La rivoluzione egiziana si è riaccesa
Radio Beckwith evangelica

La rivoluzione egiziana si è riaccesa. I ragazzi di piazza Tahrir, questa volta, ce l’hanno fatta, il “venerdì della purificazione e del processo” ha avuto un grande successo, portando in piazza centinaia di migliaia di persone, se non i milioni che alcuni giornali hanno riferito.

Non si vedeva un’affluenza così grande in piazza Tahrir da prima della caduta di Mubarak, segno dello scontento generale per l’operato dell’esercito fino ad ora. Questa volta hanno partecipato anche i Fratelli Musulmani e i partiti, che avevano disertato l’appuntamento di venerdì scorso. Di nuovo tutti in piazza, dunque. Anche Wael, a Tahrir assieme agli altri amici, mi manda un sms: “Siamo tutti qua per ricaricare la rivoluzione e la speranza”. Il rischio di un ritorno alla “normalità”, in senso antidemocratico, è molto sentito.

Al contrario di venerdì scorso, si nota anche la presenza dell’esercito, schierato a controllare gli eventi. Elicotteri militari sorvolano la piazza, cosa che non succedeva dal tempo della prima Marcia del Milione, il 1 febbraio scorso. In piazza, ci sono tante bandiere, di tutti i paesi arabi in lotta: Libia, Tunisia, Siria, Yemen, Bahrein, persino il Libano, ma soprattutto la Palestina. Tante, tantissime bandiere palestinesi che sventolano in sostegno di Gaza, di nuovo sotto attacco israeliano. E naturalmente c’è la tradizionale lunghissima bandiera egiziana, che si allunga anche questa volta. In piazza, si segnala anche la presenza degli operari delle fabbriche militari di Helwan, che protestano contro i sindacati gestiti dallo Stato. Invece, il padrone di Faraeen TV, Tawfiq Okasha, viene cacciato dai manifestanti, che non gli permettono di entrare in piazza. Okasha, ai primi tempi della rivoluzione, aveva sostenuto Mubarak ed è anche noto per le sue posizioni negazioniste sull’olocausto, oltre che per il suo contributo a divulgare l’idea di un complotto ebraico planetario, secondo quanto sostenuto dai Protocolli di Sion.

Prima di tutto si tiene la preghiera del venerdì e i cristiani, a loro volta, recitano le loro preghiere. Un tweet informa che, per un istante, le invocazioni ad Allah dei musulmani e gli “amen” dei cristiani risuonano insieme, come da tradizione in piazza Tahrir. Poi, è il turno dei discorsi dal palco. La tv di Stato, forse per la prima volta dall’inizio della rivoluzione, segue da vicino gli avvenimenti. E’ lì, in piazza con la gente, ma quando gli speaker salgono sul palco per fare il loro discorso, copre le loro parole con i commenti dei giornalisti, oppure trasmette solo le immagini, accompagnate da canzoni. Dopodiché, inizia il secondo atto del processo popolare a Mubarak, già iniziato venerdì scorso. Il processo è tenuto da un vero giudice e vi sono anche veri testimoni. Solo Mubarak è assente, ma c’è la sua gigantografia, rinchiusa in una gabbia. Il primo testimone dell’accusa è la madre di Khaled Said, il blogger assassinato dalla polizia mesi prima dello scoppio della rivoluzione. Questa donna coraggiosa ha quasi sempre partecipato, pur distrutta dal dolore, a tutte le iniziative della rivoluzione, in memoria del figlio. Il verdetto del processo, tuttavia, viene rimandato a venerdì prossimo, a Sharm el-Sheykh. Si fa strada, infatti, l’idea di tenere il prossimo raduno del milione proprio nei pressi della villa dell’ex rais. La rivoluzione alza di nuovo il tiro.

