Vittorio Arrigoni e l’Egitto
Radio Beckwith evangelica

Ci sarebbero tanti argomenti di cui parlare oggi a proposito dell’Egitto, ad esempio l’eterna telenovela sulla salute di Mubarak, o le proteste contro i nuovi governatori, oppure le accuse al movimento “6 aprile” di ricevere soldi dall’estero.

Tuttavia, la notizia della barbara uccisione di Vittorio Arrigoni è giunta anche in Egitto, come in tutto il mondo arabo del resto. Preferisco dunque soffermarmi sulle reazioni a questo assassinio. Ci tengo soprattutto, perché immagino già discorsi beceri del tipo “ecco, noi li aiutiamo e loro ci ammazzano”, confondendo in quel “loro” musulmani, arabi, Hamas, Fratelli Musulmani, immigrati e salafiti (ho sentito oggi un inviato da Gaza chiamarli “safalisti”, tanto per fare un esempio dell’inaccuratezza che spesso si accompagna al “racconto” del mondo arabo).

L’assassinio di Arrigoni non ha certo avuto la stessa eco delle notizie dei massacri quotidiani di arabi, in diversi paesi (le proteste non si fermano né in Siria, né in Yemen, la guerra in Libia prosegue e il conflitto israelo-palestinese è sempre acceso), ma ha avuto il rispetto dovuto, sia sui giornali, sia su al-Jazeera, sia nelle opinioni dei singoli. Ha colpito molto, sebbene non abbia stupito. Diversi tweet hanno espresso il proprio dolore. La giornalista e scrittrice Mona Anis, per esempio, ha scritto: “Condoglianze a tutti noi e agli amici italiani per l’uccisione criminale di Vittorio, e lunga vita alla solidarietà internazionale. Persone come Vittorio Arrigoni vivranno per sempre nel cuore degli arabi che credono nell’internazionalismo e nella solidarietà internazionale”. Da un altro tweet ho letto: “Non conoscevo Vittorio, ma sono furioso e nauseato per quelli che hanno ucciso un uomo che combatteva per gli oppressi e li considerava la sua gente”. Murid Barghouti, in particolare, ha espresso il suo dolore e la sua rabbia. Postando una fotografia di Vittorio, ritto su una barca, che sventolava la bandiera della Palestina, ha commentato: “Cani! Ecco chi ammazzate!”.

L’uccisione di Arrigoni ha inoltre colpito gli egiziani, perché avvenuta per mano dei salafiti, dei quali si discute molto anche in Egitto. Il risveglio salafita spaventa tutti, soprattutto gli arabi, i primi a essere colpiti dalle loro campagne di violenza. Tuttavia, in Egitto si crede che dietro alle azioni dei salafiti, egiziani o della striscia di Gaza, ci siano mani straniere che li sfruttano convenientemente. L’Arabia Saudita, in primo luogo, con altri paesi del Golfo. Ma anche Israele, naturalmente. E non fa eccezione il caso dell’omicido di Arrigoni, che presenta molti punti oscuri. Un tweet, oggi, si chiedeva: “Chi trae vantaggio dall’uccisione di due attivisti pro-Palestina nell’arco di dieci giorni? E perché adesso?”. Gli egiziani non hanno dubbi che ci siano manovre saudite e israeliane per soffocare sul nascere i tentativi di creare una vera democrazia in Medio Oriente. Il tempismo è perfetto. L’Egitto sta processando l’ex dittatore (precedente pericoloso), sta riallacciando rapporti internazionali importanti, ad esempio con l’Iran, ha riaperto le trattative con i paesi del bacino del Nilo, molto più disposti, ora, verso l’Egitto di quanto fossero prima con Mubarak, sta rivedendo i trattati di vendita del gas con Israele e Giordania, e altro ancora. Tutti fattori che possono mutare parecchio gli equilibri locali. Molti ritengono addirittura che sia Israele il vero fautore della ribellione dei paesi del bacino del Nilo nei confronti dell’Egitto, poiché ambirebbe a deviare il corso del fiume verso il proprio territorio. La guerra dell’acqua non è uno scherzo.

