I dubbi sull’esercito
Radio Beckwith evangelica

L’esercito egiziano è riuscito a sollevare dubbi su di sé anche oggi, questa volta a proposito della manifestazione dei copti. Ieri, c’era stato un incontro tra i copti ancora assembrati sotto il palazzo della tv e il vice premier Yehia al-Gamal, il quale aveva promesso loro il rilascio di undici cristiani, arrestati per non aver rispettato il coprifuoco.

Questa promessa, e il fatto che la costruzione della chiesa di Atfih era cominciata, avevano convinto i copti a tornare a casa. Tuttavia, una parte di loro aveva deciso di restare. I vertici ecclesiastici, allora, avevano chiesto tempo fino alle sei di questa mattina per convincere gli ultimi giovani a lasciare il posto, ma l’esercito non ha aspettato. All’alba di questa mattina, quando molti ragazzi erano ancora immersi nel sonno, hanno sgomberato il luogo con la consueta violenza, già vista in piazza Tahrir cinque giorni fa. Ci sono stati diversi feriti, anche seriamente. Altro che esercito e popolo, una mano sola!

L’esercito ha davvero perso la pazienza ultimamente e l’annuncio che il giorno 19 marzo, data del referendum, sarà proibita qualsiasi manifestazione non è rassicurante, specie perché chiunque contravvenga al divieto sarà trattato come un baltagheya. E ora l’esercito ha decretato che i baltagheya possano essere persino condannati al carcere a vita! Naturalmente, i baltagheya che hanno aiutato nello sgombero di piazza Tahrir erano solo cittadini stufi delle manifestazioni. Sì, è vero, erano armati, però bisogna capirli, poverini… Sicuramente, il 19 marzo sarà un momento delicato e pericoloso per il futuro dell’Egitto.

Ma nonostante il clima rovente, gli egiziani sono sempre al massimo dell’ottimismo, che si concretizza in un’incontenibile voglia di fare. I numerosi appelli alla produttività, che circolano specialmente su internet, sono parte di questa atmosfera positiva. Si chiede a tutti di dare il massimo nel proprio lavoro, ognuno nel proprio campo. La ruota della produzione deve riprendere a girare ad alta velocità, se si vuole salvare il paese da una crisi economica imminente. Dunque, si chiede a ciascuno di lavorare più a lungo e i maniera più efficiente. “Se prima lavoravamo otto ore – dicono – ora dobbiamo lavorare dieci ore”.

E’ il tipico sentimento di unità egiziano a manifestarsi, profondamente radicato nelle coscienze dai tempi dei faraoni. Questa caratteristica tutta egiziana costituisce una grande forza, la forza della collettività. Noi italiani, che a malapena riusciamo a festeggiare l’unità d’Italia, per di più in maniera maldestra e poco convinta, facciamo fatica a capire questo lato del carattere egiziano. I loro discorsi patriottici ci fanno sorridere, ma sono del tutto sinceri, senza tradursi però ( e questa è la cosa che apprezzo) in nazionalismo che esclude gli altri, né in senso di superiorità razzista. Al massimo può manifestarsi in un senso di fierezza per la propria storia che, prima della rivoluzione, era anche misto a dolore per la decadenza subita nei secoli e l’incapacità di uscire dall’oppressione, per poter realizzare le proprie grandi e uniche potenzialità. Ecco, è esattamente questa speranza che è tornata nei cuori degli egiziani. Allora, si aprono forum di discussioni, dove si chiede ai partecipanti di immaginare l’Egitto del futuro e di dire cosa sognano per il proprio paese. Mi ha colpito un ragazzino che ha detto: “Vorrei che in futuro fosse l’America a chiedere aiuto all’Egitto, e non viceversa”. Nessuno gli ha riso in faccia, anzi il sogno del ragazzino è stato incoraggiato ed è condiviso anche da molti adulti. Sognare è una cosa che fino a due mesi fa gli egiziani non potevano permettersi, ora invece sognano in grande. Per adesso, il primo scoglio da superare è il referendum, ma passo passo si può arrivare lontano…

