A ranghi serrati per difendere la rivoluzione
Radio Beckwith evangelica

La società egiziana che ha dato vita alla rivoluzione è impegnata a serrare i ranghi contro i tentativi delle forze di sicurezza, e di quel che resta del regime, di dividere il paese in mille conflitti pericolosi. La polizia, come annunciato ieri dal primo ministro Essam Sharaf, oggi è tornata in strada. L’esercito, invece, occupa piazza Tahrir (purtroppo) e la situazione sembra più calma, in attesa della manifestazione di domani per ribadire l’unità nazionale, contro il settarismo religioso. Ma non c’è comunque da stare tranquilli. Non si può stare tranquilli con tanta polizia segreta in giro, oltre a Gamal Mubarak, Omar Suleyman, e tanti altri, ancora a piede libero. Sono in molti a volere la caduta del nuovo governo Sharaf, pienamente sostenuto dalla rivoluzione.

Alla complicata situazione interna, tuttavia, si aggiunge ora anche lo scontento di Israele per il nuovo governo egiziano, e si sa quanto può essere letale lo scontento israeliano. Da giorni, Israele sta facendo pressioni su Washington, perché gli Stati Uniti costringano l’Egitto ha rispettare gli accordi di pace e a riprendere l’esportazione del gas (sospesa anche verso la Giordania, comunque). Bene, a questo punto è necessario chiarire alcune cose, a proposito di questo tema delicato.

Si è detto più volte che la rivoluzione egiziana non è stata una rivolta anti-israeliana o anti-americana. Non si sono viste bandiere israeliane bruciate, né si sono sentiti slogan inneggianti alla distruzione di Israele. Tutto vero, per carità. Ma nonostante questo, le manifestazioni non sono state prive di pesanti frecciate ad Israele e all’America che, come dice ironicamente un blogger, sono sfuggite ai cosiddetti esperti di Medio Oriente solo perché, nella stragrande maggioranza dei casi, questi non conoscono una parola di arabo, dunque non sono stati in grado di leggere gli striscioni. Tantissimi cartelli, infatti, definivano Mubarak come un agente degli americani (beh, difficile dar loro torto), mentre altri lo mostravano con un bel paio di baffetti alla Hitler e una stella di David stampata in fronte. Molti gridavano: “Vattene Mubarak! Lo capisci o dobbiamo dirtelo in ebraico?”. Diffuso era anche il grido che chiedeva di non vendere il gas egiziano a Israele, almeno non al prezzo irrisorio al quale era venduto. E perché mai, del resto, svendere una risorsa del paese così importante, mentre la gente muore di fame? Qualche slogan si è persino spinto a dire che la prossima terra liberata sarebbe stata Gerusalemme, ma la rivoluzione non è andata più in là di questo, l’obiettivo principale era ben altro, come si sa.

Ma questi slogan anti-israeliani, che hanno oltretutto un solido fondamento, non autorizzano nessuno a dedurre che gli egiziani siano pronti ad aggredire Israele alla prima occasione. Chi pensa questo è vittima del pregiudizio che vede gli arabi come una banda di irragionevoli selvaggi, votati alla violenza. Gli arabi, checché ne dicano i detrattori, conoscono il valore della vita umana e sono dotati di ragione come tutti gli altri, dunque il nuovo governo egiziano che nascerà, con tutti i problemi che dovrà affrontare, con un paese indebolito dall’instabilità di mesi, non si precipiterà di certo in una guerra con Israele, a meno, naturalmente, che non sia quest’ultimo a iniziarla, con l’eterna scusa di prevenire qualche minaccia alla propria sicurezza. Israele non è al centro dei pensieri degli egiziani in questo momento, per quanto la sua vicinanza abbia sempre pesato sull’Egitto, basta dare un’occhiata alla letteratura egiziana per rendersene conto.

