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Culto del mattino, giovedì 26 agosto

Berthin Nzonza:
Efesini 2: 17-22

Care sorelle, cari fratelli, nel Signore,

Per progredire bisogna di fermarsi, chiedere una mano ad altro se ce bisogno, guardare in torno a se e dentro di se, anche in dietro cioè il tuo passato.  E questo il messaggio che ho portato a casa, nella riflessione che ci ha presentato il nostro Pastore titolare  sulla la conversione dell’Apostolo Paolo la domenica scorsa a Torino. E proprio lui Paolo, ch’era chiuso nella legge ma scoppiato dalla potenza della grazia del Signore che ci sta parlando in questo brano stamattina. Ci sta parlando in un momento in cui anche noi siamo fermi in questo spazio da domenica sera. Ci  stiamo guardando in torno a noi, e dentro di noi affine di progettare l’indomani, perché il mondo che ci circonda ci lo chiede, interrogarsi.
Sorelle, Fratelli,
dopo questo momento di condivisione di stamattina ci torniamo  ancora nella riflessione sulla vita delle nostre comunità, continueremmo ad interrogarsi sul ruolo delle nostre comunità in una società sempre complessa.

Ma quando parlo della comunità, non vorrei limitarmi ad un’associazione dei credenti o un gruppo dei fratelli e sorelle che fanno il loro percorso di fede insieme. Ma vorrei fare allusione alla comunità come canale dove il Signore vuole transitare per dire a chi è nella solitudine che non è da sola o solo, e che  ogni volta che ha bisogno di un sostegno il signore è  a fianco, vorrei pensare anche alla comunità come strumento che il Signore vuole usare, per dare speranza a chi è vittima delle nuove precariètà, delle nuove povertà, un strumento nella sociètà dove l’intolleranza della diversità è diventata una cosa ufficiale.

Se possiamo condividere questo approccio, mi sembra che sia doveroso che ogni volta che cerchiamo di riflettere sul senso di essere insieme come comunità, di sollecitare la  presenza del Signore e il suo aiuto per accompagnarci.
Stamattina, direi in questa giornata le esortazioni dell’Apostolo Paolo  ci serviranno come bastone del cieco.
Leggendo le prime parole di   questo brano, mi è venuta spontaneamente questa domanda, come i  discepoli nella barca quando il signore aveva fermato la tempesta“ ma chi era questo personaggio di Gesù ) . la risposta l’ho trovato subito arrivando alla fine della lettura di questo testo.  Il Signore Gesù è il simbolo della rottura degli schemi , delle identità, delle tradizioni  senza fondamento. La sua venuta viene a demolire il muro della separazione . Giudei e stranieri sono diventati una sono persona ma diversa . Una equazione che può trovare soluzione solo in Cristo , non c’e più il diverso. E lui il Cristo l’unico ponte per arrivare verso il suo padre. L’Apostolo puntualizza con forza che abbiamo accesso al padre in un medesimo Spirito. Lo Spirito di Gesù che unisce, che ci fa una sola persona ma diversa.  Cristo apre un mondo nuovo che può anche scandalizzare,.un mondo dove chi è diverso è uguale agli  altri , dove lo straniero è anche cittadini allo stesso momento. Un messaggio forte , complesso e ambivalente.. Ma  è questa, la realtà in cui la comunità è stata chiamata di vivere.
E vero questo mondo riconciliante non è nostra opera, forse noi non avremmo le energie di realizzare questa azione. Per fortuna qualcuno altro ha lavorato per noi , tocca a noi di vivere quello   che chiamerei il mistero dell’evangelo, stare ovunque ed essere cittadino e fare parte di una grande famiglia di Dio.

Ma la realtà che viviamo sfugge talvolta a questo bello quadro che ci presenta il nostro brano, nonostante che lo condividiamo a cento per cento. Ci capita di essere legati anche troppo alle nostre identità, alle nostre tradizioni e offrire poco spazio alla scoperta  di chi è diverso. Perché riteniamo che la nostra identità è più di tutte altre cose, giustifica la nostra esistenza  e i linguaggi di tipo “ noi e loro”, noi gli  africani senza volerlo riduce il sapore di questo annuncio in cui ci rivela  l’Apostolo.

Sorelle, fratelli,
Vivere e annunciare questo messaggio cosi complesso è impegnativo, sono convinto che noi abbiamo una buona base di partenza per vivere questa grande famiglia di Dio, perché abbiamo ricevuto questo annuncio, abbiamo la nostra unità di misura, la parola. Non dobbiamo fare finta di essere uguali, siamo diversi, perché anche lo affermiamo, sono africano, siamo delle valle, cristo ci unisce  . Ma dovremmo fare lo sforzo di creare gli strumenti  per rendere questo annuncio realtà. Creare le condizioni per smussare gli angoli delle nostre diversità per un percorso più fluido.
Per chi è in un contesto sociale nuovo , la comunità potrebbe essere una prima base di integrazione, perché non c’e bisogno di presentare un documento  d’identità , perché in Cristo abbiamo la carta di soggiorno a durata indeterminata. E la cosa la più bella è di trovare di fronte a se qualcuno a chi si può rivolgere una parola anche nel tuo dialetto e lui capirà “ dzunu kia cristo” , la Pace di Cristo”. E questo il mistero dell’evangelo, la potenza delle grazia del Signore.
Il contenuto forte di questa lettera oltre la riconciliazione, è l’accoglienza comune. Noi come comunità è questa anche la nostra vocazione, accogliere chi si presente alla porta. Ma ci capita di comportarsi come degli ufficiali della pubblica amministrazione in cui il primo impatto con lo straniero non è molto esaltante. Viene spontanea la domanda davanti le persone che vengono dal sud del mondo“ hai bisogno?”,    forse si, ma sarebbe meglio di prenderla come persona a chi è stata annunciata questo  messaggio di pace essendo lontano da te.

Come dicevo all’inizio, la comunità non è solo un’associazione di credenti o un gruppo di persone che si dicono fedeli all’insegnamento del Cristo . Ma essere comunità significa essere il posto in cui lo Spirito è presente, significa essere nuova creazione che si lascia guidare non dalle identità o dalle tradizioni, ma da una realtà al di sopra degli uomini e donne.
La comunità è costruita partendo da Cristo Gesù, la pietra angolare e viene fondata su apostoli e profeti come l’afferma l’Apostolo. Tutto debba ruotare in torno a lui Gesù, il fondamento. Se partiamo da questa dichiarazione , diventiamo bene consapevole che nulla non può essere slegato dal fondamento. Tutte riflessioni che potremmo portare avanti per fare progredire le nostre comunità devono trovare supporto sul fondamento.
Il nostro zelo e l’entusiasmo di volere fare il bene, ci possono portare talvolta fuori binari, ma bisogna sempre ricordarsi del nostro fondamento, della pietra angolare del nostro edificio comune, Gesù Cristo.
Sorelle, fratelli,
noi siamo chiamati ad essere parte integrante di una casa che non solo è fondata su cristo ma che in Cristo diventa casa di Dio, una casa non ancora terminata, ma già solida e stabile. Tocca a me e a te   di portare la nostra pietra all’edificio comune.
Da domenica sera, ci stiamo confrontando sul futuro della nostra casa. Ognuno secondo il suo dono sta portando il suo mattone per contribuire al disegno. Ma alla fine Cristo che ci ha chiamato alla libertà armonizzerà lui.

Amen

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