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Culto del mattino, lunedì 23 agosto

Stefano D’Amore e Marcello Salvaggio
Romani 12, 1-2 – Sermone dialogato

Care sorelle cari fratelli,
lodare è cosa buona, cosa dolce e si addice a Lui, così ci annuncia il Salmo 147. La gratitudine a Dio è l’unica risposta ubbidiente che possiamo rivolgergli per ciò che Egli ha fatto per noi in Gesù Cristo. Così facendo riconosciamo che tutta la nostra esistenza dipende da lui a non da noi. Il luogo dove maggiormente esprimiamo questa gratitudine è il culto.
Mi chiedo però che senso ha lodare Dio quando tutto intorno a noi è crisi. Essere grati di che? Della crisi economica che coinvolge il mondo intero? Della corruzione che sta mangiando velocemente il nostro paese? Della continua illegalità intrisa di Mafie? E pensando alle nostre chiese, della scarsa capacità contributiva? Delle difficoltà che incontriamo nel rinnovarci? E poi, che senso ha ritrovarsi in chiesa ogni domenica mattina per glorificare il Signore quando poi ciò non ha una ricaduta sulla vita concreta di tutti i giorni; se le cose non cambiano, dopo le nostre preghiere, se le tragedie succedono lo stesso, nonostante le nostre intercessioni, se gli essere umani sono sempre più spesso in lacrime per le sofferenze quotidiane, pur invitando alla gioia e alla lode. Non rischia di diventare uno stanco ripetersi di preghiere e canti rituali e disincarnati o, in maniera diversa, di ridursi ad un culto spirituale, tutto interiore, privato (sebbene il culto sia pubblico), e quindi privo di conseguenze pratiche, di rapporti con la realtà che ci circonda? Come può il nostro culto essere una testimonianza viva? Che senso ha per noi rendere il culto a Dio?

La domanda, è radicale…
Qui Paolo ci parla di un “culto”, che noi traduciamo con “spirituale”, ma che in greco lui definisce “un culto logico, intelligente”. Per lui sembra che non ci siano molte variabili o alternative. È così, è logico, è coerente, conseguente, e di facile comprensione e attuazione: se crediamo (come dice nel versetto precedente a questi) che “Da Lui, per mezzo di Lui e in Lui sono tutte le cose, a Lui sia la gloria” allora il nostro culto a Dio non può che essere quello di presentare i nostri corpi in sacrificio vivente.

Già la parola sacrificio mi fa accapponare la pelle, perché mi fa pensare a quelli dell’Antico Testamento dove gli animali sacrificati erano delle vittime. Poi mi ricorda che io non sarei mai in grado di arrivare ad un tale atto, così completo e totale. Sì, tutti noi facciamo nella nostra vita dei sacrifici per noi stessi e ogni tanto anche per gli altri; ma qui si tratta di dare se stessi in sacrificio, i nostri corpi. Qualcosa che non so quanti di noi sarebbero disposti a fare. Mi vengono in mente i corpi in sacrificio di Peppino Impastato, Falcone e Borsellino, di Martin Luther King o di Gandhi per citare i più noti, e tutti hanno pagato con la morte il loro sacrificio. Io non ce la potrei mai fare. Ma soprattutto, non ti sembra una contraddizione in termini dire sacrificio vivente? Cosa vuol dire? Come fa ciò che è destinato alla morte ad essere vivente?

In effetti questo è uno dei punti principali. Il sacrificio, che giustamente ci fa pensare alla morte, all’uccisione di qualcuno, al sangue versato di chi non ha più vita, qui invece è un sacrificio vivente! Questo ci giunge come un ossimoro, quella figura retorica con cui si accostano termini opposti. E mi viene in mente l’immagine del seme che muore per germogliare, della resurrezione.
Come potremmo dirlo in altri termini? Un’offerta di sé stessi, di se stesse, un dono totale della propria vita. Una “entrega”, direbbero nel Rio de La Plata: un’offerta che è anche un abbandonarsi, che è anche un mettersi al servizio di un Dio che ti prende e ti chiede di essere Suo.
E a ben pensarci, l’immagine è ancora di più forte perché sono proprio i nostri corpi ad essere l’oggetto di questo sacrificio. Non siamo esortati a cercare qualcuno da sacrificare o offrire a Dio solo le nostre menti, le nostre intenzioni, i nostri propositi. Siamo interpellati rispetto alla concretezza delle nostre azioni.
Il sacrificio vivente è la concretezza della tua vita, ciò che fai ogni giorno. Il giusto e logico culto a Dio si realizza nel fare scelte che coinvolgano la mia esistenza, nel metterci la faccia; si realizza nella concretezza dell’amore del prossimo e della pratica della giustizia.
Questo forse significa che spesso può essere necessario non fare come chi ti sta attorno, cioè non conformarsi … Ma cosa vuol dire oggi “non conformarsi”?