Quanto detto sopra, tuttavia, non deve nemmeno indurre a pensare che gli egiziani siano propensi a continuare la politica di Mubarak, sulla questione palestinese e su molte altre. Il fatto che non abbiano intenzioni bellicose riguardo a Israele (anzi, sono loro a temere, da sempre, la bellicosità di Israele) non significa che nutrano sentimenti amichevoli nei suoi confronti. Non potrebbe essere altrimenti, visto il trascorso dei due paesi, in guerra dal 1948 al 1978, anno del trattato di pace di Camp David. Come sa bene chi ha vissuto in Egitto, se c’è una cosa che ha sempre compattato la società egiziana, ancor più dell’odio per Mubarak, è l’ostilità verso Israele, mista a paura. Liberali, islamisti, socialisti, cristiani, musulmani, intellettuali, operai, vecchi, bambini, donne, uomini, tutti, senza esclusione, usano parole durissime verso Israele. In Egitto, infatti, non c’era che il regime di Mubarak ad aver firmato il trattato di Camp David. La popolazione no, quel trattato non l’ha mai veramente digerito, né ha mai accettato la politica di Mubarak riguardo ai Palestinesi (piuttosto maltrattati in Egitto) o gli accordi economici con Israele.

Invece di condannare gli arabi per questo atteggiamento, si farebbe meglio a tentare di comprendere il sentimento di umiliazione, impotenza, ingiustizia, indignazione e rabbia profonda che la politica di Israele, sostenuto dall’Occidente, ha coltivato per anni nella regione mediorientale. Gli egiziani, di fronte all’oppressione di un regime poliziesco che faceva affari con Israele, imprigionava i Palestinesi a Gaza e viveva del sostegno occidentale, affamando, allo stesso tempo, la propria gente, della quale soffocava le libertà elementari, non hanno trovato altro modo di opporsi a Israele che quello di boicottarlo, disconoscendone la legittimità attraverso il rifiuto di quanto proviene da esso, persone o merci. Che altro potevano fare del resto? E’ l’unica forma di protesta pacifica rimasta loro contro l’occupazione israeliana dei territori palestinesi. La società egiziana (tutta) attua da anni il boicottaggio di Israele. Questo significa, ad esempio, rifiutarsi di rilasciare un’intervista telefonica in tv, se collegato in studio c’è anche un israeliano (ho assistito a scene di questo tipo sulla BBC Arabic diverse volte). Significa non partecipare ad alcun tipo di evento che coinvolga anche degli israeliani (forse vi ricordate quanto è successo alla Fiera del Libro di Torino, qualche anno fa). Significa che qualsiasi egiziano che intrattenga rapporti con un israeliano, senza aggredirlo con accuse, subirà in patria l’ostracismo dell’intera società. Non lavorerà più, non avrà più amici, non avrà più una vita. E’ successo a un calciatore egiziano, comprato da una squadra inglese in cui giocava anche un israeliano. Persino l’ex ministro della cultura, Farouq Hosni, ha dovuto ritirare i libri israeliani dalla Biblioteca di Alessandria, per le pesanti pressioni del mondo culturale egiziano su di lui, cosa che poi gli è costata l’accusa di antisemitismo e la presidenza dell’UNESCO.

Molti, a questo punto, diranno che un boicottaggio di questo genere è ingiusto, perché rischia di colpire anche gli israeliani che non approvano la politica del proprio governo, quelli con cui gli arabi potrebbero allearsi. Anch’io ho usato questi argomenti in passato, ma mi sono accorta che ormai non reggono più neanche questi. A un arabo non importa più di sapere che ci sono anche “israeliani buoni”, perché questo non ha mai cambiato le cose. Non gli importa un accidente di sapere che ci sono israeliani dalla loro parte, non di fronte ai quotidiani massacri di palestinesi, non finché quegli stessi “israeliani buoni” tengono i piedi in una terra che non appartiene loro. No, non serve nemmeno tirare fuori la vecchia storia della dichiarazione Balfour, dare la colpa agli inglesi e mettere a confronto due uguali legittimità, quella degli israeliani e quella dei palestinesi. Un arabo risponderà che non c’è maggiore legittimità di quella del vivere sulla propria terra, da secoli, il resto sono chiacchere, e d’altronde anche gli inglese erano colonialisti e non avevano diritto di dare la terra altrui a nessuno.

