Un regime che non se ne vuole andare
Radio Beckwith evangelica

clima duro in Egitto in questi giorni. Dopo la repressione violenta di alcuni manifestanti, lo scorso venerdì notte, in cui la polizia militare ha anche usato i manganelli elettrici, alcune migliaia di persone sono tornate in piazza Tahrir per chiedere le dimissioni di Shafiq. Ieri sera molti tweet invitavano a tornare in piazza e a ripiantare le tende. Parlavano anche di fitte contrattazioni con l’esercito per riaccendere tutti i lampioni della piazza, perché è stato soprattutto grazie all’oscurità che i manifestanti hanno potuto essere aggrediti. L’esercito si era scusato per le violenze, tuttavia aveva anche avvertito i manifestanti di fare attenzione agli infiltrati che vogliono rovinare la rivoluzione. Dove sta la verità? Ci sono veramente degli infiltrati tra i manifestanti, ora che la massa di persone in piazza è diminuita in maniera consistente e non c’è più un servizio d’ordine popolare che controlli chi entra e chi esce? Probabile. Oppure è l’esercito che non ha più il controllo di tutti i suoi elementi? Probabile anche questo.

Un altro incidente che ieri sera ha fatto parlare molto è stato lo scontro tra Ahmed Shafiq, primo ministro, e Mahmud Saad, noto conduttore televisivo del programma “Misr Innaharda”, molto apprezzato per aver appoggiato la rivoluzione tunisina e poi quella egiziana. Mahmud Saad, saputo che avrebbe dovuto ospitare forzatamente, nel suo programma, il primo ministro Shafiq, ha dato le dimissioni dalla tv egiziana, lasciando il primo ministro con un palmo di naso. Shafiq ha poi partecipato telefonicamente a un altro programma serale per dare la sua versione dei fatti. Ha detto che nessuno ha imposto la sua presenza al programma, ma era stato invitato. Inoltre, Mahmud Saad si sarebbe dimesso solo per questioni di soldi, perché il suo stipendio sarebbe presto stato drasticamente ridotto. Non c’è bisogno di dire che gli egiziani non hanno dato nessun credito alle parole di Shafiq, lo stesso che, mentre i manifestanti venivano brutalmente aggrediti, si scusava per le violenze, dicendo che non ne era al corrente. Bastava accendere la televisione. Comunque, questo episodio è significativo del clima che si vive in Egitto. Decapitata la testa del regime, il resto del corpo si muove ancora e morde, e ciascuno deve combatterlo nel proprio ambito di vita o di lavoro.

Oggi la commissione costituzionale ha consegnato la versione definitiva della proposta di emendamento della Costituzione. L’opinione pubblica e specialistica, come i giudici, stanno esaminando la proposta. Com’era ovvio, le restrizioni sulla nazionalità del candidato, e persino della moglie del candidato, hanno suscitato commenti indignati. Ieri sera, su Twitter, i commenti a caldo erano abbastanza netti: queste restrizioni avrebbero impedito persino a un grande personaggio della storia egiziana come Taha Hussein di candidarsi, perché sposato a una straniera. E pensare che l’Egitto moderno si deve all’opera di Muhammad Ali, un albanese! I giovani sono tutti d’accordo nel dire che una restrizione del genere è una forma di discriminazione.

Per quanto riguarda l’incidente di Wadi Natrun, oltre alla condanna generale sui giornali e in piazza, non si riscontra nessun progresso nelle indagini, sempre che ci siano davvero delle indagini in corso. Ho ricevuto ieri sera (grazie Gisela!) una lettera proveniente da un vescovo copto, ora residente in Germania, originario del monastero di Anba Bishoi. Racconta la testimonianza dei suoi amici monaci e dice che, dopo il ritiro della polizia che stava a guardia del monastero, i monaci hanno deciso di costruire un muro di protezione per difendersi da eventuali attacchi, specie dopo l’evasione di numerosi prigionieri dalla prigione non lontana. Poi, qualche giorno fa, hanno visto avvicinarsi i bulldozer dell’esercito che hanno buttato giù il muro. Per ragioni del tutto incomprensibili, hanno anche sparato, uccidendo un monaco e ferendone altri, mentre uno di loro è stato arrestato e ora risulta disperso. Che cosa vuol dire tutto ciò?

Anche Wael oggi mi ha confermato che la situazione, in questo momento,  è molto confusa, per niente stabile. Nessuno sa esattamente come evolveranno le cose, perché – dice – il regime, in fondo, è ancora tutto là. Ma tutti sono impegnati comunque nel grande sforzo di smantellarlo pezzo a pezzo. La determinazione non manca di certo.

Sì, il vecchio regime c’è ancora e i giovani hanno ragione a voler tornare in piazza. La battaglia è appena cominciata, ma oggi, a rinfrancare gli animi, è giunta la notizia delle dimissioni di Ghannouchi, il premier tunisino, dopo le forti proteste di questi giorni. Gli egiziani l’hanno preso come un ottimo presagio: prima Ben Ali, poi Mubarak, prima Ghannouchi, poi Shafiq. Subito è girata la battuta che dice: “Ghannouchi, dài qualche ripetizione a Shafiq, per aiutarlo a scrivere la sua lettera di dimissioni!” Certo – ha aggiunto a qualcuno più amaramente – ma solo dopo che avrà eliminato tutte le prove che potrebbero portare a processo lui e la sua cricca. Ormai, comunque, è chiaro che quanto succede in Tunisia e in Libia è considerato cosa degli egiziani, tanto quanto ciò che succede in Egitto. La foto dell’articolo ne è una prova ulteriore.

