Conflitto religioso o complotto controrivoluzionario?
Radio Beckwith evangelica

La situazione a Qena è sempre più complicata e rovente. La missione del ministro degli interni Mansour Essawi, giunto sul posto per mediare con i manifestanti, è fallita. Il Consiglio Supremo delle Forze Armate aveva anche inviato a negoziare due predicatori musulmani, Mohamed Hassan e Safwat Hegazi, più l’ex parlamentare Mostafa Bakri.

Come dicevo, tuttavia, i manifestanti non sono stati convinti a tornare a casa. Ora si si attende la prossima mossa del governo per ristabilire l’ordine, ma l’origine di tale protesta, come ho spiegato nella newsletter di ieri, continua a essere poco chiara.

Intanto, i manifestanti hanno guadagnato un sostenitore illustre. Ayman Nour, ieri, si è recato all’università di Qena per manifestare la propria solidarietà agli studenti che protestano contro il nuovo governatore. Ha dichiarato che lo denuncerà, perché è stato uno dei suoi torturatori nel periodo passato in carcere (Ayman Nour, nel 2005, è stato il primo a osare candidarsi alle Presidenziali contro Mubarak, con il risultato di essere arrestato).

Quest’ultima notizia sembrerebbe avvalorare l’ipotesi secondo la quale le proteste sono soprattutto motivate dall’essere, il nuovo governatore, un generale di polizia, implicato con il vecchio regime. Ma le cose non paiono così semplici. Ho ricevuto oggi un’email, inviata da un centro per i diritti umani, abbastanza inquietante, con un comunicato scritto da intellettuali e scrittori di Qena. Onestamente, non so quanto possa fidarmi di questa fonte, perché non mi è chiaro attraverso quali canali sia giunta a me questa email, ma alcune delle notizie contenute sono girate anche sui giornali. Il comunicato, comunque, vuole correggere quel che considera un oscuramento mediatico degli eventi a Qena, con la fabbricazione di racconti falsi. I firmatari dicono che la città è in balia di un gruppo di salafiti, baltagheya, ex membri del PND e anche di qualche straniero non meglio identificato. La polizia e l’esercito sarebbero assenti. Il comunicato dice poi che, a dare il via alle proteste, sarebbero stati i Fratelli Musulmani assieme ai salafiti, ma che in seguito la faccenda sarebbe andata fuori controllo. I Fratelli Musulmani, allora, avrebbero lasciato la faccenda nelle mani dei salafiti, dei baltagheya e dei fedeli del PND. Avrebbero cominciato a circolare spaventosi slogan, inneggianti al conflitto religioso, e sarebbe persino stata sventolata la bandiera saudita. Al momento della stesura del comunicato, secondo i firmatari, era in corso la scelta del futuro capo dell’emirato islamico di Qena. Tre i candidati: l’imam della moschea al-Taqwa di Qena, anche responsabile della pagina religiosa del giornale locale “Akhbar Qena”, finanziato e diretto da Mustafa Bakri (ma non è lo stesso della delegazione inviata dal Consiglio Militare?) e dal fratello; Muhammad Khalil, presidente dell’Associazione dei Sostenitori della Sunna di Muhammad e sceicco salafita; Muhammad Nur, sceicco anche lui e membro per il PND del consiglio regionale. Sempre secondo il comunicato, gli abitanti di Qena sarebbero ora costretti a una disobbedienza civile non voluta da loro. I giovani della Coalizione della Rivoluzione starebbero proteggendo la centrale idrica, in seguito alle minacce di interrompere l’erogazione dell’acqua e dell’elettricità agli stabilimenti del Mar Rosso. Ci sarebbe poi una macchina guidata da un ex candidato PND alle ultime elezioni, che girerebbe per strada invitando la gente, con un megafono, a unirsi alle proteste. Infatti, il numero dei manifestanti sarebbe molto minore rispetto a quello fornito dai mass media, al di sotto delle 5000 persone. Il comunicato termina sottolineando la pericolosità della situazione, perché, come è ben noto a tutti, le tribù sono armate (Qena è una zona fortemente tribale). Anche i manifestanti radunati attorno al palazzo del governatore sono armati e basterebbe una sola pallottola per far scoppiare una guerra tribale, nonché l’attacco alla chiesa vicina.

