"Anche se il somaro è testardo, noi siamo più testardi del somaro"
Radio Beckwith evangelica

Come sempre, ci sarebbero tanti fatti nuovi da raccontare, ad esempio l’incarcerazione di tre ex ministri o il fiorire di innumerevoli partiti, sull’onda dell’entusiasmo per la partecipazione alla nuova vita democratica che ha investito tutti quanti. Tuttavia oggi vorrei fare un pausa per parlare di uno degli aspetti più belli e caratteristici della rivoluzione egiziana.

Un cartello satirico

Dall’inizio delle rivolte si è visto di tutto: manifestazioni non-violente, resistenza alle aggressioni, rabbia urlata, marce, feste, musica, balli, spettacoli… Un tempo per ogni cosa. Ma per una cosa sola c’è sempre stato il tempo, anche nei momenti più bui: l’umorismo. Si sa che gli egiziani sono noti, tra gli arabi, per essere quelli che più amano lo scherzo, attraverso il quale esprimono tutto ciò che non è (era!) possibile esprimere altrimenti. L’umorismo è parte integrante della vita degli egiziani, che riescono a ridere anche delle situazioni più disperate. Il modo di scherzare degli egiziani, però, è ben lontano dallo humour inglese, che spesso non capiscono, scambiandolo per un’offesa. Preferiscono le barzellette, le storielle buffe, gli aneddoti, la blanda presa in giro che però coglie nel segno. Le battute egiziane non sono pugnalate dirette, a volte paiono persino troppo tenere agli occidentali cinici e disincantati, però possiedono qualcosa di indefinibile che fa ridere di gusto.

Ebbene, la rivoluzione egiziana è stata veramente egiziana anche in tal senso. La gente non ha perso il buonumore e lo spirito gioioso nemmeno durante i terribili giorni in cui i baltagheya attaccavano brutalmente i giovani di piazza Tahrir, o quando sembrava che lo scontro con l’esercito fosse inevitabile. Infatti, è stato riportato il tweet di una ragazza che, al termine dell’ultimo discorso di Mubarak, in cui annunciava che non si sarebbe mai dimesso, diceva testualmente: “Il Ministero della Salute è stato informato che 80 milioni di egiziani sono stati colti da paralisi contemporaneamente!”.

Gli egiziani si sono davvero sbizzarriti, con slogan, cartelli, scenette improvvisate, tanto che la BBC ha dedicato un servizio apposito sull’argomento. Ad esempio, quando Mubarak si ostinava a non andarsene, sono comparsi diversi cartelli con la scritta “irhal” (vattene), scritto però al contrario. Il commento che stava sotto era “forse così lo capisci meglio!”. Oppure “Vattene, che mi fa male la mano!”, sottinteso “a tenere il cartello”. O sulla falsariga di questo: “Vattene, che devo sposarmi”, o ancora “Vattene, che mi mia moglie non mi vede da giorni e si arrabbia!”. Un altro cartello, invece, mostrava un codice a barre con vicino la scritta: “Data di scadenza: 25 gennaio 2011”. Un altro suggeriva: “Per contattare Gamal Mubarak via internet: www.Gamal_Corruzione@eg.com”. Poi c’erano i cartelli allusivi: “Anche se il somaro è testardo, noi siamo più testardi del somaro”, e indovinate chi era il somaro (A proposito di somari, la sapete quella che dice: “Che cos’è che separa gli egiziani dai somari?”. Risposta: “Il Mar Rosso!”. Se non l’avete capita date un’occhiata alla cartina, i somari sono i sauditi, tradizionale bersaglio delle barzellette egiziane che li dipingono sempre come “beduini” arricchiti, beduini nel senso di gente rozza).

Il cartello MuuhBarak

Restando in tema di animali, i cartelli hanno spesso preso in giro la somiglianza di Mubarak con una mucca. Date un’occhiata alle foto che vi allego. In una compare la faccia di Mubarak sulla scatola di formaggini “La Vache qui rit”. I maliziosi egiziani avevano anche sparso la voce che Mubarak avesse ordinato il ritiro del prodotto…  Nell’altra foto invece c’è scritto: “La Vache qui rit: Muuuuuuubarak”. E ce n’erano altri del genere, con mille variazioni sul tema.

Un altro cartello diceva invece: “Non importa se vai o se resti, a me piace la gente di qua e non me ne vado!”. Un pensiero comune a tutti i manifestanti, credo…

Ma i miei due cartelli preferiti sono quelli comparsi dopo le dimissioni di Mubarak. Il primo dice più o meno: “Torna Presidente, sei su Candid Camera!”. Il secondo, invece, dice: “E’ passata una settimana, Presidente, e nemmeno una telefonata!”. Assolutamente irresistibile!

E come non parlare della sessione di dhikr (una pratica sufi in cui si ripete il nome di Dio al movimento ritmico del corpo) inscenata da qualcuno nel bel mezzo di piazza Tahrir? Solo che invece di pronunciare Allah!, gli “attori” ripetevano, in estasi: irhal!, vattene.

E tutto ciò non è che una piccola parte dell’umorismo che si è sfogato nella rivoluzione. Forse è grazie a questo spirito che sono riusciti nella grande impresa, pacificamente.