clima duro in Egitto in questi giorni. Dopo la repressione violenta di alcuni manifestanti, lo scorso venerdì notte, in cui la polizia militare ha anche usato i manganelli elettrici, alcune migliaia di persone sono tornate in piazza Tahrir per chiedere le dimissioni di Shafiq. Ieri sera molti tweet invitavano a tornare in piazza e a ripiantare le tende. Parlavano anche di fitte contrattazioni con l'esercito per riaccendere tutti i lampioni della piazza, perché è stato soprattutto grazie all'oscurità che i manifestanti hanno potuto essere aggrediti. L'esercito si era scusato per le violenze, tuttavia aveva anche avvertito i manifestanti di fare attenzione agli infiltrati che vogliono rovinare la rivoluzione. Dove sta la verità? Ci sono veramente degli infiltrati tra i manifestanti, ora che la massa di persone in piazza è diminuita in maniera consistente e non c'è più un servizio d'ordine popolare che controlli chi entra e chi esce? Probabile. Oppure è l'esercito che non ha più il controllo di tutti i suoi elementi? Probabile anche questo. Un altro incidente che ieri sera ha fatto parlare molto è stato lo scontro tra Ahmed Shafiq, primo ministro, e Mahmud Saad, noto conduttore televisivo del programma "Misr Innaharda", molto apprezzato per aver appoggiato la rivoluzione tunisina e poi quella egiziana. Mahmud Saad, saputo che avrebbe dovuto ospitare forzatamente, nel suo programma, il primo ministro Shafiq, ha dato le dimissioni dalla tv egiziana, lasciando il primo ministro con un palmo di naso. Shafiq ha poi partecipato telefonicamente a un altro programma serale per dare la sua versione dei fatti. Ha detto che nessuno ha imposto la sua presenza al programma, ma era stato invitato. Inoltre, Mahmud Saad si sarebbe dimesso solo per questioni di soldi, perché il suo stipendio sarebbe presto stato drasticamente ridotto. Non c'è bisogno di dire che gli egiziani non hanno dato nessun credito alle parole di Shafiq, lo stesso che, mentre i manifestanti venivano brutalmente aggrediti, si scusava per le violenze, dicendo che non ne era al corrente. Bastava accendere la televisione. Comunque, questo episodio è significativo del clima che si vive in Egitto. Decapitata la testa del regime, il resto del corpo si muove ancora e morde, e ciascuno deve combatterlo nel proprio ambito di vita o di lavoro. Oggi la commissione costituzionale ha consegnato la versione definitiva della proposta di emendamento della Costituzione. L'opinione pubblica e specialistica, come i giudici, stanno esaminando la proposta. Com'era ovvio, le restrizioni sulla nazionalità del candidato, e persino della moglie del candidato, hanno suscitato commenti indignati. Ieri sera, su Twitter, i commenti a caldo erano abbastanza netti: queste restrizioni avrebbero impedito persino a un grande personaggio della storia egiziana come Taha Hussein di candidarsi, perché sposato a una straniera. E pensare che l'Egitto moderno si deve all'opera di Muhammad Ali, un albanese! I giovani sono tutti d'accordo nel dire che una restrizione del genere è una forma di discriminazione. Per quanto riguarda l'incidente di Wadi Natrun, oltre alla condanna generale sui giornali e in piazza, non si riscontra nessun progresso nelle indagini, sempre che ci siano davvero delle indagini in corso. Ho ricevuto ieri sera (grazie Gisela!) una lettera proveniente da un vescovo copto, ora residente in Germania, originario del monastero di Anba Bishoi. Racconta la testimonianza dei suoi amici monaci e dice che, dopo il ritiro della polizia che stava a guardia del monastero, i monaci hanno deciso di costruire un muro di protezione per difendersi da eventuali attacchi, specie dopo l'evasione di numerosi prigionieri dalla prigione non lontana. Poi, qualche giorno fa, hanno visto avvicinarsi i bulldozer dell'esercito che hanno buttato giù il muro. Per ragioni del tutto incomprensibili, hanno anche sparato, uccidendo un monaco e ferendone altri, mentre uno di loro è stato arrestato e ora risulta disperso. Che cosa vuol dire tutto ciò? Anche Wael oggi mi ha confermato che la situazione, in questo momento,  è molto confusa, per niente stabile. Nessuno sa esattamente come evolveranno le cose, perché - dice - il regime, in fondo, è ancora tutto là. Ma tutti sono impegnati comunque nel grande sforzo di smantellarlo pezzo a pezzo. La determinazione non manca di certo. Sì, il vecchio regime c'è ancora e i giovani hanno ragione a voler tornare in piazza. La battaglia è appena cominciata, ma oggi, a rinfrancare gli animi, è giunta la notizia delle dimissioni di Ghannouchi, il premier tunisino, dopo le forti proteste di questi giorni. Gli egiziani l'hanno preso come un ottimo presagio: prima Ben Ali, poi Mubarak, prima Ghannouchi, poi Shafiq. Subito è girata la battuta che dice: "Ghannouchi, dài qualche ripetizione a Shafiq, per aiutarlo a scrivere la sua lettera di dimissioni!" Certo - ha aggiunto a qualcuno più amaramente - ma solo dopo che avrà eliminato tutte le prove che potrebbero portare a processo lui e la sua cricca. Ormai, comunque, è chiaro che quanto succede in Tunisia e in Libia è considerato cosa degli egiziani, tanto quanto ciò che succede in Egitto. La foto dell'articolo ne è una prova ulteriore.