corte e che poi ha avuto un nuovo via libera. Un progetto da 2 miliardi di euro che produrrà tanta CO2 quanto 4 città di Milano».

In generale però sembra che l’attenzione sui cambiamenti climatici sia diminuita, in Italia in particolare.

«Dopo la conferenza di Copenaghen nel 2009 durante la quale tutti speravano in un accordo post-Kyoto, c’è stata una battuta d’arresto. In realtà il problema non è risolto ma se ne parla solo meno. Il Protocollo di Kyoto scadrà alla fine del 2012 e gli obiettivi di riduzione di CO2 andrebbero aggiornati. L’Italia non raggiungerà i suoi obiettivi, ornai è chiaro: dovevamo ridurre del 6,5% la produzione di CO2 rispetto al 1990 e non riusciremo. Questo ci scosterà 2 miliardi di euro in multe».

Un problema anche economico, quindi. Ma non c’è solo questo, perchè è anche una questione di diplomazia.

«L’altro problema – dice Barbera - sono i grandi inquinatori che non avevano sottoscritto il Protocollo di Kyoto (USA, India e Cina) che dovranno rientrare in un prossimo accordo. Questa è la grande difficoltà dell’incontro a Durban: mettere d’accordo USA, Europa e paesi emergenti in un unico obiettivo. Soprattutto USA e Cina dovranno riuscire a trovare un accordo sulla riduzione. Purtroppo l’Europa sta giocando un ruolo sempre meno importante in questa discussione internazionale mentre a Kyoto era stata la vera forza progressista». Un’Europa che si presenta debole e frammentata. Influirà sulle scelte a Durban?

«Speriamo che l’Europa possa avere un ruolo importante. L’Europa ha sempre avuto posizioni aperte e impegnate sull’idea di combattere i cambiamenti climatici. L’Italia ha sempre avuto all’interno dell’Europa un ruolo di ostacolo perchè su posizioni più conservatrici. Un altro problema dell’Europa è che ci si presenta come una serie di paesi e non come una forza unica».

L’Italia, appunto. Quali aspettative avete sul nostro paese a Durban?

«Sul nuovo governo siamo attendisti. Aspettiamo di vedere quali saranno le mosse ma sicuramente il governo precedente lasciava poche speranze».




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