Il comunicato, dunque, sembra suggerire un complotto degli ex PND e dei salafiti, con il sostegno dell’Arabia Saudita, per scatenare il conflitto religioso o una rivolta della popolazione contro il governo del Cairo. Naturalmente, lo scopo sarebbe soffocare la rivoluzione del 25 gennaio e i suoi principi, provocando un intervento autoritario repressivo con il ritorno al passato (che, in realtà, non è poi così passato).

Insomma, anche se tutte queste informazioni necessitano più che mai di conferma, il semplice fatto che siano in circolazione indica quanto il conflitto religioso e lo spauracchio dell’islamismo salafita intransigente siano armi sempre per contrastare le rivoluzioni arabe, e nulla mi toglie dalla mente che ci sia una regia precisa dietro a questi fatti. Il connubio salafiti-PND, poi, è particolarmente inquietante, anche se non è né nuovo né sorprendente. Tuttavia, il gioco del conflitto religioso – che non rappresenta la società egiziana, come ripeterò fino alla nausea – è estremamente pericoloso e non va sottovalutato. E l’esercito, in tutto questo, che gioco fa?

Sul versante processi, invece, Omar Suleyman ha scagionato Hosni Mubarak dall’accusa di aver ordinato di uccidere i manifestanti. Il primo responsabile sarebbe allora Habib el-Adly, l’ex ministro degli interni dalla sinistra fama. Chiaramente, se è davvero così, la responsabilità politica di Mubarak non diminuisce di un granello. Altre indagini hanno invece appurato che i cecchini che sparavano sui manifestanti dai tetti di piazza Tahrir erano effettivamente ufficiali di polizia, appartenenenti alla sezione terrorismo dell’ormai sciolto Amn al-Dawla, la Sicurezza Statale. Appunto, sezione terrorismo. Ma i terroristi erano loro.