Io ho esaurito gli argomenti da tempo. Certo, sono convinta che indietro non si possa tornare e che si debba dialogare a partire dalle condizioni attuali. Ma sono anche convinta che, prima di dialogare, si debba riconoscere pienamente l’ingiustizia subita dai palestinesi, riconoscere che è stato fatto loro un torto bello e buono, senza giri di parole, senza tenere una posizione bipartisan. Bisogna dirlo forte, soprattutto noi occidentali. Poi, si potrà dialogare e trovare soluzioni. Anche gli arabi che, come ho già detto, sono esseri ragionevoli, sapranno dialogare. Ma senza questo riconoscimento, qualsiasi dialogo sarà del tutto vuoto, per quanto ben intenzionato. Qualsiasi iniziativa di ricucire un rapporto tra le parti in causa, che aggiri questo riconoscimento, si baserà su un “non detto” che prima o poi scoppierà, specialmente perché l’ingiustiza è ancora viva e attuale. I profughi palestinesi sono ancora là, al Mogamma del Cairo, che fanno la fila per ottenere un permesso di residenza, presso uno sportello riservato a loro, visto il loro grande numero. Sono una realtà quotidiana per ogni egiziano e ogni arabo. Non si può rimediare al passato, ma non si può nemmeno rimuovere questa ferita storica, altrimenti causerà nuovi conflitti e nuove sofferenze, magari ad altri popoli ancora.

Ripeto ancora una volta che gli egiziani non hanno in testa la guerra con Israele, ma certamente lo stato nascente non ne sarà più succube, come è giusto che sia. Se è questo che Israele teme, allora ha tutte le ragioni di contrastare la democrazia in Egitto e non avrà altra scelta che allearsi, come ha già fatto in passato, con regimi dispotici e sanguinari. E questo che si vuole anche in Occidente? Continueremo ad avallare la folle politica di Israele? Non porterebbe a nulla di buono, né per noi né per Israele. Comunque, saranno gli arabi stessi a imporci un cambio di rotta, il giorno che si saranno rafforzati politicamente, magari unendo le proprie forze. Se però li anticipassimo, faremmo una figura migliore, più coerente con i principi democratici che andiamo insegnando a destra e a manca, con grande generosità.

