Egiziani ribelli

Da qualche ora sono iniziati i ballottaggi della terza tornata di elezioni per la Camera Bassa. Nel frattempo, sia i preparativi per le celebrazioni del primo anniversario della rivoluzione, sia il fervente dibattito su come completare velocemente la fase di transizione, proseguono vivacemente. L’atmosfera, in vista del prossimo 25 gennaio, è di grande attesa, condita di sentimenti misti: rabbia, indignazione, tensione trattenuta, preoccupazione, paura, eccitazione… Si sente che la ribellione serpeggia nella società scontenta.
Sembra che i giovani di Tahrir, impegnati nella campagna di smascheramento delle bugie del Consiglio Militare, stiano riscuotendo qualche consenso in più, dopo aver portato nelle strade, in ogni quartiere, i video-denuncia delle violenze dei militari. Parallelamente, nascono altre campagne, come quella del Movimento 6 Aprile per “salvaguardare l’esercito egiziano”, che rivendica l’appartenenza dell’esercito al popolo (e non alla giunta militare) e ne vuole un recupero d’immagine, in linea con il profondo rispetto che la popolazione ha sempre accordato a questa istituzione. In vista delle prossime proteste del 25 gennaio, si moltiplicano inoltre gli appelli al pacifismo, perché è chiaro a tutti il rischio che, questa volta, la violenza abbia il sopravvento anche tra i manifestanti e non solo tra le fila della polizia.

La ribellione serpeggia, si diceva. Le proteste, gli atti di disobbedienza e le ribellioni personali sono sempre più numerosi, in tutti gli ambiti. Si è già parlato degli “incidenti” della messa di Natale e della moschea di Omar Makram, quando alcuni giovani hanno impudentemente gridato slogan, rispettivamente, contro il Consiglio Militare e l’ex presidente della Lega Araba Amr Moussa. In effetti, le polemiche a proposito delle parole di ringraziamento che Papa Shenouda ha rivolto ai generali durante la messa di Natale continuano ad agitare gli animi di molti cristiani. Stanno piovendo critiche pesanti alla gerarchia della chiesa ortodossa, per il suo continuo essere succube dei governanti al potere, e queste critiche provengono principalmente dagli stessi cristiani.

Un prete ortodosso coraggioso, qualche giorno fa, si è pubblicamente pentito, scusandosi con la sua comunità, per aver stretto la mano al generale Hamdy Badin alla messa di Natale. Proprio la presenza nella cattedrale di questo generale è stata la più contestata, perché Badin è ritenuto il maggior responsabile del massacro di copti del Maspero. Anzi, i testimoni oculari dicono di averlo colto in flagrante mentre prendeva a calci personalmente, durante il massacro, un cristiano (forse addirittura un prete, non ricordo) che si era chinato a baciargli i piedi per implorarlo di far cessare la violenza. Il prete pentito ha detto di essere stato colto di sorpresa quando si è trovato davanti Badin nella cattedrale e non ha potuto far altro che stringergli la mano, ma ha poi ammesso davanti a tutti che non avrebbe dovuto farlo. Ha inoltre pronunciato parole durissime nei confronti dei militari, impensabili da parte di un ecclesiastico ortodosso solo qualche mese fa. Li ha descritti infatti come degli oppressori bugiardi.

Ma c’è stato un episodio di ribellione ancora più gustoso. In una cittadina del Delta, qualche giorno fa, un gruppo di salafiti che si era autoassegnato il ruolo di “polizia morale” è entrato in un salone di bellezza, tacciando le donne presenti d’immoralità, lussuria e quant’altro. Le donne, però, non hanno reagito come pensavano i salafiti, ma hanno riservato loro un’amara sorpresa. Infatti, si sono infuriate e li hanno bastonati per bene, gettandoli fuori dal salone sotto gli sguardi attoniti dei passanti. Pare inoltre che il “pubblico”, dopo il primo attimo di sorpreso smarrimento, abbia dato man forte a queste donne coraggiose, mettendo in fuga i salafiti moralisti. E sui social networks sono fioccate le manifestazioni di solidarietà… alle donne, non ai salafiti.

Nemmeno gli egiziani all’estero sono da meno. Ieri sera, a Londra, l’ex ministro di Mubarak Youssef Boutros Ghali, latitante (si fa per dire, perché tutti sanno dov’è) e ricercato dall’Interpol, è stato scoperto a partecipare pubblicamente a una conferenza. Colmo della beffa, la conferenza era sulla rivoluzione egiziana. Tempo qualche minuto, appena saputa la notizia, e alcuni giovani egiziani sono accorsi tra il pubblico, hanno aspettato il momento giusto e gli hanno urlato contro, davanti a tutti, che era un fuggitivo criminale, accusato di corruzione e ricercato dall’Interpol. Boutros Ghali ha dovuto scappare da una porta secondaria e purtroppo i giovani egiziani non sono riusciti a farlo arrestare. Pare che il mandato d’arresto dell’Interpol non basti, ma ci voglia anche una precisa richiesta di estradizione al paese ospitante. Pertanto, le colpevoli sarebbero ancora una volta le autorità egiziane.

Come si è capito, gli egiziani non sono ancora stati domati. Non soprende, dunque, che proseguano a pieno ritmo le intimidazioni nei confronti degli attivisti. Ormai la lista degli indagati, per un motivo o per l’altro, è lunga. Solo per fare i nomi dei più noti, di recente sono stati convocati in Procura Nawara Negm (figlia di Ahmed Fouad Negm, celebre poeta da sempre ostile al regime, sul quale è persino uscito un film dopo la rivoluzione), Mazhar Shahin (l’imam della rivoluzione, sheykh della già citata moschea Omar Makram), Ayman Nour (lui è un abbonato fisso) e Mamdouh Hamza (ingegnere e attivista con un passato di opposizione al regime, prigione ed esilio).

Il clima è molto agitato e la possibilità paventata dal governo di celebrare insieme, il 25 gennaio, l’anniversario della rivoluzione e la Festa della Polizia, sembra la pessima idea di un folle.

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