La situazione a Qena è sempre più complicata e rovente. La missione del ministro degli interni Mansour Essawi, giunto sul posto per mediare con i manifestanti, è fallita. Il Consiglio Supremo delle Forze Armate aveva anche inviato a negoziare due predicatori musulmani, Mohamed Hassan e Safwat Hegazi, più l'ex parlamentare Mostafa Bakri. Come dicevo, tuttavia, i manifestanti non sono stati convinti a tornare a casa. Ora si si attende la prossima mossa del governo per ristabilire l'ordine, ma l'origine di tale protesta, come ho spiegato nella newsletter di ieri, continua a essere poco chiara. Intanto, i manifestanti hanno guadagnato un sostenitore illustre. Ayman Nour, ieri, si è recato all'università di Qena per manifestare la propria solidarietà agli studenti che protestano contro il nuovo governatore. Ha dichiarato che lo denuncerà, perché è stato uno dei suoi torturatori nel periodo passato in carcere (Ayman Nour, nel 2005, è stato il primo a osare candidarsi alle Presidenziali contro Mubarak, con il risultato di essere arrestato). Quest'ultima notizia sembrerebbe avvalorare l'ipotesi secondo la quale le proteste sono soprattutto motivate dall'essere, il nuovo governatore, un generale di polizia, implicato con il vecchio regime. Ma le cose non paiono così semplici. Ho ricevuto oggi un'email, inviata da un centro per i diritti umani, abbastanza inquietante, con un comunicato scritto da intellettuali e scrittori di Qena. Onestamente, non so quanto possa fidarmi di questa fonte, perché non mi è chiaro attraverso quali canali sia giunta a me questa email, ma alcune delle notizie contenute sono girate anche sui giornali. Il comunicato, comunque, vuole correggere quel che considera un oscuramento mediatico degli eventi a Qena, con la fabbricazione di racconti falsi. I firmatari dicono che la città è in balia di un gruppo di salafiti, baltagheya, ex membri del PND e anche di qualche straniero non meglio identificato. La polizia e l'esercito sarebbero assenti. Il comunicato dice poi che, a dare il via alle proteste, sarebbero stati i Fratelli Musulmani assieme ai salafiti, ma che in seguito la faccenda sarebbe andata fuori controllo. I Fratelli Musulmani, allora, avrebbero lasciato la faccenda nelle mani dei salafiti, dei baltagheya e dei fedeli del PND. Avrebbero cominciato a circolare spaventosi slogan, inneggianti al conflitto religioso, e sarebbe persino stata sventolata la bandiera saudita. Al momento della stesura del comunicato, secondo i firmatari, era in corso la scelta del futuro capo dell'emirato islamico di Qena. Tre i candidati: l'imam della moschea al-Taqwa di Qena, anche responsabile della pagina religiosa del giornale locale "Akhbar Qena", finanziato e diretto da Mustafa Bakri (ma non è lo stesso della delegazione inviata dal Consiglio Militare?) e dal fratello; Muhammad Khalil, presidente dell'Associazione dei Sostenitori della Sunna di Muhammad e sceicco salafita; Muhammad Nur, sceicco anche lui e membro per il PND del consiglio regionale. Sempre secondo il comunicato, gli abitanti di Qena sarebbero ora costretti a una disobbedienza civile non voluta da loro. I giovani della Coalizione della Rivoluzione starebbero proteggendo la centrale idrica, in seguito alle minacce di interrompere l'erogazione dell'acqua e dell'elettricità agli stabilimenti del Mar Rosso. Ci sarebbe poi una macchina guidata da un ex candidato PND alle ultime elezioni, che girerebbe per strada invitando la gente, con un megafono, a unirsi alle proteste. Infatti, il numero dei manifestanti sarebbe molto minore rispetto a quello fornito dai mass media, al di sotto delle 5000 persone. Il comunicato termina sottolineando la pericolosità della situazione, perché, come è ben noto a tutti, le tribù sono armate (Qena è una zona fortemente tribale). Anche i manifestanti radunati attorno al palazzo del governatore sono armati e basterebbe una sola pallottola per far scoppiare una guerra tribale, nonché l'attacco alla chiesa vicina. Il comunicato, dunque, sembra suggerire un complotto degli ex PND e dei salafiti, con il sostegno dell'Arabia Saudita, per scatenare il conflitto religioso o una rivolta della popolazione contro il governo del Cairo. Naturalmente, lo scopo sarebbe soffocare la rivoluzione del 25 gennaio e i suoi principi, provocando un intervento autoritario repressivo con il ritorno al passato (che, in realtà, non è poi così passato). Insomma, anche se tutte queste informazioni necessitano più che mai di conferma, il semplice fatto che siano in circolazione indica quanto il conflitto religioso e lo spauracchio dell'islamismo salafita intransigente siano armi sempre per contrastare le rivoluzioni arabe, e nulla mi toglie dalla mente che ci sia una regia precisa dietro a questi fatti. Il connubio salafiti-PND, poi, è particolarmente inquietante, anche se non è né nuovo né sorprendente. Tuttavia, il gioco del conflitto religioso - che non rappresenta la società egiziana, come ripeterò fino alla nausea - è estremamente pericoloso e non va sottovalutato. E l'esercito, in tutto questo, che gioco fa? Sul versante processi, invece, Omar Suleyman ha scagionato Hosni Mubarak dall'accusa di aver ordinato di uccidere i manifestanti. Il primo responsabile sarebbe allora Habib el-Adly, l'ex ministro degli interni dalla sinistra fama. Chiaramente, se è davvero così, la responsabilità politica di Mubarak non diminuisce di un granello. Altre indagini hanno invece appurato che i cecchini che sparavano sui manifestanti dai tetti di piazza Tahrir erano effettivamente ufficiali di polizia, appartenenenti alla sezione terrorismo dell'ormai sciolto Amn al-Dawla, la Sicurezza Statale. Appunto, sezione terrorismo. Ma i terroristi erano loro.