Ma ciò che più ha distinto la giornata da quelle che l’hanno preceduta, è stato il mutato sentimento nei confronti dell’esercito. Le forze armate non godono più del favore incondizionato della folla. Si sono sentiti moltissimi slogan contro i militari (tutti censurati dalla tv statale), in particolare contro il feldmaresciallo Tantawi, ministro della difesa e ora, sostanzialmente, capo dello Stato. Il blogger Sandmonkey ha commentato con ironia: “Caro mushir (feldmaresciallo), non avresti dovuto avere un titolo che fa rima con Tahrir!”. Dunque, l’idillio tra esercito e popolo, che già aveva cominciato a guastarsi dopo gli arresti e le torture nel museo egizio, e dopo la legge contro gli scioperi, sembra davvero concluso. Ma non è finita qui, perché anche all’interno dell’esercito sembrano esserci divisioni, e questo è un fatto più pericoloso. Infatti, una ventina di soldati si sono uniti ai manifestanti. Alcuni sono persino saliti sul palco per parlare, vestiti in divisa, sfidando gli ammonimenti dell’esercito che avevano proibito di partecipare alle manifestazioni in uniforme. Anzi, l’esercito aveva persino dichiarato questo venerdì giorno lavorativo per i militari, in modo da rendere estremamente pericolosa la posizione di quei soldati che avessero disubbidito. E quando i soldati sono saliti sul palco, qualcuno si è messo a gridare “scendete!”, mentre qualcun altro scandiva lo slogan “esercito e popolo, una mano sola!”. Dunque, ci sono divisioni nell’esercito, tra i vertici e la base, e sull’esercito, all’interno dei manifestanti.

Infine, in serata, si sono formati vari cortei di protesta che si sono mossi in direzione dell’ambasciata israeliana. Chiedevano lo stop dei raid su Gaza e della vendita del gas a Israele. Volevano issare la bandiera palestinese al posto di quella israeliana e l’allontanamento dell’ambasciatore. Alla fine, sono riusciti soltanto a issare la bandiera palestinese sulla moschea di fronte all’ambasciata, ma intanto è crollato un tabù storico. Con Mubarak, infatti, una tale manifestazione sarebbe stata proibita o repressa brutalmente. Ora, invece, migliaia di persone hanno potuto alzare la voce contro le operazioni militari su Gaza. La rabbia era tanta, anche perché, negli scorsi giorni, Israele ha bombardato il confine con l’Egitto (cosa che ha già fatto varie volte) e le deflagrazioni causano danni anche alla parte egiziana, alle case situate nelle vicinanze.

Anche la preghiera del tramonto si è tenuta in piazza Tahrir. Molta gente, infatti, ha voluto passare la notte lì, finché all’alba sono tornati gli scontri. I manifestanti hanno voluto restare in piazza per proteggere i soldati passati dalla loro parte, formando un cordone umano attorno a loro, nel centro della piazza. Chiedevano le dimissioni di Tantawi, gridando: “Tantawi=Mubarak!”. Tuttavia, dopo che è scattato il coprifuoco (ancora in vigore dalle 2 alle 5 del mattino), le forze di sicurezza e l’esercito sono intervenute. Verso le tre di notte, hanno cominciato a picchiare duramente i manifestanti con mazze e taser. Hanno sparato in aria, e qualcuno dice che siano persino state usate munizioni vere. Alcuni soldati ribelli sono scappati, altri sono stati arrestati. Bus e macchine sono state incendiate. I testimoni oculari parlano di diversi feriti e, forse, persino due morti, ma le fonti ufficiali non sembrano voler divulgare la notizia. L’esercito, questa mattina, ha diramato il comunicato numero 34 per spiegare il proprio punto di vista: le persone asserragliate in piazza Tahrir sarebbero baltagheya assoldati da alcuni leader del Partito Nazional Democratico. L’esercito, quindi, avrebbe arrestato questi leader, tra cui Ibrahim Kamel, già accusato di essere coinvolto nella “battaglia del cammello” del 2 febbraio. I manifestanti in piazza Tahrir negano questa versione dei fatti e, in questo momento, stanno chiamando altre persone a raccolta. Sono state ricostruite le barricate che bloccano l’ingresso alla piazza. Le tende, rimesse in piedi, sono state protette con filo spinato. I manifestanti stanno anche verificando la notizia che l’esercito abbia fatto uso di munizioni vere sui manifestanti disarmati, proprio il giorno in cui inizia il processo dei poliziotti, accusati dello stesso crimine.

Come ho detto inizialmente, la rivoluzione si è riaccesa. Se avrò aggiornamenti da piazza Tahrir, scriverò di nuovo, perché la situazione è molto tesa. La cosa più brutta, dice un manifestante, è che, a differenza dei primi giorni della rivoluzione, ora è più difficile distinguere i “buoni” dai “cattivi” e decidere da che parte stare. Tutto si è complicato.