L'esercito egiziano è riuscito a sollevare dubbi su di sé anche oggi, questa volta a proposito della manifestazione dei copti. Ieri, c'era stato un incontro tra i copti ancora assembrati sotto il palazzo della tv e il vice premier Yehia al-Gamal, il quale aveva promesso loro il rilascio di undici cristiani, arrestati per non aver rispettato il coprifuoco. Questa promessa, e il fatto che la costruzione della chiesa di Atfih era cominciata, avevano convinto i copti a tornare a casa. Tuttavia, una parte di loro aveva deciso di restare. I vertici ecclesiastici, allora, avevano chiesto tempo fino alle sei di questa mattina per convincere gli ultimi giovani a lasciare il posto, ma l'esercito non ha aspettato. All'alba di questa mattina, quando molti ragazzi erano ancora immersi nel sonno, hanno sgomberato il luogo con la consueta violenza, già vista in piazza Tahrir cinque giorni fa. Ci sono stati diversi feriti, anche seriamente. Altro che esercito e popolo, una mano sola! L'esercito ha davvero perso la pazienza ultimamente e l'annuncio che il giorno 19 marzo, data del referendum, sarà proibita qualsiasi manifestazione non è rassicurante, specie perché chiunque contravvenga al divieto sarà trattato come un baltagheya. E ora l'esercito ha decretato che i baltagheya possano essere persino condannati al carcere a vita! Naturalmente, i baltagheya che hanno aiutato nello sgombero di piazza Tahrir erano solo cittadini stufi delle manifestazioni. Sì, è vero, erano armati, però bisogna capirli, poverini... Sicuramente, il 19 marzo sarà un momento delicato e pericoloso per il futuro dell'Egitto. Ma nonostante il clima rovente, gli egiziani sono sempre al massimo dell'ottimismo, che si concretizza in un'incontenibile voglia di fare. I numerosi appelli alla produttività, che circolano specialmente su internet, sono parte di questa atmosfera positiva. Si chiede a tutti di dare il massimo nel proprio lavoro, ognuno nel proprio campo. La ruota della produzione deve riprendere a girare ad alta velocità, se si vuole salvare il paese da una crisi economica imminente. Dunque, si chiede a ciascuno di lavorare più a lungo e i maniera più efficiente. "Se prima lavoravamo otto ore - dicono - ora dobbiamo lavorare dieci ore". E' il tipico sentimento di unità egiziano a manifestarsi, profondamente radicato nelle coscienze dai tempi dei faraoni. Questa caratteristica tutta egiziana costituisce una grande forza, la forza della collettività. Noi italiani, che a malapena riusciamo a festeggiare l'unità d'Italia, per di più in maniera maldestra e poco convinta, facciamo fatica a capire questo lato del carattere egiziano. I loro discorsi patriottici ci fanno sorridere, ma sono del tutto sinceri, senza tradursi però ( e questa è la cosa che apprezzo) in nazionalismo che esclude gli altri, né in senso di superiorità razzista. Al massimo può manifestarsi in un senso di fierezza per la propria storia che, prima della rivoluzione, era anche misto a dolore per la decadenza subita nei secoli e l'incapacità di uscire dall'oppressione, per poter realizzare le proprie grandi e uniche potenzialità. Ecco, è esattamente questa speranza che è tornata nei cuori degli egiziani. Allora, si aprono forum di discussioni, dove si chiede ai partecipanti di immaginare l'Egitto del futuro e di dire cosa sognano per il proprio paese. Mi ha colpito un ragazzino che ha detto: "Vorrei che in futuro fosse l'America a chiedere aiuto all'Egitto, e non viceversa". Nessuno gli ha riso in faccia, anzi il sogno del ragazzino è stato incoraggiato ed è condiviso anche da molti adulti. Sognare è una cosa che fino a due mesi fa gli egiziani non potevano permettersi, ora invece sognano in grande. Per adesso, il primo scoglio da superare è il referendum, ma passo passo si può arrivare lontano...