Di ritorno da uno dei Sinodi più belli, intensi, proficui ed importanti della mia piccola esperienza umana e di credente, avevo in mente di redigere un breve resoconto che provasse a dare un’idea del percorso svolto in queste giornate. E lo spunto mi viene dopo aver letto le opinioni espresse da qualcuno fra voi che lamenta una decisione
poco audace sulla questione delle benedizioni di coppie dello stesso sesso, parziale e forse rinnegabile, oltre all’assenza di una parola definitiva sul “peccato di omosessualità”. Insomma un gesto praticamente inutile che non crea diritti. Una montagna che avrebbe partorito un topolino.
Dopo aver vissuto minuto per minuto lo svilupparsi del confronto in ambito sinodale, specchio di approcci teologici, di sensibilità, di maturazione differenti, ero ormai persuaso che la conclusione di tale dibattito sarebbe stata di apertura in senso generale, salvo rimandare ad una decisione definitiva e circostanziata ad una delle prossime sessioni.
Grande alla fine è stato lo stupore, credo paradossalmente anche nei votanti, nel constatare come l’ordine del giorno in esame sia stato approvato da una maggioranza dalle proporzioni inaspettatamente ampie.
Ritenere che questo risultato fosse facilmente raggiungibile da questo Sinodo non tiene conto dello stato di riflessione e maturazione al riguardo nelle nostre chiese.
Aver sancito che da oggi le nostre comunità possono accogliere da parte di una coppia omosentimentale la richiesta di condividere il proprio percorso di vita, invocando su di esso la benedizione di Dio, lo ritengo, personalmente, epocale e rivoluzionario.
Con questo gesto – comunitario – si supera a mio parere la visione, concedetemi ipocrita, che fino ad oggi ha determinato l’accoglienza delle persone omosessuali nelle chiese e nella società. La doppia morale secondo la quale si accoglie l’omosessuale ma si condanna l’omosessualità è definitivamente superata nel momento in cui si considerano i percorsi affettivi dei e delle credenti degni di essere guardati benevolmente da Dio a prescindere dalle identità di genere delle persone che compongono la coppia.
La parola definitiva sul peccato di omosessualità è intrinseca ed implicita nell’accettazione del vissuto omosessuale. Da oggi le nostre chiese non si limiteranno ad accogliere persone a cui tacitamente fino a ieri si poteva negare di vivere ciò che si è, ma le identità non si potranno più scindere dalle esplicitazioni d’amore a cui siamo portati come esseri umani e chiamati come cristiani.
In un certo senso giungere a questa conclusione sostanziandola da una risposta teologica dettagliata e puntuale, un correttivo ecclesiologico laddove occorra, ed un progetto liturgico uniforme come alcuni chiedevano avrebbe, forse, semplificato il dibattito e favorito la risposta, salvo obbligatoriamente ritardarla, e l’avrebbe resa probabilmente più inattaccabile, sia dall’interno che dall’esterno. Per questo, a maggior ragione, ritengo che l’aver deciso di pronunciarsi oggi, anche se in modo perfettibile e magari incompleto, sia da leggere come un atto di fede.
Un atto di fede che riflette la presenza forte dello Spirito sull’assemblea che l’ha sancito e che richiederà obbligatoriamente un ulteriore percorso, un supplemento di studio, una legenda e un’applicazione condivisi, anche se nel rispetto delle sensibilità e delle velocità di tutt* ed ognun*. In questo non leggo debolezza ma anzi forza.
Sono convinto che qualsiasi società, anche quelle ecclesiastiche, abbiano bisogno di leggi per garantire la convivenza, di regole per educare, ma sono altresì persuaso che queste per avere davvero senso e piena applicazione non possano prescindere da processi culturali, spesso meno immediati ma fondamentali quanto i primi. Questo ordine del giorno riflette questa doppia esigenza. Dare un indirizzo, una norma e offrire il tempo per la piena assimilazione, comprensione ed attuazione della stessa.
E’ vero. Questo gesto non tutelerà nulla e nessuno, non crea diritti nè può farlo: è la società civile chiamata a rispondere a queste istanze. D’altra parte attraverso esso si ridona dignità alla persona umana: a questo, io credo, siamo chiamati come cristian* e credenti.
E’ vera un’altra cosa. Questo passo non mette un punto a capo sulla questione. Non c’è la parola fine come qualcuno lamenta. Anzi, se proprio vogliamo, più che dell’approdo al termine di un viaggio siamo in presenza di un varo o meglio ancora di uno dei tanti attracchi lungo la navigazione. A tal proposito mi piace riprendere, come suggerito da un intervento sinodale, il simbolo e lo slogan attraverso cui la United Church of Christ d’America sta svolgendo una massiccia campagna di evangelizzazione. Il simbolo è la “virgola” e lo slogan recita “Dio sta ancora parlando”. Ispirato dall’attrice e cantante Gracie Allen (1895-1964) che disse: “Mai mettere un punto dove Dio ha messo una virgola”, la campagna ci ricorda come Dio abbia sì parlato, ma anche come lo stia ancora facendo.
Io amo gli spiriti critici, sono uno spirito critico, spesso fortemente critico. Tutto inoltre è perfettibile, ma dopo questo passo mi pare davvero improprio essere così negativi verso chi ha portato avanti in questi anni con alterni sentimenti ed entusiasmi questa riflessione nelle chiese, che vi posso assicurare non ha svenduto l’anima per un piatto di lenticchie, e le chiese stesse nelle persone dei delegati e delle delegate al Sinodo, che in pochi giorni hanno saputo maturare una decisione così audace e profetica da, spero, contaminare presto l’animo di coloro che ancora non si sentono pront* a capire ed accettare, oltre che germinare in una società sempre meno laica e di diritto quale quella in cui viviamo.
Che il topolino abbia spostato una montagna?






2 commenti
Grazie per il contributo Henry! Io sono tra quelli che avrebbe voluto una parola chiara che dicesse ‘l’omosessualità non è un peccato’, ma sono d’accordo con te nel ritenere un gesto ‘profetico’ importante l’ODG approvato al Sinodo. Sperando che sia un punto di partenza per fare il molto lavoro che resta…
Prima di leggere chi ne era l’autore ,ho letto con molta attenzione l’articolo che, più procedevo nella sua lettura, più mi pareva oltremodo saggio tanto da non sapere cosa rispondere se non condividere ciò che veniva detto,risultato, certamente, di una lunga ed approfondita riflettione cristiana. Alla fine ho scoperto che eri tu, e ti ho molto apprezzato.
zipi