Un incontro con il blogger e giornalista Hossam el Hamalawy

In occasione del Festival di Internazionale, tenutosi a Ferrara dal 30 settembre al 2 ottobre 2011, ho avuto il piacere di incontrare il blogger e giornalista egiziano Hossam el Hamalawy (curatore del blog www.arabawy.org), nonché membro dei Socialisti Rivoluzionari egiziani. Hossam è giunto a Ferrara per ritirare il premio giornalistico Anna Politkovskaja, oltre che per partecipare, assieme ad altri giornalisti e scrittori egiziani, a una conferenza e alla presentazione di un libro-testimonianza sulla rivoluzione.
Il suo non sarà un nome nuovo per i lettori attenti. Mi è capitato spesso, infatti, di menzionarlo, per un motivo o per l’altro. Ho conosciuto Hossam el Hamalawy attraverso Twitter, a marzo. E’ stato uno dei Twitter-nauti da me seguiti durante l’irruzione dei manifestanti nella sede di Nasr City dell’Amn al-Dawla, la Sicurezza di Stato. Allora non sapevo che lui era lui, tanto che nella newsletter non avevo fatto esplicitamente il suo nome (se volete, andate a rileggervi la news del 6 marzo). Ma la sua cronaca in diretta – che mi aveva tenuta alzata fino a notte fonda – mi aveva commossa. Ammetto di aver trattenuto a stento le lacrime, seguendo minuto per minuto i dettagli dell’irruzione, con i brevi commenti di persone che ritornavano nei luoghi della loro passata detenzione e tortura.

Dunque, non potevo non cogliere l’occasione per stringere di persona la mano di Hossam e porgli alcune domande. A dire il vero, spesso non sono stata d’accordo con le sue opinioni. Tuttavia, presto sempre grande attenzione al suo punto di vista che, espresso  con consueta lucidità, fornisce utilissimi spunti di riflessione. Inoltre, apprezzo molto il suo lavoro di denuncia pubblica degli ufficiali responsabili di tortura nei confronti dei detenuti. Hossam, che come tantissimi egiziani sa cosa significa la tortura, per averla provata sulla sua stessa pelle, ha infatti dato vita a un sito web chiamato “Piggipedia” (da pig, porco), che raccoglie foto, testimonianze e ogni altra utile documentazione per identificare i numerosi torturatori del paese. Pertanto, mi sono fatta strada con testardaggine tra le maggiori testate giornalistiche e televisive, tutte in coda per intervistare Hossam, e sono riuscita a chiaccherare con lui per mezzora, grazie soprattutto alla disponibilità dello staff di Internazionale, che ha avuto il merito di dare il giusto riconoscimento anche ai blogger e non solo ai “big” dell’informazione. Ma veniamo finalmente all’intervista.

Ho iniziato chiedendo a Hossam di definire la fase attuale della rivoluzione egiziana. Secondo lui, la rivoluzione è ora entrata nella fase due, che consiste nel portare piazza Tahrir nelle fabbriche, negli ospedali, nelle scuole e in tutte le altre istituzioni del paese. E’ necessario ora eliminare i vari mini-Mubarak a capo dei diversi settori. Lo scopo ultimo di questa mobilitazione generale è il rovesciamento dei generali delle forze armate attualmente al potere.

