La settimana della resistenza
Radio Beckwith evangelica

Da oggi è iniziata quella che è già stata soprannominata “la settimana della resistenza”. I giovani hanno rifiutato ogni invito a lasciare la piazza, anche quello dell’esercito. Hanno troppa paura che, se vanno via, tutto resterà come prima e loro saranno spazzati via nel silenzio dalla vendetta del regime. La rivoluzione, oggi, ha registrato il sostegno ufficiale del sindacato degli avvocati e dei maggiori intellettuali del paese, che hanno rilasciato una dichiarazione congiunta in loro appoggio. Ieri, un famoso musicista, malato di cuore, ha voluto a tutti i costi partecipare alla grande manifestazione del “venerdì della partenza”, poi ha avuto una crisi cardiaca ed è morto, cosa che ha molto commosso. Questa rivoluzione ha veramente mobilitato tutti, in un modo o nell’altro nessuno può semplicemente stare a guardare.
Domani si ritorna in piazza per una massiccia manifestazione, durante la quale i cristiani che stanno dimostrando (Papa Shenouda si metta pure l’anima in pace) terranno la messa della domenica, proprio come i loro compagni musulmani, ieri, hanno effettuato la preghiera del venerdì, preceduta dalla khutba.

Comunque, la situazione in Egitto resta estremamente complessa. Secondo Osama, che mi tiene sempre aggiornata, la questione sta tutta nel modo in cui avrà fine questa rivoluzione, che – lui dice – non ha precedenti nella storia dell’Egitto. Nemmeno quella del 1952, con Nasser e gli “ufficiali liberi”, è paragonabile, perché aveva carattere militare, mentre quella attuale ha visto la gente a uscire in strada, con la forza della sola volontà e della voce. Sempre secondo Osama, la vera incognita è l’esercito, che dall’inizio è rimasto su una posizione neutrale, anche se, sotto sotto, è diventato strumento del regime, permettendogli di usare ogni mezzo per restare al potere. Ma se l’esercito decidesse di intervenire, sulla base della fiducia che gli egiziani ripongono in esso, chi dice che terrebbero il potere solo per un tempo determinato? E se poi instaurassero un altro regime militare, ripetendo quel che successe nel 1952? Dubbi più che legittimi… Osama dice ancora che l’unica cosa sicura è che l’attuale regime guidato da Mubarak non resisterà, né avrà successo con i suoi finti tentativi di dialogo. Questa situazione di stallo rafforza molto l’ipotesi di un intervento dell’esercito, ma ciò che veramente preoccupa è quando interverrà, perché ogni giorno che passa fa scivolare il paese verso la guerra civile. E ogni giorno che passa, il regime tenta di distruggere ogni cosa per poter dire di essere l’unica garanzia di sicurezza. Ciò che è successo oggi ad Arish, secondo Osama, ossia l’incendio al gasdotto che trasportava il gas verso la Giordania, è un messaggio del regime e dei suoi apparati per fare pressioni all’interno e all’esterno del paese, e ce ne saranno ancora altri.

Ho sentito anche Montasser, scrittore e professore universitario, che mi ha confermato che nessuno sa come andranno a finire le cose, niente è chiaro. Anche la vita normale non è affatto normale. Dovrebbe riprendere a lavorare la prossima settimana, ma in realtà è difficile prevedere cosa succederà da un giorno all’altro. Per fortuna, comunque, lui sta bene. Spera fortemente che le cose volgano al meglio, perché – dice – dal 25 gennaio in Egitto si respira uno spirito veramente diverso, che non va sprecato. Solo che il regime gioca a perdere tempo, questo è ben chiaro a tutti, e il rischio è che questo spirito si spenga. Più il tempo passa, più c’è questo rischio. Infine, mi informa che la sicurezza della città è molto migliorata rispetto alla scorsa settimana, anche se si sentono ancora notizie di violenze e aggressioni. Probabilmente dipenderà anche dai quartieri…