La rivoluzione egiziana si è riaccesa. I ragazzi di piazza Tahrir, questa volta, ce l'hanno fatta, il "venerdì della purificazione e del processo" ha avuto un grande successo, portando in piazza centinaia di migliaia di persone, se non i milioni che alcuni giornali hanno riferito. Non si vedeva un'affluenza così grande in piazza Tahrir da prima della caduta di Mubarak, segno dello scontento generale per l'operato dell'esercito fino ad ora. Questa volta hanno partecipato anche i Fratelli Musulmani e i partiti, che avevano disertato l'appuntamento di venerdì scorso. Di nuovo tutti in piazza, dunque. Anche Wael, a Tahrir assieme agli altri amici, mi manda un sms: "Siamo tutti qua per ricaricare la rivoluzione e la speranza". Il rischio di un ritorno alla "normalità", in senso antidemocratico, è molto sentito. Al contrario di venerdì scorso, si nota anche la presenza dell'esercito, schierato a controllare gli eventi. Elicotteri militari sorvolano la piazza, cosa che non succedeva dal tempo della prima Marcia del Milione, il 1 febbraio scorso. In piazza, ci sono tante bandiere, di tutti i paesi arabi in lotta: Libia, Tunisia, Siria, Yemen, Bahrein, persino il Libano, ma soprattutto la Palestina. Tante, tantissime bandiere palestinesi che sventolano in sostegno di Gaza, di nuovo sotto attacco israeliano. E naturalmente c'è la tradizionale lunghissima bandiera egiziana, che si allunga anche questa volta. In piazza, si segnala anche la presenza degli operari delle fabbriche militari di Helwan, che protestano contro i sindacati gestiti dallo Stato. Invece, il padrone di Faraeen TV, Tawfiq Okasha, viene cacciato dai manifestanti, che non gli permettono di entrare in piazza. Okasha, ai primi tempi della rivoluzione, aveva sostenuto Mubarak ed è anche noto per le sue posizioni negazioniste sull'olocausto, oltre che per il suo contributo a divulgare l'idea di un complotto ebraico planetario, secondo quanto sostenuto dai Protocolli di Sion. Prima di tutto si tiene la preghiera del venerdì e i cristiani, a loro volta, recitano le loro preghiere. Un tweet informa che, per un istante, le invocazioni ad Allah dei musulmani e gli "amen" dei cristiani risuonano insieme, come da tradizione in piazza Tahrir. Poi, è il turno dei discorsi dal palco. La tv di Stato, forse per la prima volta dall'inizio della rivoluzione, segue da vicino gli avvenimenti. E' lì, in piazza con la gente, ma quando gli speaker salgono sul palco per fare il loro discorso, copre le loro parole con i commenti dei giornalisti, oppure trasmette solo le immagini, accompagnate da canzoni. Dopodiché, inizia il secondo atto del processo popolare a Mubarak, già iniziato venerdì scorso. Il processo è tenuto da un vero giudice e vi sono anche veri testimoni. Solo Mubarak è assente, ma c'è la sua gigantografia, rinchiusa in una gabbia. Il primo testimone dell'accusa è la madre di Khaled Said, il blogger assassinato dalla polizia mesi prima dello scoppio della rivoluzione. Questa donna coraggiosa ha quasi sempre partecipato, pur distrutta dal dolore, a tutte le iniziative della rivoluzione, in memoria del figlio. Il verdetto del processo, tuttavia, viene rimandato a venerdì prossimo, a Sharm el-Sheykh. Si fa strada, infatti, l'idea di tenere il prossimo raduno del milione proprio nei pressi della villa dell'ex rais. La rivoluzione alza di nuovo il tiro. Ma ciò che più ha distinto la giornata da quelle che l'hanno preceduta, è stato il mutato sentimento nei confronti dell'esercito. Le forze armate non godono più del favore incondizionato della folla. Si sono sentiti moltissimi slogan contro i militari (tutti censurati dalla tv statale), in particolare contro il feldmaresciallo Tantawi, ministro della difesa e ora, sostanzialmente, capo dello Stato. Il blogger Sandmonkey ha commentato con ironia: "Caro mushir (feldmaresciallo), non avresti dovuto avere un titolo che fa rima con Tahrir!". Dunque, l'idillio tra esercito e popolo, che già aveva cominciato a guastarsi dopo gli