Dal "Senso religioso" a Piazza Tahrir
Radio Beckwith evangelica

L’esercito ha da poco annunciato la dichiarazione costituzionale tanto attesa, che comprende in tutto 63 articoli. Già si prevede, nei prossimi giorni, un intenso dibattito, ma intanto vediamo i punti fondamentali della dichiarazione:

– l’Egitto è dichiarato essere uno stato democratico, fondato sulla cittadinanza
– l’islam è la religione di stato e la sharia è la fonte principale della legislazione (l’articolo 2 della vecchia Costituzione)
– sono assicurate la libertà religiosa e di opinione
– il Presidente della Repubblica dovrà nominare, entro 60 giorni dalla sua elezione, un vice (i giovani chiedevano che il vice fosse eletto) ed assumerà la funzione di capo delle forze armate immediatamente dopo la sua elezione
– nel Parlamento, sarà mantenuta la quota del 50% destinata ai rappresentanti di operai e contadini, oltre alle quote rosa
– fino alle prossime elezioni parlamentari, il Consiglio dei Ministri coninuerà a coordinarsi con il Supremo Consiglio delle Forze Armate nel delineare le politiche necessarie alla fase di transizione
– le leggi di emergenza saranno rimosse poco prima delle elezioni parlamentari (ahimé, ancora sei mesi!)
– sono inclusi nella dichiarazione costituzionale i 9 emendamenti approvati con il referendum del 19 marzo scorso, che stabiliscono le condizioni per candidarsi alla Presidenza
– dopo le elezioni parlamentari e presidenziali, le due camere del Parlamento procederanno ad eleggere un’assemblea costituente che redigerà una nuova Costituzione definitiva, da sottoporre a nuovo referendum

Questa la sostanza della dichiarazione costituzionale appena diffusa sui mass media. Le elezioni parlamentari si svolgeranno a settembre e quelle presidenziali a ottobre o novembre. Da notare che la dichiarazione non ha affrontato nessun “tema caldo”, ad esempio la questione del voto agli egiziani all’estero. Il livello del gradimento di questa dichiarazione, comunque, si misurerà venerdì prossimo in piazza Tahrir.

Nel frattempo, fa ancora discutere la modifica alla legge sulla formazione dei partiti, annunciata l’altro ieri. La critica più ascoltata, avanzata ad esempio dai Fratelli Musulmani, ma anche dalla Coalizione dei Giovani della Rivoluzione, riguarda la necessità di presentare 5000 firme per poter fondare un partito. Questo numero sembra eccessivo, considerando il poco tempo disponibile prima delle elezioni. Comunque, la richiesta di fondare il primo partito è già stata presentata ieri: è il partito di Ayman Nur, la “Libera coalizione egiziana per il domani”, per utilizzare il nome completo. Muhamma Badia, invece, la Guida Suprema dei Fratelli Musulmani, ha invitato ancora una volta i copti a unirsi al loro partito, invito che non credo sarà accolto, ma nulla è da escludersi. Anche i salafiti, oggi, tentano di recuperare terreno con i copti, denunciando il tentativo di coinvolgerli in conflitti religiosi con i cristiani. Di nuovo la contro-rivoluzione in azione? Anche questo può essere, ma non c’è dubbio che i salafiti si siano sempre distinti per posizioni niente affatto concilianti verso i cristiani.

Intanto, la lista dei candidati alla Presidenza si allunga ancora, aggiungendo il nome dell’ex ministro delle forze armate, Magdi Hetata, il quale divulgherà il suo programma elettorale al più presto. Dubito, però, che questa candidatura raccoglierà molti consensi, dato che si tratta di un personaggio legato al vecchio regime. Basta vedere come è stata commentata la notizia odierna che il ben più innocuo (si fa per dire, perché è sospettato anche lui di gravi episodi di corruzione) Zahi Hawass è stato riconfermato ministro delle antichità (tale ministero è stato separato da quello della cultura). Ebbene, per festeggiare la sua nomina, Zahi Hawass ha inviato un tweet (ormai tutti, incluso le forze armate, usano i social networks per comunicare!) in cui diceva: “Sono felice di essere di nuovo ministro delle antichità!”. Il suo tweet ha ricevuto varie risposte sarcastiche e lapidarie, tra cui la più gentile è stata: “Beh, sei proprio l’unico a esserlo!”.