La società egiziana che ha dato vita alla rivoluzione è impegnata a serrare i ranghi contro i tentativi delle forze di sicurezza, e di quel che resta del regime, di dividere il paese in mille conflitti pericolosi. La polizia, come annunciato ieri dal primo ministro Essam Sharaf, oggi è tornata in strada. L'esercito, invece, occupa piazza Tahrir (purtroppo) e la situazione sembra più calma, in attesa della manifestazione di domani per ribadire l'unità nazionale, contro il settarismo religioso. Ma non c'è comunque da stare tranquilli. Non si può stare tranquilli con tanta polizia segreta in giro, oltre a Gamal Mubarak, Omar Suleyman, e tanti altri, ancora a piede libero. Sono in molti a volere la caduta del nuovo governo Sharaf, pienamente sostenuto dalla rivoluzione. Alla complicata situazione interna, tuttavia, si aggiunge ora anche lo scontento di Israele per il nuovo governo egiziano, e si sa quanto può essere letale lo scontento israeliano. Da giorni, Israele sta facendo pressioni su Washington, perché gli Stati Uniti costringano l'Egitto ha rispettare gli accordi di pace e a riprendere l'esportazione del gas (sospesa anche verso la Giordania, comunque). Bene, a questo punto è necessario chiarire alcune cose, a proposito di questo tema delicato. Si è detto più volte che la rivoluzione egiziana non è stata una rivolta anti-israeliana o anti-americana. Non si sono viste bandiere israeliane bruciate, né si sono sentiti slogan inneggianti alla distruzione di Israele. Tutto vero, per carità. Ma nonostante questo, le manifestazioni non sono state prive di pesanti frecciate ad Israele e all'America che, come dice ironicamente un blogger, sono sfuggite ai cosiddetti esperti di Medio Oriente solo perché, nella stragrande maggioranza dei casi, questi non conoscono una parola di arabo, dunque non sono stati in grado di leggere gli striscioni. Tantissimi cartelli, infatti, definivano Mubarak come un agente degli americani (beh, difficile dar loro torto), mentre altri lo mostravano con un bel paio di baffetti alla Hitler e una stella di David stampata in fronte. Molti gridavano: "Vattene Mubarak! Lo capisci o dobbiamo dirtelo in ebraico?". Diffuso era anche il grido che chiedeva di non vendere il gas egiziano a Israele, almeno non al prezzo irrisorio al quale era venduto. E perché mai, del resto, svendere una risorsa del paese così importante, mentre la gente muore di fame? Qualche slogan si è persino spinto a dire che la prossima terra liberata sarebbe stata Gerusalemme, ma la rivoluzione non è andata più in là di questo, l'obiettivo principale era ben altro, come si sa. Ma questi slogan anti-israeliani, che hanno oltretutto un solido fondamento, non autorizzano nessuno a dedurre che gli egiziani siano pronti ad aggredire Israele alla prima occasione. Chi pensa questo è vittima del pregiudizio che vede gli arabi come una banda di irragionevoli selvaggi, votati alla violenza. Gli arabi, checché ne dicano i detrattori, conoscono il valore della vita umana e sono dotati di ragione come tutti gli altri, dunque il nuovo governo egiziano che nascerà, con tutti i problemi che dovrà affrontare, con un paese indebolito dall'instabilità di mesi, non si precipiterà di certo in una guerra con Israele, a meno, naturalmente, che non sia quest'ultimo a iniziarla, con l'eterna scusa di prevenire qualche minaccia alla propria sicurezza. Israele non è al centro dei pensieri degli egiziani in questo momento, per quanto la sua vicinanza abbia sempre pesato sull'Egitto, basta dare un'occhiata alla letteratura egiziana per rendersene conto. Quanto detto sopra, tuttavia, non deve nemmeno indurre a pensare che gli egiziani siano propensi a continuare la politica di Mubarak, sulla questione palestinese e su molte altre. Il fatto che non abbiano intenzioni bellicose riguardo a Israele (anzi, sono loro a temere, da sempre, la bellicosità di Israele) non significa che nutrano sentimenti amichevoli nei suoi confronti. Non potrebbe essere altrimenti, visto il trascorso dei due paesi, in guerra dal 1948 al 1978, anno del trattato di pace di Camp David. Come sa bene chi ha vissuto in Egitto, se c'è una cosa che ha sempre compattato la società egiziana, ancor più dell'odio per Mubarak, è l'ostilità verso Israele, mista a paura. Liberali, islamisti, socialisti, cristiani, musulmani, intellettuali, operai, vecchi, bambini, donne, uomini, tutti, senza esclusione, usano parole durissime verso Israele. In Egitto, infatti, non c'era che il regime di Mubarak ad aver firmato il trattato di Camp David. La popolazione no, quel trattato non l'ha mai veramente digerito, né ha mai accettato la politica di Mubarak riguardo ai Palestinesi (piuttosto maltrattati in Egitto) o gli accordi economici con Israele. Invece di condannare gli arabi per questo atteggiamento, si farebbe meglio a tentare di comprendere il sentimento di umiliazione, impotenza, ingiustizia, indignazione e rabbia profonda che la politica di