Tante cose accadono in Egitto
Radio Beckwith evangelica

Tante cose accadono in Egitto, come sempre. Il primo ministro sta bene per fortuna, ieri ha soltanto avuto uno svenimento per la grande stanchezza. La polizia militare, invece, ha arrestato Hasan Abdel Rahman, ex capo delle forze di sicurezza nazionale, assieme a 47 ufficiali, con l’accusa di aver distrutto documenti di grande rilevanza per la nazione. Lo sceicco di al-Azhar, per parte sua, ha chiesto ai musulmani di collaborare alla ricostruzione della chiesa bruciata ad Atfih, vicino a Helwan, invito subito raccolto dalla coalizione dei giovani della rivoluzione che include anche i Fratelli Musulmani.

Oggi, però, è l’8 marzo, festa della donna, dunque è importante soffermarsi un po’ più a lungo su questo evento. Anche in Egitto, infatti, si è tentato di celebrare questa giornata, praticamente sconosciuta, in difesa dei diritti della donna, ma purtroppo i risultati sono stati a dir poco sconfortanti. La rivoluzione delle coscienze, per quanto riguarda il ruolo delle donne nella società, è ancora lontana. La maggior parte degli egiziani, e delle egiziane, deve fare ancora un lungo cammino per liberarsi da ataviche tradizioni e consolidati stereotipi. Del resto, il popolo egiziano sta uscendo solo ora da decenni di totalitarismo, che certo non ha favorito questa evoluzione, preferendo alimentare fanatismo e ignoranza in tutti i campi.

La marcia delle donne, dunque, è iniziata alle due del pomeriggio. In testa c’era Buthayna Kamel, con un mazzo di rose da donare all’esercito. Lei è una anchor woman che si occupa attivamente dei diritti delle donne. Poche, comunque, le donne presenti: qualche migliaio secondo alcune fonti, qualche centinaio secondo altre. La copertura mediatica dell’evento è stata scarsissima, tanto da costringermi ancora una volta a rivolgermi a Twitter, con le sue testimonianze in diretta. Del resto, i mass media erano impegnati con la manifestazione dei copti davanti al palazzo della tv, che va avanti da ieri. Sia le manifestazioni dei cristiani, sia quelle delle donne hanno sempre dato fastidio, ma se proprio si deve scegliere, meglio il male minore, cioè i copti. Un blogger (maschio) ha commentato con amarezza che spesso, coloro che parlano in maniera molto progressista contro il settarismo religioso e in favore dell’unità tra copti e musulmani, si dimostrano assai conservatori per quanto riguarda i diritti delle donne. Niente di nuovo sotto il cielo.

Non c’è voluto molto prima che le donne si ritrovassero circondate da uomini poco raccomandabili: baltagheya probabilmente, o maschilisti comuni di tutte le età, ma non islamisti. Hanno cominciato a urlare contro di loro in maniera insultante: “tornate in cucina”, “fuori da piazza Tahrir”, “abbasso le donne”, per citare gli slogan più gentili. Gli insulti di tipo sessuale ve li lascio immaginare. Qualcuno ha cercato di convincerle che quel che stavano facendo era contro l’islam, anzi qualcun altro aveva persino sparso la voce che fossero state le donne occidentali a organizzare quella manifestazione, sempre contro l’islam. Un’altra testimone afferma di aver sentito dire: “le donne sono più emotive degli uomini e le donne arabe sono più emotive delle donne europee, dunque non possono candidarsi alla Presidenza della Repubblica”. Durante la manifestazione, c’è stato un solo momento di unità, quando entrambi i gruppi, cioè le donne e gli uomini “anti-donne”, hanno gridato slogan contro le forze di sicurezza. Poi, però, quando gli uomini hanno letto i volantini con le richieste delle donne (una Costituzione secolare e la possibilità di candidarsi alla Presidenza) sono iniziate le aggressioni fisiche e le molestie sessuali. Molte donne si sono spaventate e sono scappate, inseguite per le strade da centinaia di uomini. Alcuni amici maschi erano là, ad aiutarle, e ad un certo punto è persino intervenuto l’esercito, ma non è stato sufficiente. Così, la manifestazione delle donne è finita nella violenza, nel fuggi fuggi generale e nel silenzio dei mass media.

Non c’è bisogno di dire che nessuna famosa personalità politica era presente, né ho notizia di qualche messaggio di solidarietà da parte loro. Unica voce famosa che si è sentita oggi è quella di una donna di nostra conoscenza: Tahani al-Jibali, la vice Presidente della Corte Costituzionale. E’ stata lei, infatti, la prima ad affermare con chiarezza che la nuova Costituzione deve permettere anche la candidatura di una donna alla Presidenza della Repubblica, e che pertanto l’articolo 75 deve essere modificato. Tale articolo dice che il Presidente (al maschile) non può essere sposato a una non egiziana (al femminile) e, così formulato, precluderebbe la candidatura di una donna.