Il Ministero degli Interni, invece, ha iniziato la selezione dei nuovi agenti della neonata Sicurezza Nazionale. Gli egiziani incrociano le dita di mani e piedi! Qui si gioca davvero il futuro del paese. Se il nuovo apparato di sicurezza dovesse essere uguale al precedente, cioè uno stato nello stato votato alla tortura e a ogni sorta di violazioni delle libertà dei cittadini, allora la rivoluzione sarebbe davvero fallita.

La borsa, invece, continua a volare e le famiglie dei martiri hanno finalmente cominciato a ricevere i dovuti indennizzi (perdere un padre, o un figlio, per le famiglie egiziane significa molto spesso morire di fame, dato che sui maschi grava di solito tutto il peso del mantenimento della famiglia). Inoltre, l’Egitto fa progressi nel tessere nuove relazioni internazionali. La visita in Sudan del primo ministro Sharaf è stata determinante per far ripartire la cooperazione tra i paesi del bacino del Nilo sullo sfruttamento delle acque del fiume. Il potenziale del fiume non è stato ancora sfruttato appieno, dunque, invece di litigare, i paesi del bacino del Nilo si avviano a studiare insieme il modo per soddisfare le esigenze di tutti. Se questo avverrà realmente, sarà un successo enorme per il nuovo Egitto.

Tuttavia, la cosa che più mi ha colpito oggi è un fatto passato per lo più inosservato, ovvero le forme di consultazione popolare che si stanno sperimentando in Egitto, su questioni che riguardano ampi settori della vita del paese. Faccio alcuni esempi. Nel caso delle acque del Nilo si è aperto un vero e proprio dialogo nazionale che ha coinvolto, per tre giorni, centinaia di intellettuali, esperti legali, rappresentanti della società civile e anche giovani della rivoluzione. Un simile dialogo, al quale hanno partecipato 160 personalità pubbliche, si è aperto a proposito della necessità di migliorare i salari. E per quanto riguarda le prossime elezioni parlamentari, il Centro Informazioni del Consiglio dei Ministri ha voluto effettuare un sondaggio sul sistema preferito dagli egiziani per esprimere il proprio voto alle parlamentari. Su Facebook, però! La cosa potrà sembrare strana, ma è così che si raggiungono le masse di giovani che rappresentano la maggioranza nel paese (più del 50% della popolazione ha meno di 25 anni) e, in un modo o nell’altro, determineranno il futuro degli egiziani.

Quest’ immagine dell’Egitto che avvia febbrili consultazioni su ogni cosa, contrasta grandemente con quella dei carri armati e della dittatura precedente. C’è davvero una società emergente che si distingue nettamente dal passato per cultura democratica. Certo, non è ancora una cultura maggioritaria e la battaglia è lunga per affermarla saldamente, ma si sta sviluppando in fretta. Niente male per un paese che, secondo le parole di Omar Suleyman, il vice di Mubarak, e di tantissimi occidentali, non era pronto per la democrazia. Io, invece, l’unica vera democrazia del Medio Oriente l’ho vista in piazza Tahrir. Speriamo che faccia scuola, anche in Occidente.

Vi lascio con la testimonianza di Wael Farouq. Wael parla della sua esperienza diretta della rivoluzione egiziana da un punto di vista interessante. E’ una testimonianza che vi consiglio di leggere con attenzione, perché potrà servire a far cadere qualche stereotipo.