Quando ero piccolo, ricordo che voleva dire non vestirsi come si vestono tutti (ho una foto di carnevale dove io sono son l’unico in grembiule in mezzo a tanti zorro), non bere la coca cola, non frequentare l’ora di religione a scuola, non fare il militare. Forse oggi per me non conformarsi è un po’ la stessa cosa: pensare criticamente, vivere criticamente, andare contro corrente, non finire ciecamente nel gorgo del mondo che ti inghiotte. Resistere a quel processo di essere continuamente plasmati e sagomati secondo lo schema dell’età presente con le sue convinzioni e i suoi standard di valori. Tutti e tutte corriamo questo rischio, la chiesa lo corre nel momento in cui si fa dettare l’agenda dal mondo. Si tratta allora di fare delle scelte, ma delle scelte che costano fatica, che rischiano di farti discriminare dagli altri, che ti portano ad essere sempre più maturo di quel che vorresti essere. Quante volte il Sinodo si è trovato di fronte a queste strettoie. Ci sono troppe pressioni, esterne e interne che ci spingono inevitabilmente a conformarci. Le esterne sono spesso legate ai condizionamenti che sempre più ci vengono dai mezzi di comunicazione di massa: lo stile di vita, l’immagine e, perché no, il modo di intendere la politica, di essere informati, sono incanalati su vie predefinite e non ci lasciano tanto spesso la libertà di scelta. Le interne sono più spesso dettate dal quieto vivere, cioè dal non volere noie, dal mettere tutto a tacere, così come dall’amor proprio, cioè da quell’egoismo e individualismo sfrenato che ci tiene prigionieri, schiavi del mondo. Come si può fare dunque a non conformarsi a questo mondo?

Ancora una volta il testo ci viene incontro. Il verbo “siate trasformati” porta con sé un doppio contrario. L’alternativa al “conformarsi” diventa “essere trasformati”, non semplicemente “trasformare” o “trasformarsi”. Diventa due volte contrario: opposto e passivo.
Per non conformarsi a questo mondo occorrono quindi due passaggi:
reagire alla conformità, all’uniformità senza pensiero e dirigersi verso il suo contrario: la trasformazione
non pensare di avere in questo modo la soluzione in mano, semplicemente realizzando noi delle modifiche o dei capovolgimenti, ma diventando degli oggetti della trasformazione di Dio.
Noi che siamo abituati ad essere gli attori e i soggetti di ogni cambiamento, noi che trasformiamo il significato delle cose, trasformiamo le relazioni, ci modifichiamo e rischiamo il camaleontismo…dobbiamo ricordare che nel rapporto con Dio, la nostra trasformazione è sempre al passivo. È Lui che ci trasforma, è l’ascolto attento e appassionato della Parola che può modificare e rinnovare le nostre menti, i nostri cuori, i nostri corpi. Restituire a Dio la libertà di scegliere per noi, preparandoci anche ad essere sorpresi, smentiti, trasformati.
“Essere trasformati” però è anche un imperativo. Non una possibilità tra le mille opzioni, ma una via chiara e precisa da cui lasciarsi afferrare, una vocazione che continua ad esserci rivolta.

Quindi il vero culto è invocare Dio nella nostre vite affinché, trasformandoci e rinnovando la nostra mente, ci dia di intendere la sua volontà che trasforma il mondo, lo libera dalle crisi e dalle schiavitù e lo rende gioioso e grato. Così il nostro culto intelligente, coerente e di facile attuazione, potrà essere una risposta alle crisi del nostro tempo. Una lode da esprimere e vivere nella concretezza della nostra vita e nelle scelte di ogni giorno, ma che possa trarre linfa e carica dal culto domenicale in cui ascoltiamo la Paralo di Dio e in cui non siamo soli, ma accompagnati da altri fratelli e sorelle nella comunione in Cristo. «Solo in questa prospettiva, – per citare la relazione della Tavola – che per noi evangelici è conversione dei cuori e delle menti, potremo fare della nostra vita quotidiana il luogo in cui dare gloria a Dio, il luogo vero del culto che fa memoria della misericordia di Dio e dei suoi doni e ne riscopre la forza e l’azione anche oggi.»

Amen

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