Il dopo rivoluzione
Radio Beckwith evangelica

Giornata ricca di avvenimenti oggi. Per cominciare, sono finalmente arrivate le dimissioni di Ahmad Shafiq, dopo giorni di insistenti proteste della gente. Era ora! Un altra voce da spuntare dall’elenco di richieste di piazza Tahrir. Ma la buona notizia non finisce qui, perché la scelta del nuovo primo ministro, Essam Sharaf, ha pienamente soddisfatto i manifestanti.

La scarcerazione di Kheyrat al-Shater

Sharaf è un ingegnere nato nel 1952, che in passato è già stato ministro dei trasporti, ma il suo incarico era durato poco, perché aveva dato le dimissioni rifiutando la politica di governo e la corruzione ad essa legata. Sharaf è anche sceso in piazza, i primi di febbraio, per manifestare contro Mubarak, dunque riscuote i favori della piazza senza riserve. Poche ore dopo la notizia della nomina di Sharaf, una battuta all’egiziana già circolava su Twitter, ma con un umorismo che nascondeva felicità: “Coraggio, scendiamo in piazza a manifestare contro Sharaf, che da quando è stato nominato non ha ancora fatto niente!”.
La coalizione del 25 gennaio ha già cancellato i cortei di protesta di domani – un altro magnifico venerdì di piazza – trasformandoli in una nuova grande festa della rivoluzione.

Il giornale al-Youm al-Sabaa, invece, ha pubblicato oggi alcuni documenti che chiariscono la responsabilità dell’ex ministro degli interni Habib al-Adly – girano voci, tra l’altro, che abbia avuto una crisi cardiaca in prigione oggi – nell’attentato di Alessandria di Capodanno. E’ un caso esemplare di come si crea a tavolino un conflitto religioso, dunque è bene continuare a seguire la notizia e parlarne. Dalle carte ritrovate si evince che il ministro aveva un piano per ricattare Papa Shenouda. Il piano prevedeva un’azione violenta contro una chiesa per poi darne la colpa ai vertici della chiesa copta. Le inchieste successive all’incidente avebbero dovuto indirizzarsi verso qualche leader della chiesa copta e il ministro, a questo punto, avrebbe minacciato di rivelare all’opinione pubblica i risultati dell’indagine, a meno che Papa Shenouda non avesse calmato le proteste dei copti, che andavano aumentando, e non avesse abbassato il tono del suo stesso discorso al governo. Al-Adly, per realizzare il suo piano, si sarebbe rivolto a un detenuto islamista, il quale si sarebbe messo in contatto con un membro di Hezbollah e si sarebbe procurato il materiale esplosivo dalla striscia di Gaza. E il piano, fino qui, ha funzionato. Il governo, infatti, pochi giorni dopo l’attentato, aveva gettato la colpa su alcuni movimenti islamisti palestinesi, arrestando una persona come capro espiatorio che, come ha denunciato la famiglia, è stata puntualmente e crudelmente torturata. Poi, però, è scoppiata la rivoluzione… Chissà se la posizione tenuta da Papa Shenouda contro i rivoltosi ha qualcosa a che fare con questo bieco ricatto?

Questa storia, comunque, se verificata, dimostrerebbe bene come e chi produca davvero il conflitto religioso. Solo che le persone che non hanno sufficienti difese culturali finiscono per cadere nella trappola e credere alla realtà di questo conflitto. La scuola pubblica egiziana ci mette del suo, perché i programmi di storia sono del tutto inadeguati, inculcando una visione dei rapporti tra cristianesimo e islam in Egitto a dir poco distorta. E non solo dei rapporti tra cristianesimo e islam, ma anche del popolo egiziano stesso, se vogliamo ascoltare il blogger Sandmonkey, che denuncia come gli egiziani, nei manuali scolastici di storia, siano sempre rappresentati come pacifici e ubbidienti al capo. Raccontare la rivoluzione del 25 gennaio a scuola, come propone il blogger, sarebbe un buon punto di inizio per ri-raccontare l’intera storia egiziana in maniera non addomesticata. L’Università Americana, intanto, ha già cominciato a farlo.