arresti e le torture nel museo egizio, e dopo la legge contro gli scioperi, sembra davvero concluso. Ma non è finita qui, perché anche all'interno dell'esercito sembrano esserci divisioni, e questo è un fatto più pericoloso. Infatti, una ventina di soldati si sono uniti ai manifestanti. Alcuni sono persino saliti sul palco per parlare, vestiti in divisa, sfidando gli ammonimenti dell'esercito che avevano proibito di partecipare alle manifestazioni in uniforme. Anzi, l'esercito aveva persino dichiarato questo venerdì giorno lavorativo per i militari, in modo da rendere estremamente pericolosa la posizione di quei soldati che avessero disubbidito. E quando i soldati sono saliti sul palco, qualcuno si è messo a gridare "scendete!", mentre qualcun altro scandiva lo slogan "esercito e popolo, una mano sola!". Dunque, ci sono divisioni nell'esercito, tra i vertici e la base, e sull'esercito, all'interno dei manifestanti. Infine, in serata, si sono formati vari cortei di protesta che si sono mossi in direzione dell'ambasciata israeliana. Chiedevano lo stop dei raid su Gaza e della vendita del gas a Israele. Volevano issare la bandiera palestinese al posto di quella israeliana e l'allontanamento dell'ambasciatore. Alla fine, sono riusciti soltanto a issare la bandiera palestinese sulla moschea di fronte all'ambasciata, ma intanto è crollato un tabù storico. Con Mubarak, infatti, una tale manifestazione sarebbe stata proibita o repressa brutalmente. Ora, invece, migliaia di persone hanno potuto alzare la voce contro le operazioni militari su Gaza. La rabbia era tanta, anche perché, negli scorsi giorni, Israele ha bombardato il confine con l'Egitto (cosa che ha già fatto varie volte) e le deflagrazioni causano danni anche alla parte egiziana, alle case situate nelle vicinanze. Anche la preghiera del tramonto si è tenuta in piazza Tahrir. Molta gente, infatti, ha voluto passare la notte lì, finché all'alba sono tornati gli scontri. I manifestanti hanno voluto restare in piazza per proteggere i soldati passati dalla loro parte, formando un cordone umano attorno a loro, nel centro della piazza. Chiedevano le dimissioni di Tantawi, gridando: "Tantawi=Mubarak!". Tuttavia, dopo che è scattato il coprifuoco (ancora in vigore dalle 2 alle 5 del mattino), le forze di sicurezza e l'esercito sono intervenute. Verso le tre di notte, hanno cominciato a picchiare duramente i manifestanti con mazze e taser. Hanno sparato in aria, e qualcuno dice che siano persino state usate munizioni vere. Alcuni soldati ribelli sono scappati, altri sono stati arrestati. Bus e macchine sono state incendiate. I testimoni oculari parlano di diversi feriti e, forse, persino due morti, ma le fonti ufficiali non sembrano voler divulgare la notizia. L'esercito, questa mattina, ha diramato il comunicato numero 34 per spiegare il proprio punto di vista: le persone asserragliate in piazza Tahrir sarebbero baltagheya assoldati da alcuni leader del Partito Nazional Democratico. L'esercito, quindi, avrebbe arrestato questi leader, tra cui Ibrahim Kamel, già accusato di essere coinvolto nella "battaglia del cammello" del 2 febbraio. I manifestanti in piazza Tahrir negano questa versione dei fatti e, in questo momento, stanno chiamando altre persone a raccolta. Sono state ricostruite le barricate che bloccano l'ingresso alla piazza. Le tende, rimesse in piedi, sono state protette con filo spinato. I manifestanti stanno anche verificando la notizia che l'esercito abbia fatto uso di munizioni vere sui manifestanti disarmati, proprio il giorno in cui inizia il processo dei poliziotti, accusati dello stesso crimine. Come ho detto inizialmente, la rivoluzione si è riaccesa. Se avrò aggiornamenti da piazza Tahrir, scriverò di nuovo, perché la situazione è molto tesa. La cosa più brutta, dice un manifestante, è che, a differenza dei primi giorni della rivoluzione, ora è più difficile distinguere i "buoni" dai "cattivi" e decidere da che parte stare. Tutto si è complicato.