Ma la manifestazione dell’8 marzo, fin da quando è stata indetta, non ha soltanto dovuto far fronte all’imperante maschilismo della società egiziana. Purtroppo, ha dovuto anche affrontare l’opposizione di moltissime donne, che infatti sono state latitanti, visto il numero esiguo di partecipanti. La loro opposizione non è stata meno forte di quella degli uomini, se si esclude l’aggressione fisica. Molte, infatti, hanno criticato l’iniziativa, dicendo che non si può chiedere l’uguaglianza con gli uomini, visto che questi, secondo il Corano (o meglio, secondo una lettura maschilista del Corano) sono preposti alle donne e hanno il dovere di occuparsi della loro sussistenza. Alcune, invece, hanno commentato che l’ultima cosa di cui ha bisogno il paese ora, sono altre manifestazioni “di categoria”. Per altre, la manifestazione sarebbe una semplice perdita di tempo, o qualcosa di poca importanza, comunque. Secondo altre ancora bisognerebbe lottare per la concordia tra i sessi, non seminare zizzania con richieste di uguaglianza tra donne e uomini.

Tuttavia, la polemica tra donne che più ha acceso gli animi riguarda Sally Zahran, la ragazza rimasta vittima dei baltagheya durante la rivolta. Le organizzatrici della manifestazione volevano onorarla in occasione dell’8 marzo, ma la proposta ha suscitato l’opposizione di diverse donne. La storia di questa ragazza, in effetti, è emblematica. Alla sua morte, il suo viso e il suo nome sono stati diffusi dappertutto, assieme a quelli degli altri caduti, perché il suo sacrificio venisse ricordato. Dopo alcuni giorni, tuttavia, ha cominciato a circolare la richiesta di sostituire la sua fotografia, che la mostrava con i capelli scoperti, con un’altra foto, nella quale indossava il velo. Probabilmente è stata la famiglia a chiedere questo, la cosa non mi è chiara. Ma non è finita qui, perché pare che la madre abbia smentito la notizia che Sally sia stata uccisa mentre combatteva i baltagheya in piazza Tahrir. Ha invece affermato che la figlia si è buttata dal balcone! Due versioni veramente contrastanti… Eppure, ho visto io stessa un video della ragazza che manifesta in piazza Tahrir, incitando la gente a gridare slogan, con i capelli al vento, ricci e fluenti. Forse la madre ritiene che il suicidio (pesantemente condannato dall’islam) sia, per una donna, più onorevole che manifestare in piazza? I dubbi ci sono.

Non c’è da stupirsi, del resto. Non è un caso che l’8 marzo sia una festa pressoché sconosciuta in Egitto, mentre una delle feste più sacre è quella della mamma. E le donne, secondo me, sono pienamente responsabili di questa immagine, solo materna, della donna, ruolo di massimo potere nella società egiziana. Sì, perché le donne-madri, spesso, sono le prime sostenitrici delle tradizioni maschiliste, incluso quelle che riguardano le mutilazioni genitali, proibite per legge. Le donne-madri sono abili manipolatrici delle psicologie dei mariti, dei figli e delle figlie, dote con la quale compensano una oggettiva debolezza sul piano legale e sociale. So che gli egiziani, di entrambi i sessi, non saranno mai d’accordo con quello che dico, ma io ritengo che il paese debba emanciparsi da questo mito della madre, mito che opprime donne e uomini in egual misura. Non credo che sia un caso che l’Egitto sia chiamato “madre del mondo”, e gli egiziani, se fate caso, dicono spesso che l’Egitto è la loro madre, in canzoni, poesie o racconti quotidiani. Per ora, gli egiziani sono riusciti ad emanciparsi dal tiranno, spesso considerato come un padre. Per emanciparsi dalla madre si dovrà ancora lavorare molto. Ma queste sono mie speculazioni…

Quel che conta è che ci sono molti segnali positivi, nonostante l’insuccesso dell’8 marzo egiziano. Le donne, innanzitutto, non sono affatto scoraggiate, né stupite. Sanno che sono solo all’inizio della battaglia. Inoltre, sono le prima ad affermare che quanto successo oggi non rappresenta la nuova realtà della rivoluzione. Durante la rivolta, al contrario, si sono sentite al sicuro e non hanno avuto alcun problema con i compagni uomini. E quanti uomini, giovani soprattutto, hanno mostrato piena solidarietà alle donne, sostenendo l’iniziativa in tutti i modi. Almeno nelle loro parole, non si sente traccia del tipico maschilismo arabo-mediterraneo. Pertanto, c’è come sempre di che sperare.

