Le proteste continuano…
Radio Beckwith evangelica

Le manifestazioni e le proteste in Egitto continuano, in questo momento i dimostranti, accampati da giorni in Piazza Tahrir, stanno cercando di disporsi in modo da formare le lettere di una parola sola: “Irhal”, cioè “vattene”, ovviamente rivolta a Mubarak. Questo è quello che tutti gli egiziani ripetono instancabilmente da giorni, in piazza, nelle tv, nei giornali. Non mollano e non molleranno finché Mubarak non se ne andrà con tutta la sua banda. Ma il regime resta completamente sordo, così ogni giorno i dimostranti alzano il tiro: ieri hanno preso l’iniziativa di formare un comitato per preparare un governo di unità nazionale, oggi invitano allo sciopero nazionale e a una marcia di milioni di persone per domani. Il regime reagisce estendendo il coprifuoco (in vigore ormai dalle 15 alle 8 di mattina) che nessuno rispetta.

L’esercito mantiene la sua posizione neutrale, ma sono sempre più numerosi gli episodi di fraternizzazione con i dimostranti. Si dice che El Baradei abbia aperto un dialogo con l’esercito. Ieri, un poliziotto della polizia segreta ha aperto il fuoco sulla folla di Piazza Tahrir e l’esercito ha risposto, poi l’ha arrestato. Per fortuna, comunque, la giornata di ieri non ha contato molti morti e feriti.

Secondo le notizie, oggi la polizia dovrebbe tornare in strada a fare il suo lavoro. Vedremo come si comporteranno.

Questa mattina il giornale “Al-Youm al-Sabiaa” è riapparso su internet, scusandosi (figuriamoci!) per la forzata sospensione del servizio di molti giorni. Dopo molte “estenuanti manovre tecnologiche” – come scrivono – sono riusciti a riconnettersi al web da Alessandria! E’ un grande sollievo, dato che il sito web di questo giornale è il più seguito nel mondo arabo.

Anche Al-Jazeera, oggi, è riuscita a recuperare molte immagini di quanto successo durante il “Venerdì della collera”, cioè venerdì 28 gennaio. Non sono di grande qualità, ma molto eloquenti nel far capire sia l’estensione della mobilitazione in Egitto, sia chi sia stato realmente a iniziare le violenze. Le immagini, che Al-Jazeera mostra senza commento, fanno vedere la gente che prega in strada sotto il getto potente degli idranti, senza farsi smuovere. Del tutto pacificamente, ma con determinazione, non indietreggiano, mentre la polizia getta loro addosso acqua, gas lacrimogeni e uno strano liquido rosso. Si vedono gruppi di persone che spingono a mani nude i blindati per farli indietreggiare, mentre questi non si curano di chi sta loro intorno e li investono con manovre sconsiderate.

La cosa che colpisce, però, è la luce di felicità sul volto dei dimostranti. Non ho mai visto gli egiziani così felici! E nonostante la repressione a cui sono sottoposti. I loro volti mostrano una collera calma e lucida, una gioia interiore per essersi finalmente liberati della paura, una consapevolezza profonda di quel che stanno facendo e anche una gran civiltà. Alcuni dimostranti si sono persino messi a pulire le strade dopo gli scontri, cosa che – permettetemi un po’ di malizia! – nei giorni normali non facevano! Sia quel che sia, c’è grande voglia di occuparsi di nuovo del proprio paese.

In questo panorama, spiccano le posizioni delle massime autorità religiose (di quelle di alcuni governi occidentali e di Israele non voglio nemmeno parlare). Ieri lo sceicco di Al-Azhar e il papa copto Shenouda hanno entrambi rinnovato la fiducia a Mubarak. Del resto, prima degli scontri di venerdì, la chiesa copta aveva indetto una messa straordinaria per pregare per l’Egitto e poi aveva invitato tutti i cristiani a chiudersi in casa e non partecipare alle dimostrazioni. Ma i giovani musulmani e cristiani fanno di testa loro, anzi ieri è stata data la notizia dell’invio di molte email a Papa Shenouda, da parte di molti cristiani, che chiedono che lui si limiti a fare la guida spirituale e non politica. Lo scollamento tra società e istituzioni religiose in Egitto si fa sempre più profondo. Manca solo il pronunciamento delle confraternite sufi, molto conservatrici, che in passato hanno sempre chiamato alla non partecipazione alle proteste contro il governo.

