Tensione tra USA e Egitto

si vanno aggiungendo nuovi dettagli sulla crisi tra gli Stati Uniti e l’Egitto. L’iniziativa proposta dal predicatore salafita Mohammed Hassan (quella di rinunciare completamente agli aiuti finanziari statunitensi, sostituendoli con donazioni da parte degli egiziani) ha raccolto un consenso importante oggi: quello dell’Università di al-Azhar.

Il militare che si nasconde nella barba (di un islamista, presumibilmente) dice "khalawis!", parola usata nel gioco del nascondino

Lo sheykh Ahmed al-Tayyeb ha infatti deciso di istituire un fondo apposito per raccogliere le donazioni, tentando in tal modo l’orgogliosa via dell’autosufficienza. Tale decisione è stata presa al termine di un incontro con lo stesso Mohammed Hassan, al quale ha partecipato anche un rappresentante dei sufi.

I Fratelli Musulmani, però, hanno cercato di frenare l’iniziativa, solo che nel farlo forse hanno aggravato la crisi. Se ieri, infatti, hanno dichiarato che è troppo presto per discutere di un eventuale rifiuto dei soldi americani, perché la situazione interna egiziana non lo consente, oggi Essam el-Erian (uno dei leader anziani) ha minacciato gli USA dicendo che, se questi non avessero più pagato il loro tributo all’Egitto, allora loro avrebbero rivisto il trattato di pace con Israele. Con questa affermazione, si sa, si tocca un nervo scoperto degli Stati Uniti, e vista la quantità di generali e alti rappresentanti inviati al Cairo nelle ultime settimane, è probabile che siano un po’ preoccupati della piega che sta prendendo la ribellione egiziana.

In Egitto, tuttavia, l’affermazione di el-Erian non pare aver colpito più di tanto e le ragioni sono molteplici. La prima ragione è la nota ambiguità della Fratellanza, che un giorno dice una cosa e il giorno dopo la smentisce, a seconda degli interlocutori e di chi parla. Molti attivisti di sinistra ritengono che i Fratelli Musulmani, sulla questione di Israele, abbiano sempre abbaiato molto ma morso poco, ed è difficile credere che questa volta sia diverso, proprio ora che si sono guadagnati il rispetto internazionale, soprattutto americano. E poi ci sono altre questioni più urgenti che il paese deve affrontare, per esempio l’economia.

La seconda ragione è che, in effetti, anche se non se ne parla a carte a scoperte, una revisione del trattato di pace sarebbe gradita alla maggioranza degli egiziani e delle forze politiche, non ultimo l’ex presidente della Lega Araba Amr Moussa che, in un’intervista al Foreign Policy, ha dichiarato quanto una tale revisione sarebbe auspicabile, in modo da poter ristabilire la piena sovranità egiziana sul Sinai. Così com’è, il trattato di pace non piace a nessuno.

La terza ragione dello scetticismo verso la dichiarazione di el-Erian è chiarita da una dichiarazione del Movimento 6 Aprile sulla sua pagina Facebook. Il Movimento – che tra l’altro non ha mai nascosto la sua antipatia per Israele – si chiede se questo sussulto patriottico da parte del Consiglio Militare, del governo (soprattutto nella persona della ministra Fayza Abul Naga, l’unica rimasta dei ministri di Mubarak) e ora anche della porzione islamista del Parlamento, non sia solo un bel paravento per nascondere il tentativo di strozzare tutte le ONG che lavorano alla promozione della democrazia e dei diritti umani nel paese. Perché – si chiedono – mentre la ministra Abul Naga tuonava contro gli USA, accusandoli di complottare per destabilizzare l’Egitto, il mushir Tantawi era in amichevolissimo colloquio con un generale americano e Obama firmava un bilancio nel quale gli aiuti all’Egitto non sono stati ancora cancellati?

Sia quel che sia, bisogna comunque seguire gli sviluppi di questa crisi.