Tante cose accadono in Egitto, come sempre. Il primo ministro sta bene per fortuna, ieri ha soltanto avuto uno svenimento per la grande stanchezza. La polizia militare, invece, ha arrestato Hasan Abdel Rahman, ex capo delle forze di sicurezza nazionale, assieme a 47 ufficiali, con l'accusa di aver distrutto documenti di grande rilevanza per la nazione. Lo sceicco di al-Azhar, per parte sua, ha chiesto ai musulmani di collaborare alla ricostruzione della chiesa bruciata ad Atfih, vicino a Helwan, invito subito raccolto dalla coalizione dei giovani della rivoluzione che include anche i Fratelli Musulmani. Oggi, però, è l'8 marzo, festa della donna, dunque è importante soffermarsi un po' più a lungo su questo evento. Anche in Egitto, infatti, si è tentato di celebrare questa giornata, praticamente sconosciuta, in difesa dei diritti della donna, ma purtroppo i risultati sono stati a dir poco sconfortanti. La rivoluzione delle coscienze, per quanto riguarda il ruolo delle donne nella società, è ancora lontana. La maggior parte degli egiziani, e delle egiziane, deve fare ancora un lungo cammino per liberarsi da ataviche tradizioni e consolidati stereotipi. Del resto, il popolo egiziano sta uscendo solo ora da decenni di totalitarismo, che certo non ha favorito questa evoluzione, preferendo alimentare fanatismo e ignoranza in tutti i campi. La marcia delle donne, dunque, è iniziata alle due del pomeriggio. In testa c'era Buthayna Kamel, con un mazzo di rose da donare all'esercito. Lei è una anchor woman che si occupa attivamente dei diritti delle donne. Poche, comunque, le donne presenti: qualche migliaio secondo alcune fonti, qualche centinaio secondo altre. La copertura mediatica dell'evento è stata scarsissima, tanto da costringermi ancora una volta a rivolgermi a Twitter, con le sue testimonianze in diretta. Del resto, i mass media erano impegnati con la manifestazione dei copti davanti al palazzo della tv, che va avanti da ieri. Sia le manifestazioni dei cristiani, sia quelle delle donne hanno sempre dato fastidio, ma se proprio si deve scegliere, meglio il male minore, cioè i copti. Un blogger (maschio) ha commentato con amarezza che spesso, coloro che parlano in maniera molto progressista contro il settarismo religioso e in favore dell'unità tra copti e musulmani, si dimostrano assai conservatori per quanto riguarda i diritti delle donne. Niente di nuovo sotto il cielo. Non c'è voluto molto prima che le donne si ritrovassero circondate da uomini poco raccomandabili: baltagheya probabilmente, o maschilisti comuni di tutte le età, ma non islamisti. Hanno cominciato a urlare contro di loro in maniera insultante: "tornate in cucina", "fuori da piazza Tahrir", "abbasso le donne", per citare gli slogan più gentili. Gli insulti di tipo sessuale ve li lascio immaginare. Qualcuno ha cercato di convincerle che quel che stavano facendo era contro l'islam, anzi qualcun altro aveva persino sparso la voce che fossero state le donne occidentali a organizzare quella manifestazione, sempre contro l'islam. Un'altra testimone afferma di aver sentito dire: "le donne sono più emotive degli uomini e le donne arabe sono più emotive delle donne europee, dunque non possono candidarsi alla Presidenza della Repubblica". Durante la manifestazione, c'è stato un solo momento di unità, quando entrambi i gruppi, cioè le donne e gli uomini "anti-donne", hanno gridato slogan contro le forze di sicurezza. Poi, però, quando gli uomini hanno letto i volantini con le richieste delle donne (una Costituzione secolare e la possibilità di candidarsi alla Presidenza) sono iniziate le aggressioni fisiche e le molestie sessuali. Molte donne si sono spaventate e sono scappate, inseguite per le strade da centinaia di uomini. Alcuni amici maschi erano là, ad aiutarle, e ad un certo punto è persino intervenuto l'esercito, ma non è stato sufficiente. Così, la manifestazione delle donne è finita nella violenza, nel fuggi fuggi generale e nel silenzio dei mass media. Non c'è bisogno di dire che nessuna famosa personalità politica era presente, né ho notizia di qualche messaggio di solidarietà da parte loro. Unica voce famosa che si è sentita oggi è quella di una donna di nostra conoscenza: Tahani al-Jibali, la vice Presidente della Corte Costituzionale. E' stata lei, infatti, la prima ad affermare con chiarezza che la nuova Costituzione deve permettere anche la candidatura di una donna alla Presidenza della Repubblica, e che pertanto l'articolo 75 deve essere modificato. Tale