Su un altro versante, continuano le indagini su corruzioni e violenze. La Procura Generale ha chiesto a tutti i cittadini di mettere a sua disposizione qualsiasi tipo di materiale (fotografie, video, testimonianze, …) che provi le violenze sui manifestanti da parte della polizia e delle forze di sicurezza. Le prove sono sempre più schiaccianti, specie quelle che riguardano l’uso di cecchini per sparare sui manifestanti dai tetti sopra piazza Tahrir. Ma si indaga anche sulle vendite del gas naturale egiziano a Israele e ad altri sei paesi europei, che sarebbero avvenute a prezzi troppo scontati, e sembrerebbe anche – ma la notizia deve essere confermata – che sia stato emesso un ordine di comparizione per Mubarak, il quale dovrebbe presentarsi la settimana prossima davanti alla Procura. Una scena da non perdere…

Tutte queste indagini, tuttavia, continuano a essere ostacolate dalla sparizione di documenti determinanti. Ho già parlato ieri degli incendi in alcuni uffici amministrativi, dov’erano tenute carte riguardanti i conti pubblici. Oggi, invece, si è scoperto che anche importanti documenti di politica estera dell’era Mubarak sono stati bruciati. Anche per questo la piazza vuole che il ministro degli esteri Abu-l-Gheit, uno dei sopravvissuti del vecchio regime, sia il prossimo ad andarsene. Oltretutto è anche accusato di non aver provveduto al rientro degli esuli egiziani dalla Libia (oggi sono intervenuti gli aerei francesi per sopperire alle mancanze del governo egiziano!) e di aver permesso il massacro di detenuti in una prigione di Damanhur, avvenuto ieri. Girano ancora notizie di tentativi di fuga di detenuti, che in alcuni casi sono provocati dalla polizia, per costringere i carcerati ad andare a ingrossare le file dei baltagheya. Ebbene, pare anche che alcuni detenuti si siano rifiutati di evadere! A Damanhur, però, non è ancora chiaro cosa sia successo, solo che è stata una carneficina.

Ultima notizia importante del giorno è la scarcerazione di Kheyrat al-Shater (vedi foto), un leader dei Fratelli Musulmani in carcere da anni. I prigionieri politici, dunque, escono lentamente di prigione, tuttavia rimangono all’opera i tribunali militari. Hanno già processato diversi civili che hanno partecipato alle proteste, condannandoli a molti anni di prigione. Inutile dire che ciò è avvenuto nel totale non rispetto dei diritti umani.