Come sempre, ci sarebbero tanti fatti nuovi da raccontare, ad esempio l'incarcerazione di tre ex ministri o il fiorire di innumerevoli partiti, sull'onda dell'entusiasmo per la partecipazione alla nuova vita democratica che ha investito tutti quanti. Tuttavia oggi vorrei fare un pausa per parlare di uno degli aspetti più belli e caratteristici della rivoluzione egiziana. [caption id="attachment_83" align="alignright" width="198"] Un cartello satirico[/caption] Dall'inizio delle rivolte si è visto di tutto: manifestazioni non-violente, resistenza alle aggressioni, rabbia urlata, marce, feste, musica, balli, spettacoli... Un tempo per ogni cosa. Ma per una cosa sola c'è sempre stato il tempo, anche nei momenti più bui: l'umorismo. Si sa che gli egiziani sono noti, tra gli arabi, per essere quelli che più amano lo scherzo, attraverso il quale esprimono tutto ciò che non è (era!) possibile esprimere altrimenti. L'umorismo è parte integrante della vita degli egiziani, che riescono a ridere anche delle situazioni più disperate. Il modo di scherzare degli egiziani, però, è ben lontano dallo humour inglese, che spesso non capiscono, scambiandolo per un'offesa. Preferiscono le barzellette, le storielle buffe, gli aneddoti, la blanda presa in giro che però coglie nel segno. Le battute egiziane non sono pugnalate dirette, a volte paiono persino troppo tenere agli occidentali cinici e disincantati, però possiedono qualcosa di indefinibile che fa ridere di gusto. Ebbene, la rivoluzione egiziana è stata veramente egiziana anche in tal senso. La gente non ha perso il buonumore e lo spirito gioioso nemmeno durante i terribili giorni in cui i baltagheya attaccavano brutalmente i giovani di piazza Tahrir, o quando sembrava che lo scontro con l'esercito fosse inevitabile. Infatti, è stato riportato il tweet di una ragazza che, al termine dell'ultimo discorso di Mubarak, in cui annunciava che non si sarebbe mai dimesso, diceva testualmente: "Il Ministero della Salute è stato informato che 80 milioni di egiziani sono stati colti da paralisi contemporaneamente!". Gli egiziani si sono davvero sbizzarriti, con slogan, cartelli, scenette improvvisate, tanto che la BBC ha dedicato un servizio apposito sull'argomento. Ad esempio, quando Mubarak si ostinava a non andarsene, sono comparsi diversi cartelli con la scritta "irhal" (vattene), scritto però al contrario. Il commento che stava sotto era "forse così lo capisci meglio!". Oppure "Vattene, che mi fa male la mano!", sottinteso "a tenere il cartello". O sulla falsariga di questo: "Vattene, che devo sposarmi", o ancora "Vattene, che mi mia moglie non mi vede da giorni e si arrabbia!". Un altro cartello, invece, mostrava un codice a barre con vicino la scritta: "Data di scadenza: 25 gennaio 2011". Un altro suggeriva: "Per contattare Gamal Mubarak via internet: www.Gamal_Corruzione@eg.com". Poi c'erano i cartelli allusivi: "Anche se il somaro è testardo, noi siamo più testardi del somaro", e indovinate chi era il somaro (A proposito di somari, la sapete quella che dice: "Che cos'è che separa gli egiziani dai somari?". Risposta: "Il Mar Rosso!". Se non l'avete capita date un'occhiata alla cartina, i somari sono i sauditi, tradizionale bersaglio delle barzellette egiziane che li dipingono sempre come "beduini" arricchiti, beduini nel senso di gente rozza). [caption id="attachment_84" align="alignleft" width="300"] Il cartello MuuhBarak[/caption] Restando in tema di animali, i cartelli hanno spesso preso in giro la somiglianza di Mubarak con una mucca. Date un'occhiata alle foto che vi allego. In una compare la faccia di Mubarak sulla scatola di formaggini "La Vache qui rit". I maliziosi egiziani avevano anche sparso la voce che Mubarak avesse ordinato il ritiro del prodotto...  Nell'altra foto invece c'è scritto: "La Vache qui rit: Muuuuuuubarak". E ce n'erano altri del genere, con mille variazioni sul tema. Un altro cartello diceva invece: "Non importa se vai o se resti, a me piace la gente di qua e non me ne vado!". Un pensiero comune a tutti i manifestanti, credo... Ma i miei due cartelli preferiti sono quelli comparsi dopo le dimissioni di Mubarak. Il primo dice più o meno: "Torna Presidente, sei su Candid Camera!". Il secondo, invece, dice: "E' passata una settimana, Presidente, e nemmeno una telefonata!". Assolutamente irresistibile! E come non parlare della sessione di dhikr (una pratica sufi in cui si ripete il nome di Dio al movimento ritmico del corpo) inscenata da qualcuno nel bel mezzo di piazza Tahrir? Solo che invece di pronunciare Allah!, gli "attori" ripetevano, in estasi: irhal!, vattene. E tutto ciò non è che una piccola parte dell'umorismo che si è sfogato nella rivoluzione. Forse è grazie a questo spirito che sono riusciti nella grande impresa, pacificamente.