articolo dice che il Presidente (al maschile) non può essere sposato a una non egiziana (al femminile) e, così formulato, precluderebbe la candidatura di una donna. Ma la manifestazione dell'8 marzo, fin da quando è stata indetta, non ha soltanto dovuto far fronte all'imperante maschilismo della società egiziana. Purtroppo, ha dovuto anche affrontare l'opposizione di moltissime donne, che infatti sono state latitanti, visto il numero esiguo di partecipanti. La loro opposizione non è stata meno forte di quella degli uomini, se si esclude l'aggressione fisica. Molte, infatti, hanno criticato l'iniziativa, dicendo che non si può chiedere l'uguaglianza con gli uomini, visto che questi, secondo il Corano (o meglio, secondo una lettura maschilista del Corano) sono preposti alle donne e hanno il dovere di occuparsi della loro sussistenza. Alcune, invece, hanno commentato che l'ultima cosa di cui ha bisogno il paese ora, sono altre manifestazioni "di categoria". Per altre, la manifestazione sarebbe una semplice perdita di tempo, o qualcosa di poca importanza, comunque. Secondo altre ancora bisognerebbe lottare per la concordia tra i sessi, non seminare zizzania con richieste di uguaglianza tra donne e uomini. Tuttavia, la polemica tra donne che più ha acceso gli animi riguarda Sally Zahran, la ragazza rimasta vittima dei baltagheya durante la rivolta. Le organizzatrici della manifestazione volevano onorarla in occasione dell'8 marzo, ma la proposta ha suscitato l'opposizione di diverse donne. La storia di questa ragazza, in effetti, è emblematica. Alla sua morte, il suo viso e il suo nome sono stati diffusi dappertutto, assieme a quelli degli altri caduti, perché il suo sacrificio venisse ricordato. Dopo alcuni giorni, tuttavia, ha cominciato a circolare la richiesta di sostituire la sua fotografia, che la mostrava con i capelli scoperti, con un'altra foto, nella quale indossava il velo. Probabilmente è stata la famiglia a chiedere questo, la cosa non mi è chiara. Ma non è finita qui, perché pare che la madre abbia smentito la notizia che Sally sia stata uccisa mentre combatteva i baltagheya in piazza Tahrir. Ha invece affermato che la figlia si è buttata dal balcone! Due versioni veramente contrastanti... Eppure, ho visto io stessa un video della ragazza che manifesta in piazza Tahrir, incitando la gente a gridare slogan, con i capelli al vento, ricci e fluenti. Forse la madre ritiene che il suicidio (pesantemente condannato dall'islam) sia, per una donna, più onorevole che manifestare in piazza? I dubbi ci sono. Non c'è da stupirsi, del resto. Non è un caso che l'8 marzo sia una festa pressoché sconosciuta in Egitto, mentre una delle feste più sacre è quella della mamma. E le donne, secondo me, sono pienamente responsabili di questa immagine, solo materna, della donna, ruolo di massimo potere nella società egiziana. Sì, perché le donne-madri, spesso, sono le prime sostenitrici delle tradizioni maschiliste, incluso quelle che riguardano le mutilazioni genitali, proibite per legge. Le donne-madri sono abili manipolatrici delle psicologie dei mariti, dei figli e delle figlie, dote con la quale compensano una oggettiva debolezza sul piano legale e sociale. So che gli egiziani, di entrambi i sessi, non saranno mai d'accordo con quello che dico, ma io ritengo che il paese debba emanciparsi da questo mito della madre, mito che opprime donne e uomini in egual misura. Non credo che sia un caso che l'Egitto sia chiamato "madre del mondo", e gli egiziani, se fate caso, dicono spesso che l'Egitto è la loro madre, in canzoni, poesie o racconti quotidiani. Per ora, gli egiziani sono riusciti ad emanciparsi dal tiranno, spesso considerato come un padre. Per emanciparsi dalla madre si dovrà ancora lavorare molto. Ma queste sono mie speculazioni... Quel che conta è che ci sono molti segnali positivi, nonostante l'insuccesso dell'8 marzo egiziano. Le donne, innanzitutto, non sono affatto scoraggiate, né stupite. Sanno che sono solo all'inizio della battaglia. Inoltre, sono le prima ad affermare che quanto successo oggi non rappresenta la nuova realtà della rivoluzione. Durante la rivolta, al contrario, si sono sentite al sicuro e non hanno avuto alcun problema con i compagni uomini. E quanti uomini, giovani soprattutto, hanno mostrato piena solidarietà alle donne, sostenendo l'iniziativa in tutti i modi. Almeno nelle loro parole, non si sente traccia del tipico maschilismo arabo-mediterraneo. Pertanto, c'è come sempre di che sperare.