Dal “Senso religioso” a Piazza Tahrir – di Wael Farouq
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L'esercito ha da poco annunciato la dichiarazione costituzionale tanto attesa, che comprende in tutto 63 articoli. Già si prevede, nei prossimi giorni, un intenso dibattito, ma intanto vediamo i punti fondamentali della dichiarazione: - l'Egitto è dichiarato essere uno stato democratico, fondato sulla cittadinanza - l'islam è la religione di stato e la sharia è la fonte principale della legislazione (l'articolo 2 della vecchia Costituzione) - sono assicurate la libertà religiosa e di opinione - il Presidente della Repubblica dovrà nominare, entro 60 giorni dalla sua elezione, un vice (i giovani chiedevano che il vice fosse eletto) ed assumerà la funzione di capo delle forze armate immediatamente dopo la sua elezione - nel Parlamento, sarà mantenuta la quota del 50% destinata ai rappresentanti di operai e contadini, oltre alle quote rosa - fino alle prossime elezioni parlamentari, il Consiglio dei Ministri coninuerà a coordinarsi con il Supremo Consiglio delle Forze Armate nel delineare le politiche necessarie alla fase di transizione - le leggi di emergenza saranno rimosse poco prima delle elezioni parlamentari (ahimé, ancora sei mesi!) - sono inclusi nella dichiarazione costituzionale i 9 emendamenti approvati con il referendum del 19 marzo scorso, che stabiliscono le condizioni per candidarsi alla Presidenza - dopo le elezioni parlamentari e presidenziali, le due camere del Parlamento procederanno ad eleggere un'assemblea costituente che redigerà una nuova Costituzione definitiva, da sottoporre a nuovo referendum Questa la sostanza della dichiarazione costituzionale appena diffusa sui mass media. Le elezioni parlamentari si svolgeranno a settembre e quelle presidenziali a ottobre o novembre. Da notare che la dichiarazione non ha affrontato nessun "tema caldo", ad esempio la questione del voto agli egiziani all'estero. Il livello del gradimento di questa dichiarazione, comunque, si misurerà venerdì prossimo in piazza Tahrir. Nel frattempo, fa ancora discutere la modifica alla legge sulla formazione dei partiti, annunciata l'altro ieri. La critica più ascoltata, avanzata ad esempio dai Fratelli Musulmani, ma anche dalla Coalizione dei Giovani della Rivoluzione, riguarda la necessità di presentare 5000 firme per poter fondare un partito. Questo numero sembra eccessivo, considerando il poco tempo disponibile prima delle elezioni. Comunque, la richiesta di fondare il primo partito è già stata presentata ieri: è il partito di Ayman Nur, la "Libera coalizione egiziana per il domani", per utilizzare il nome completo. Muhamma Badia, invece, la Guida Suprema dei Fratelli Musulmani, ha invitato ancora una volta i copti a unirsi al loro partito, invito che non credo sarà accolto, ma nulla è da escludersi. Anche i salafiti, oggi, tentano di recuperare terreno con i copti, denunciando il tentativo di coinvolgerli in conflitti religiosi con i cristiani. Di nuovo la contro-rivoluzione in azione? Anche questo può essere, ma non c'è dubbio che i salafiti si siano sempre distinti per posizioni niente affatto concilianti verso i cristiani. Intanto, la lista dei candidati alla Presidenza si allunga ancora, aggiungendo il nome dell'ex ministro delle forze armate, Magdi Hetata, il quale divulgherà il suo programma elettorale al più presto. Dubito, però, che questa candidatura raccoglierà molti consensi, dato che si tratta di un personaggio legato al vecchio regime. Basta vedere come è stata commentata la notizia odierna che il ben più innocuo (si fa per dire, perché è sospettato anche lui di gravi episodi di corruzione) Zahi Hawass è stato riconfermato ministro delle antichità (tale ministero è stato