Le manifestazioni e le proteste in Egitto continuano, in questo momento i dimostranti, accampati da giorni in Piazza Tahrir, stanno cercando di disporsi in modo da formare le lettere di una parola sola: "Irhal", cioè "vattene", ovviamente rivolta a Mubarak. Questo è quello che tutti gli egiziani ripetono instancabilmente da giorni, in piazza, nelle tv, nei giornali. Non mollano e non molleranno finché Mubarak non se ne andrà con tutta la sua banda. Ma il regime resta completamente sordo, così ogni giorno i dimostranti alzano il tiro: ieri hanno preso l'iniziativa di formare un comitato per preparare un governo di unità nazionale, oggi invitano allo sciopero nazionale e a una marcia di milioni di persone per domani. Il regime reagisce estendendo il coprifuoco (in vigore ormai dalle 15 alle 8 di mattina) che nessuno rispetta. L'esercito mantiene la sua posizione neutrale, ma sono sempre più numerosi gli episodi di fraternizzazione con i dimostranti. Si dice che El Baradei abbia aperto un dialogo con l'esercito. Ieri, un poliziotto della polizia segreta ha aperto il fuoco sulla folla di Piazza Tahrir e l'esercito ha risposto, poi l'ha arrestato. Per fortuna, comunque, la giornata di ieri non ha contato molti morti e feriti. Secondo le notizie, oggi la polizia dovrebbe tornare in strada a fare il suo lavoro. Vedremo come si comporteranno. Questa mattina il giornale "Al-Youm al-Sabiaa" è riapparso su internet, scusandosi (figuriamoci!) per la forzata sospensione del servizio di molti giorni. Dopo molte "estenuanti manovre tecnologiche" - come scrivono - sono riusciti a riconnettersi al web da Alessandria! E' un grande sollievo, dato che il sito web di questo giornale è il più seguito nel mondo arabo. Anche Al-Jazeera, oggi, è riuscita a recuperare molte immagini di quanto successo durante il "Venerdì della collera", cioè venerdì 28 gennaio. Non sono di grande qualità, ma molto eloquenti nel far capire sia l'estensione della mobilitazione in Egitto, sia chi sia stato realmente a iniziare le violenze. Le immagini, che Al-Jazeera mostra senza commento, fanno vedere la gente che prega in strada sotto il getto potente degli idranti, senza farsi smuovere. Del tutto pacificamente, ma con determinazione, non indietreggiano, mentre la polizia getta loro addosso acqua, gas lacrimogeni e uno strano liquido rosso. Si vedono gruppi di persone che spingono a mani nude i blindati per farli indietreggiare, mentre questi non si curano di chi sta loro intorno e li investono con manovre sconsiderate. La cosa che colpisce, però, è la luce di felicità sul volto dei dimostranti. Non ho mai visto gli egiziani così felici! E nonostante la repressione a cui sono sottoposti. I loro volti mostrano una collera calma e lucida, una gioia interiore per essersi finalmente liberati della paura, una consapevolezza profonda di quel che stanno facendo e anche una gran civiltà. Alcuni dimostranti si sono persino messi a pulire le strade dopo gli scontri, cosa che - permettetemi un po' di malizia! - nei giorni normali non facevano! Sia quel che sia, c'è grande voglia di occuparsi di nuovo del proprio paese. In questo panorama, spiccano le posizioni delle massime autorità religiose (di quelle di alcuni governi occidentali e di Israele non voglio nemmeno parlare). Ieri lo sceicco di Al-Azhar e il papa copto Shenouda hanno entrambi rinnovato la fiducia a Mubarak. Del resto, prima degli scontri di venerdì, la chiesa copta aveva indetto una messa straordinaria per pregare per l'Egitto e poi aveva invitato tutti i cristiani a chiudersi in casa e non partecipare alle dimostrazioni. Ma i giovani musulmani e cristiani fanno di testa loro, anzi ieri è stata data la notizia dell'invio di molte email a Papa Shenouda, da parte di molti cristiani, che chiedono che lui si limiti a fare la guida spirituale e non politica. Lo scollamento tra società e istituzioni religiose in Egitto si fa sempre più profondo. Manca solo il pronunciamento delle confraternite sufi, molto conservatrici, che in passato hanno sempre chiamato alla non partecipazione alle proteste contro il governo.