Intanto, anche l’economia dell’Egitto va a picco…

Da oggi è iniziata quella che è già stata soprannominata "la settimana della resistenza". I giovani hanno rifiutato ogni invito a lasciare la piazza, anche quello dell'esercito. Hanno troppa paura che, se vanno via, tutto resterà come prima e loro saranno spazzati via nel silenzio dalla vendetta del regime. La rivoluzione, oggi, ha registrato il sostegno ufficiale del sindacato degli avvocati e dei maggiori intellettuali del paese, che hanno rilasciato una dichiarazione congiunta in loro appoggio. Ieri, un famoso musicista, malato di cuore, ha voluto a tutti i costi partecipare alla grande manifestazione del "venerdì della partenza", poi ha avuto una crisi cardiaca ed è morto, cosa che ha molto commosso. Questa rivoluzione ha veramente mobilitato tutti, in un modo o nell'altro nessuno può semplicemente stare a guardare. Domani si ritorna in piazza per una massiccia manifestazione, durante la quale i cristiani che stanno dimostrando (Papa Shenouda si metta pure l'anima in pace) terranno la messa della domenica, proprio come i loro compagni musulmani, ieri, hanno effettuato la preghiera del venerdì, preceduta dalla khutba. Comunque, la situazione in Egitto resta estremamente complessa. Secondo Osama, che mi tiene sempre aggiornata, la questione sta tutta nel modo in cui avrà fine questa rivoluzione, che - lui dice - non ha precedenti nella storia dell'Egitto. Nemmeno quella del 1952, con Nasser e gli "ufficiali liberi", è paragonabile, perché aveva carattere militare, mentre quella attuale ha visto la gente a uscire in strada, con la forza della sola volontà e della voce. Sempre secondo Osama, la vera incognita è l'esercito, che dall'inizio è rimasto su una posizione neutrale, anche se, sotto sotto, è diventato strumento del regime, permettendogli di usare ogni mezzo per restare al potere. Ma se l'esercito decidesse di intervenire, sulla base della fiducia che gli egiziani ripongono in esso, chi dice che terrebbero il potere solo per un tempo determinato? E se poi instaurassero un altro regime militare, ripetendo quel che successe nel 1952? Dubbi più che legittimi... Osama dice ancora che l'unica cosa sicura è che l'attuale regime guidato da Mubarak non resisterà, né avrà successo con i suoi finti tentativi di dialogo. Questa situazione di stallo rafforza molto l'ipotesi di un intervento dell'esercito, ma ciò che veramente preoccupa è quando interverrà, perché ogni giorno che passa fa scivolare il paese verso la guerra civile. E ogni giorno che passa, il regime tenta di distruggere ogni cosa per poter dire di essere l'unica garanzia di sicurezza. Ciò che è successo oggi ad Arish, secondo Osama, ossia l'incendio al gasdotto che trasportava il gas verso la Giordania, è un messaggio del regime e dei suoi apparati per fare pressioni all'interno e all'esterno del paese, e ce ne saranno ancora altri. Ho sentito anche Montasser, scrittore e professore universitario, che mi ha confermato che nessuno sa come andranno a finire le cose, niente è chiaro. Anche la vita normale non è affatto normale. Dovrebbe riprendere a lavorare la prossima settimana, ma in realtà è difficile prevedere cosa succederà da un giorno all'altro. Per fortuna, comunque, lui sta bene. Spera fortemente che le cose volgano al meglio, perché - dice - dal 25 gennaio in Egitto si respira uno spirito veramente diverso, che non va sprecato. Solo che il regime gioca a perdere tempo, questo è ben chiaro a tutti, e il rischio è che questo spirito si spenga. Più il tempo passa, più c'è questo rischio. Infine, mi informa che la sicurezza della città è molto migliorata rispetto alla scorsa settimana, anche se si sentono ancora notizie di violenze e aggressioni. Probabilmente dipenderà anche dai quartieri... Intanto, anche l'economia dell'Egitto va a picco...