separato da quello della cultura). Ebbene, per festeggiare la sua nomina, Zahi Hawass ha inviato un tweet (ormai tutti, incluso le forze armate, usano i social networks per comunicare!) in cui diceva: "Sono felice di essere di nuovo ministro delle antichità!". Il suo tweet ha ricevuto varie risposte sarcastiche e lapidarie, tra cui la più gentile è stata: "Beh, sei proprio l'unico a esserlo!". Il Ministero degli Interni, invece, ha iniziato la selezione dei nuovi agenti della neonata Sicurezza Nazionale. Gli egiziani incrociano le dita di mani e piedi! Qui si gioca davvero il futuro del paese. Se il nuovo apparato di sicurezza dovesse essere uguale al precedente, cioè uno stato nello stato votato alla tortura e a ogni sorta di violazioni delle libertà dei cittadini, allora la rivoluzione sarebbe davvero fallita. La borsa, invece, continua a volare e le famiglie dei martiri hanno finalmente cominciato a ricevere i dovuti indennizzi (perdere un padre, o un figlio, per le famiglie egiziane significa molto spesso morire di fame, dato che sui maschi grava di solito tutto il peso del mantenimento della famiglia). Inoltre, l'Egitto fa progressi nel tessere nuove relazioni internazionali. La visita in Sudan del primo ministro Sharaf è stata determinante per far ripartire la cooperazione tra i paesi del bacino del Nilo sullo sfruttamento delle acque del fiume. Il potenziale del fiume non è stato ancora sfruttato appieno, dunque, invece di litigare, i paesi del bacino del Nilo si avviano a studiare insieme il modo per soddisfare le esigenze di tutti. Se questo avverrà realmente, sarà un successo enorme per il nuovo Egitto. Tuttavia, la cosa che più mi ha colpito oggi è un fatto passato per lo più inosservato, ovvero le forme di consultazione popolare che si stanno sperimentando in Egitto, su questioni che riguardano ampi settori della vita del paese. Faccio alcuni esempi. Nel caso delle acque del Nilo si è aperto un vero e proprio dialogo nazionale che ha coinvolto, per tre giorni, centinaia di intellettuali, esperti legali, rappresentanti della società civile e anche giovani della rivoluzione. Un simile dialogo, al quale hanno partecipato 160 personalità pubbliche, si è aperto a proposito della necessità di migliorare i salari. E per quanto riguarda le prossime elezioni parlamentari, il Centro Informazioni del Consiglio dei Ministri ha voluto effettuare un sondaggio sul sistema preferito dagli egiziani per esprimere il proprio voto alle parlamentari. Su Facebook, però! La cosa potrà sembrare strana, ma è così che si raggiungono le masse di giovani che rappresentano la maggioranza nel paese (più del 50% della popolazione ha meno di 25 anni) e, in un modo o nell'altro, determineranno il futuro degli egiziani. Quest' immagine dell'Egitto che avvia febbrili consultazioni su ogni cosa, contrasta grandemente con quella dei carri armati e della dittatura precedente. C'è davvero una società emergente che si distingue nettamente dal passato per cultura democratica. Certo, non è ancora una cultura maggioritaria e la battaglia è lunga per affermarla saldamente, ma si sta sviluppando in fretta. Niente male per un paese che, secondo le parole di Omar Suleyman, il vice di Mubarak, e di tantissimi occidentali, non era pronto per la democrazia. Io, invece, l'unica vera democrazia del Medio Oriente l'ho vista in piazza Tahrir. Speriamo che faccia scuola, anche in Occidente. Vi lascio con la testimonianza di Wael Farouq. Wael parla della sua esperienza diretta della rivoluzione egiziana da un punto di vista interessante. E' una testimonianza che vi consiglio di leggere con attenzione, perché potrà servire a far cadere qualche stereotipo. Dal "Senso religioso" a Piazza Tahrir - di Wael Farouq Scarica il documento in Pdf