Israele, sostenuto dall'Occidente, ha coltivato per anni nella regione mediorientale. Gli egiziani, di fronte all'oppressione di un regime poliziesco che faceva affari con Israele, imprigionava i Palestinesi a Gaza e viveva del sostegno occidentale, affamando, allo stesso tempo, la propria gente, della quale soffocava le libertà elementari, non hanno trovato altro modo di opporsi a Israele che quello di boicottarlo, disconoscendone la legittimità attraverso il rifiuto di quanto proviene da esso, persone o merci. Che altro potevano fare del resto? E' l'unica forma di protesta pacifica rimasta loro contro l'occupazione israeliana dei territori palestinesi. La società egiziana (tutta) attua da anni il boicottaggio di Israele. Questo significa, ad esempio, rifiutarsi di rilasciare un'intervista telefonica in tv, se collegato in studio c'è anche un israeliano (ho assistito a scene di questo tipo sulla BBC Arabic diverse volte). Significa non partecipare ad alcun tipo di evento che coinvolga anche degli israeliani (forse vi ricordate quanto è successo alla Fiera del Libro di Torino, qualche anno fa). Significa che qualsiasi egiziano che intrattenga rapporti con un israeliano, senza aggredirlo con accuse, subirà in patria l'ostracismo dell'intera società. Non lavorerà più, non avrà più amici, non avrà più una vita. E' successo a un calciatore egiziano, comprato da una squadra inglese in cui giocava anche un israeliano. Persino l'ex ministro della cultura, Farouq Hosni, ha dovuto ritirare i libri israeliani dalla Biblioteca di Alessandria, per le pesanti pressioni del mondo culturale egiziano su di lui, cosa che poi gli è costata l'accusa di antisemitismo e la presidenza dell'UNESCO. Molti, a questo punto, diranno che un boicottaggio di questo genere è ingiusto, perché rischia di colpire anche gli israeliani che non approvano la politica del proprio governo, quelli con cui gli arabi potrebbero allearsi. Anch'io ho usato questi argomenti in passato, ma mi sono accorta che ormai non reggono più neanche questi. A un arabo non importa più di sapere che ci sono anche "israeliani buoni", perché questo non ha mai cambiato le cose. Non gli importa un accidente di sapere che ci sono israeliani dalla loro parte, non di fronte ai quotidiani massacri di palestinesi, non finché quegli stessi "israeliani buoni" tengono i piedi in una terra che non appartiene loro. No, non serve nemmeno tirare fuori la vecchia storia della dichiarazione Balfour, dare la colpa agli inglesi e mettere a confronto due uguali legittimità, quella degli israeliani e quella dei palestinesi. Un arabo risponderà che non c'è maggiore legittimità di quella del vivere sulla propria terra, da secoli, il resto sono chiacchere, e d'altronde anche gli inglese erano colonialisti e non avevano diritto di dare la terra altrui a nessuno. Io ho esaurito gli argomenti da tempo. Certo, sono convinta che indietro non si possa tornare e che si debba dialogare a partire dalle condizioni attuali. Ma sono anche convinta che, prima di dialogare, si debba riconoscere pienamente l'ingiustizia subita dai palestinesi, riconoscere che è stato fatto loro un torto bello e buono, senza giri di parole, senza tenere una posizione bipartisan. Bisogna dirlo forte, soprattutto noi occidentali. Poi, si potrà dialogare e trovare soluzioni. Anche gli arabi che, come ho già detto, sono esseri ragionevoli, sapranno dialogare. Ma senza questo riconoscimento, qualsiasi dialogo sarà del tutto vuoto, per quanto ben intenzionato. Qualsiasi iniziativa di ricucire un rapporto tra le parti in causa, che aggiri questo riconoscimento, si baserà su un "non detto" che prima o poi scoppierà, specialmente perché l'ingiustiza è ancora viva e attuale. I profughi palestinesi sono ancora là, al Mogamma del Cairo, che fanno la fila per ottenere un permesso di residenza, presso uno sportello riservato a loro, visto il loro grande numero. Sono una realtà quotidiana per ogni egiziano e ogni arabo. Non si può rimediare al passato, ma non si può nemmeno rimuovere questa ferita storica, altrimenti causerà nuovi conflitti e nuove sofferenze, magari ad altri popoli ancora. Ripeto ancora una volta che gli egiziani non hanno in testa la guerra con Israele, ma certamente lo stato nascente non ne sarà più succube, come è giusto che sia. Se è questo che Israele teme, allora ha tutte le ragioni di contrastare la democrazia in Egitto e non avrà altra scelta che allearsi, come ha già fatto in passato, con regimi dispotici e sanguinari. E questo che si vuole anche in Occidente? Continueremo ad avallare la folle politica di Israele? Non porterebbe a nulla di buono, né per noi né per Israele. Comunque, saranno gli arabi stessi a imporci un cambio di rotta, il giorno che si saranno rafforzati politicamente, magari unendo le proprie forze. Se però li anticipassimo, faremmo una figura migliore, più coerente con i principi democratici che andiamo insegnando a destra e a manca, con grande generosità.