Molti storceranno il naso, a questo punto, pensando che si tratti delle solite paranoie arabe che attribuiscono qualsiasi cosa a un complotto dei sionisti o degli americani. Si sa, per molti gli arabi sono ossessionati da Israele, impulsivi, irrazionali, tribali, violenti e straccioni. Poco importa che alle loro spalle abbiano una storia ricca come e più della nostra, che abbiano prodotto teologia, filosofia, scienza, arte, musica, letteratura, tutto ai massimi livelli, e che ciò avvenga ancora oggi. Tutto questo, qui da noi, non si conosce, dunque non esiste. Eppure, se io nomino Dante a un arabo acculturato, lui sa di cosa parlo. Ma se un arabo nomina al-Mutanabbi ad un occidentale, ugualmente acculturato, dubito che quest’ultimo sappia anche solo vagamente di cosa l’arabo stia parlando. Nel migliore dei casi conoscerà Alaa al-Aswani che – con il massimo rispetto per il suo importante lavoro di denuncia e per il suo impegno politico in Egitto – finisce, tuttavia, per farsi complice dell’appiattimento del mondo arabo su un’immagine stereotipata, quella della corruzione, del fondamentalismo e delle donne velate, tanto per intenderci. Ma nel mondo arabo c’è anche altro, molto altro, solo che da noi si seleziona lo stereotipo e basta. L’arabo, dalle nostre parti, resta un misto tra l’esotico e il primitivo, quanto di più lontano dalla razionalità si possa pensare, cosa che, naturalmente, lo rende geneticamente inadatto alla democrazia. Molti preferiscono aggrapparsi a questa credenza, piuttosto che dare credito agli argomenti degli arabi, quando esprimono il loro punto di vista sulla realtà, nel caso in questione le manovre israeliane e saudite di soffocare la democrazia in Medio Oriente (anche attraverso l’omicidio di persone come Vittorio Arrigoni). Così, se il tentativo di democratizzazione del mondo arabo fallirà, sarà soltanto colpa dell’innata impermeabilità degli arabi alla democrazia. Ma prima o poi bisognerà interrogarsi seriamente sull’intimo piacere che molti occidentali provano nel veder fallire i sacrosanti tentativi degli arabi per costruire società più giuste. Vittorio Arrigoni, tuttavia, non era tra queste persone, e meno male che ci sono molti come lui.