Gli ho domandato, tra lo speranzoso e il preoccupato, in che modo, tuttavia, sarà possibile rovesciare i generali. La mia domanda tradiva, infatti, la paura delle conseguenze di uno scontro diretto con il Consiglio Militare. Hossam mi ha spiegato allora ciò che secondo lui dovrebbe essere fatto. Bisogna diffondere le proteste dei lavoratori, tuttora in corso, estendendole a tutti i settori e collegando i centri di azione, in maniera tale che questa azione risulti coordinata. Il movimento di protesta dovrebbe infine giungere a coinvolgere la base dell’esercito, costituita da soldati semplici e giovani ufficiali (la stessa generazione di piazza Tahrir, aggiungo io) che soffrono degli stessi problemi del resto degli egiziani. Lo scontro armato diretto con i militari non può avvenire (su questo punto mi ha tranquillizzata), perché l’esercito ha due componenti: i generali e la base, due eserciti distinti. E questa distinzione è orizzontale, non verticale, come ad esempio in Siria. Se i generali ordinassero di sparare sulla gente, la base si rifiuterebbe e si staccherebbe dai vertici. I generali – che, come ha precisato Hossam durante una conferenza successiva, sono stupidi, ma non fino a questo punto – lo sanno. Tuttavia, il rischio è che mandino avanti i baltagheya per fare ciò che loro non possono fare. Esempi di tale strategia se ne sono già visti tanti.

In ogni caso, ogni settore ora dovrà combattere la sua battaglia. Ci vorranno anni per completare la rivoluzione. L’esercito – ha detto ancora Hossam – resta un buco nero. Come tutti gli altri settori del paese, va ricostruito da zero, non basta rispedirlo nelle sue caserme, come dicono molti. Altrimenti, si finirebbe come in Turchia, una possibilità che Hossam rifiuta recisamente. Mai, infatti, ha creduto che esercito e popolo fossero una mano sola, come recitava un noto slogan di piazza Tahrir. Anzi, mi racconta che, inizialmente, il 28 gennaio, l’esercito era sceso in strada per portare armi alla polizia ormai spossata. I manifestanti, tuttavia, sono riusciti a intercettare le armi, le hanno sequestrate e hanno bruciato alcuni carri armati. Poi, hanno cominciato a scandire lo slogan sopra citato, come un modo per attirare dalla propria parte i soldati, piuttosto che per la reale convinzione che l’esercito fosse dalla loro parte. E in effetti, Hossam ha visto molti soldati in lacrime…

Ho chiesto quindi un chiarimento su chi effettivamente controlli ora il Ministero degli Interni che, prima della rivoluzione, era uno stato nello Stato. Che ne è stato della sbandierata epurazione della polizia, e degli altri apparati di sicurezza? Secondo Hossam, se prima l’esercito e la polizia vivevano “vite separate”, ora collaborano mano nella mano. Peggio di prima, dunque. La sostituzione degli ufficiali di polizia coinvolti nell’uccisione dei manifestanti ha riguardato soltanto chi era già vicino alla pensione, il quale ha potuto ritirarsi dal lavoro senza subire alcun processo. Alternativamente, altri ufficiali sono stati semplicemente trasferiti. La nuova Sicurezza Nazionale (al-Amn al-Watani) ha solo cambiato nome (prima era Sicurezza di Stato, Amn al-Dawla). Gran parte degli ufficiali sono stati riciclati e comunque si hanno ancora notizie di torture, rapimenti e assassinii.

Secondo Hossam, l’intera struttura del Ministero degli Interni e della sicurezza andrebbe interamente sciolta. Inoltre, gli “uomini” di tale struttura dovrebbero essere messi tutti in galera, senza mezze misure, altrimenti si darebbero certamente al crimine. E non c’è dubbio che questa questione sia seria e della massima importanza.

Concludendo, gli porgo la fatidica domanda: se è ottimista sul futuro dell’Egitto. Sì, Hossam è ancora ottimista, anzi molto ottimista. E a me fa molto piacere sentire qualcuno, che non si nasconde affatto le difficoltà, dirsi ottimista. Come vado ripetendo, sono gli egiziani, in primo luogo, a essere cambiati.

Infine, in tutte le sue interviste e conferenze, per nulla distratto dall’accoglienza da star che gli è stata riservata, Hossam ha chiesto esplicitamente il sostegno degli italiani, specie dei sindacati, alle lotte dei lavoratori egiziani. Passo volentieri a voi questa sua richiesta.