Giornata ricca di avvenimenti oggi. Per cominciare, sono finalmente arrivate le dimissioni di Ahmad Shafiq, dopo giorni di insistenti proteste della gente. Era ora! Un altra voce da spuntare dall'elenco di richieste di piazza Tahrir. Ma la buona notizia non finisce qui, perché la scelta del nuovo primo ministro, Essam Sharaf, ha pienamente soddisfatto i manifestanti. [caption id="attachment_189" align="alignright" width="300"] La scarcerazione di Kheyrat al-Shater[/caption] Sharaf è un ingegnere nato nel 1952, che in passato è già stato ministro dei trasporti, ma il suo incarico era durato poco, perché aveva dato le dimissioni rifiutando la politica di governo e la corruzione ad essa legata. Sharaf è anche sceso in piazza, i primi di febbraio, per manifestare contro Mubarak, dunque riscuote i favori della piazza senza riserve. Poche ore dopo la notizia della nomina di Sharaf, una battuta all'egiziana già circolava su Twitter, ma con un umorismo che nascondeva felicità: "Coraggio, scendiamo in piazza a manifestare contro Sharaf, che da quando è stato nominato non ha ancora fatto niente!". La coalizione del 25 gennaio ha già cancellato i cortei di protesta di domani - un altro magnifico venerdì di piazza - trasformandoli in una nuova grande festa della rivoluzione. Il giornale al-Youm al-Sabaa, invece, ha pubblicato oggi alcuni documenti che chiariscono la responsabilità dell'ex ministro degli interni Habib al-Adly - girano voci, tra l'altro, che abbia avuto una crisi cardiaca in prigione oggi - nell'attentato di Alessandria di Capodanno. E' un caso esemplare di come si crea a tavolino un conflitto religioso, dunque è bene continuare a seguire la notizia e parlarne. Dalle carte ritrovate si evince che il ministro aveva un piano per ricattare Papa Shenouda. Il piano prevedeva un'azione violenta contro una chiesa per poi darne la colpa ai vertici della chiesa copta. Le inchieste successive all'incidente avebbero dovuto indirizzarsi verso qualche leader della chiesa copta e il ministro, a questo punto, avrebbe minacciato di rivelare all'opinione pubblica i risultati dell'indagine, a meno che Papa Shenouda non avesse calmato le proteste dei copti, che andavano aumentando, e non avesse abbassato il tono del suo stesso discorso al governo. Al-Adly, per realizzare il suo piano, si sarebbe rivolto a un detenuto islamista, il quale si sarebbe messo in contatto con un membro di Hezbollah e si sarebbe procurato il materiale esplosivo dalla striscia di Gaza. E il piano, fino qui, ha funzionato. Il governo, infatti, pochi giorni dopo l'attentato, aveva gettato la colpa su alcuni movimenti islamisti palestinesi, arrestando una persona come capro espiatorio che, come ha denunciato la famiglia, è stata puntualmente e crudelmente torturata. Poi, però, è scoppiata la rivoluzione... Chissà se la posizione tenuta da Papa Shenouda contro i rivoltosi ha qualcosa a che fare con questo bieco ricatto? Questa storia, comunque, se verificata, dimostrerebbe bene come e chi produca davvero il conflitto religioso. Solo che le persone che non hanno sufficienti difese culturali finiscono per cadere nella trappola e credere alla realtà di questo conflitto. La scuola pubblica egiziana ci mette del suo, perché i programmi di storia sono del tutto inadeguati, inculcando una visione dei rapporti tra cristianesimo e islam in Egitto a dir poco distorta. E non solo dei rapporti tra cristianesimo e islam, ma anche del popolo egiziano stesso, se vogliamo ascoltare il blogger Sandmonkey, che denuncia come gli egiziani, nei manuali scolastici di storia, siano sempre rappresentati come pacifici e ubbidienti al capo. Raccontare la rivoluzione del 25 gennaio a scuola, come propone il blogger, sarebbe un buon punto di inizio per ri-raccontare l'intera storia egiziana in maniera non addomesticata. L'Università Americana, intanto, ha già cominciato a farlo. Su un altro versante, continuano le indagini su corruzioni e violenze. La Procura Generale ha chiesto a tutti i cittadini di mettere a sua disposizione qualsiasi tipo di materiale (fotografie, video, testimonianze, ...) che provi le violenze sui manifestanti da parte della polizia e delle forze di sicurezza. Le prove sono sempre più schiaccianti, specie quelle che riguardano l'uso di cecchini per sparare sui manifestanti dai tetti sopra piazza Tahrir. Ma si indaga anche sulle vendite del gas naturale egiziano a Israele e ad altri sei paesi europei, che sarebbero avvenute a prezzi troppo scontati, e sembrerebbe anche - ma la notizia deve essere confermata - che sia stato emesso un ordine di comparizione per Mubarak, il quale dovrebbe presentarsi la settimana prossima davanti alla Procura. Una scena da non perdere... Tutte queste indagini, tuttavia, continuano a essere ostacolate dalla sparizione di documenti determinanti. Ho già parlato ieri degli incendi in alcuni uffici amministrativi, dov'erano tenute carte riguardanti i conti pubblici. Oggi, invece, si è scoperto che anche importanti documenti di politica estera dell'era Mubarak sono stati bruciati. Anche per questo la piazza vuole che il ministro degli esteri Abu-l-Gheit, uno dei sopravvissuti del vecchio regime, sia il prossimo ad andarsene. Oltretutto è anche accusato di non aver provveduto al rientro degli esuli egiziani dalla Libia (oggi sono intervenuti gli aerei francesi per sopperire alle mancanze del governo egiziano!) e di aver permesso il massacro di detenuti in una prigione di Damanhur, avvenuto ieri. Girano ancora notizie di tentativi di fuga di detenuti, che in alcuni casi sono provocati dalla polizia, per costringere i carcerati ad andare a ingrossare le file dei baltagheya. Ebbene, pare anche che alcuni detenuti si siano rifiutati di evadere! A Damanhur, però, non è ancora chiaro cosa sia successo, solo che è stata una carneficina. Ultima notizia importante del giorno è la scarcerazione di Kheyrat al-Shater (vedi foto), un leader dei Fratelli Musulmani in carcere da anni. I prigionieri politici, dunque, escono lentamente di prigione, tuttavia rimangono all'opera i tribunali militari. Hanno già processato diversi civili che hanno partecipato alle proteste, condannandoli a molti anni di prigione. Inutile dire che ciò è avvenuto nel totale non rispetto dei diritti umani.