Ci sarebbero tanti argomenti di cui parlare oggi a proposito dell'Egitto, ad esempio l'eterna telenovela sulla salute di Mubarak, o le proteste contro i nuovi governatori, oppure le accuse al movimento "6 aprile" di ricevere soldi dall'estero. Tuttavia, la notizia della barbara uccisione di Vittorio Arrigoni è giunta anche in Egitto, come in tutto il mondo arabo del resto. Preferisco dunque soffermarmi sulle reazioni a questo assassinio. Ci tengo soprattutto, perché immagino già discorsi beceri del tipo "ecco, noi li aiutiamo e loro ci ammazzano", confondendo in quel "loro" musulmani, arabi, Hamas, Fratelli Musulmani, immigrati e salafiti (ho sentito oggi un inviato da Gaza chiamarli "safalisti", tanto per fare un esempio dell'inaccuratezza che spesso si accompagna al "racconto" del mondo arabo). L'assassinio di Arrigoni non ha certo avuto la stessa eco delle notizie dei massacri quotidiani di arabi, in diversi paesi (le proteste non si fermano né in Siria, né in Yemen, la guerra in Libia prosegue e il conflitto israelo-palestinese è sempre acceso), ma ha avuto il rispetto dovuto, sia sui giornali, sia su al-Jazeera, sia nelle opinioni dei singoli. Ha colpito molto, sebbene non abbia stupito. Diversi tweet hanno espresso il proprio dolore. La giornalista e scrittrice Mona Anis, per esempio, ha scritto: "Condoglianze a tutti noi e agli amici italiani per l'uccisione criminale di Vittorio, e lunga vita alla solidarietà internazionale. Persone come Vittorio Arrigoni vivranno per sempre nel cuore degli arabi che credono nell'internazionalismo e nella solidarietà internazionale". Da un altro tweet ho letto: "Non conoscevo Vittorio, ma sono furioso e nauseato per quelli che hanno ucciso un uomo che combatteva per gli oppressi e li considerava la sua gente". Murid Barghouti, in particolare, ha espresso il suo dolore e la sua rabbia. Postando una fotografia di Vittorio, ritto su una barca, che sventolava la bandiera della Palestina, ha commentato: "Cani! Ecco chi ammazzate!". L'uccisione di Arrigoni ha inoltre colpito gli egiziani, perché avvenuta per mano dei salafiti, dei quali si discute molto anche in Egitto. Il risveglio salafita spaventa tutti, soprattutto gli arabi, i primi a essere colpiti dalle loro campagne di violenza. Tuttavia, in Egitto si crede che dietro alle azioni dei salafiti, egiziani o della striscia di Gaza, ci siano mani straniere che li sfruttano convenientemente. L'Arabia Saudita, in primo luogo, con altri paesi del Golfo. Ma anche Israele, naturalmente. E non fa eccezione il caso dell'omicido di Arrigoni, che presenta molti punti oscuri. Un tweet, oggi, si chiedeva: "Chi trae vantaggio dall'uccisione di due attivisti pro-Palestina nell'arco di dieci giorni? E perché adesso?". Gli egiziani non hanno dubbi che ci siano manovre saudite e israeliane per soffocare sul nascere i tentativi di creare una vera democrazia in Medio Oriente. Il tempismo è perfetto. L'Egitto sta processando l'ex dittatore (precedente pericoloso), sta riallacciando rapporti internazionali importanti, ad esempio con l'Iran, ha riaperto le trattative con i paesi del bacino del Nilo, molto più disposti, ora, verso l'Egitto di quanto fossero prima con Mubarak, sta rivedendo i trattati di vendita del gas con Israele e Giordania, e altro ancora. Tutti fattori che possono mutare parecchio gli equilibri locali. Molti ritengono addirittura che sia Israele il vero fautore della ribellione dei paesi del bacino del Nilo nei confronti dell'Egitto, poiché ambirebbe a deviare il corso del fiume verso il proprio territorio. La guerra dell'acqua non è uno scherzo. Molti storceranno il naso, a questo punto, pensando che si tratti delle solite paranoie arabe che attribuiscono qualsiasi cosa a un complotto dei sionisti o degli americani. Si sa, per molti gli arabi sono ossessionati da Israele, impulsivi, irrazionali, tribali, violenti e straccioni. Poco importa che alle loro spalle abbiano una storia ricca come e più della nostra, che abbiano prodotto teologia, filosofia, scienza, arte, musica, letteratura, tutto ai massimi livelli, e che ciò avvenga ancora oggi. Tutto questo, qui da noi, non si conosce, dunque non esiste. Eppure, se io nomino Dante a un arabo acculturato, lui sa di cosa parlo. Ma se un arabo nomina al-Mutanabbi ad un occidentale, ugualmente acculturato, dubito che quest'ultimo sappia anche solo vagamente di cosa l'arabo stia parlando. Nel migliore dei casi conoscerà Alaa al-Aswani che - con il massimo rispetto per il suo importante lavoro di denuncia e per il suo impegno politico in Egitto - finisce, tuttavia, per farsi complice dell'appiattimento del mondo arabo su un'immagine stereotipata, quella della corruzione, del fondamentalismo e delle donne velate, tanto per intenderci. Ma nel mondo arabo c'è anche altro, molto altro, solo che da noi si seleziona lo stereotipo e basta. L'arabo, dalle nostre parti, resta un misto tra l'esotico e il primitivo, quanto di più lontano dalla razionalità si possa pensare, cosa che, naturalmente, lo rende geneticamente inadatto alla democrazia. Molti preferiscono aggrapparsi a questa credenza, piuttosto che dare credito agli argomenti degli arabi, quando esprimono il loro punto di vista sulla realtà, nel caso in questione le manovre israeliane e saudite di soffocare la democrazia in Medio Oriente (anche attraverso l'omicidio di persone come Vittorio Arrigoni). Così, se il tentativo di democratizzazione del mondo arabo fallirà, sarà soltanto colpa dell'innata impermeabilità degli arabi alla democrazia. Ma prima o poi bisognerà interrogarsi seriamente sull'intimo piacere che molti occidentali provano nel veder fallire i sacrosanti tentativi degli arabi per costruire società più giuste. Vittorio Arrigoni, tuttavia, non era tra queste persone, e meno male che ci sono molti come lui.