Lo sciopero dei medici e la prova del fuoco dell’esercito
Radio Beckwith evangelica

Oggi, 10 maggio, l’Egitto ha assistito a un grande sciopero nazionale dei medici, il primo di questo genere dal 1951. La sanità pubblica egiziana, infatti, ha subito un continuo degrado durante il governo di Mubarak. Spesso, i medici lavorano in strutture decadenti e con stipendi bassissimi (qualcuno raccontava oggi su Twitter che ci sono medici che guadagnano 200 pound al mese, corrispondenti a circa 30 euro).

E’ una vergogna per il paese che ha dato i natali al grande cardiochirurgo Magdi Yaacoub, uno dei medici più celebri a livello mondiale che, tra l’altro, è anche copto. I medici egiziani, pertanto, hanno indetto lo sciopero nazionale, garantendo ovviamente il trattamento dei casi di emergenza e le operazioni non rimandabili.

La prima e principale domanda degli scioperanti è l’aumento del 15% della spesa pubblica destinata alla sanità, seguita dalla richiesta di dimissioni del ministro della salute Ashraf Hatem, di una revisione degli stipendi e di un rafforzamento della sicurezza degli ospedali, in seguito ai recenti attacchi dei baltagheya, nuovo fenomeno post-rivoluzionario. Lo sciopero ha riscosso un grande successo, con la partecipazione del 90% dei medici. A guidare la protesta c’era una donna, Mona Mena, una donna copta per di più. Molti hanno letto in questo una bella risposta all’attuale crisi religiosa, e un bel segnale per quanti amano interpretare l’Egitto (e i paesi arabi) solo e sempre attraverso le categorie del fondamentalismo islamico e del patriarcato.

Tuttavia, lo rabbia e le polemiche per le violenze settarie di Imbaba sono tutt’altro che sopite. L’esercito ha effettuato altri 28 arresti nel quartiere. Intanto, è stato reso noto che dodici degli arrestati precedenti, in parte musulmani e in parte cristiani, sono tutti ex membri del Partito Nazional Democratico (PND), ex partito di governo ormai sciolto. In particolare, la mente che avrebbe pianificato le violenze sarebbe un commerciante copto, proprietario di un negozio vicino alla chiesa di Mari Mina. Sarebbe stato lui il primo a sparare, dopo aver sparso la notizia che i musulmani avessero intenzione di fare irruzione nella chiesa, incitando così i cristiani ad attaccarli. Pare inoltre che abbia dei precedenti. Nel 1992, infatti, era già stato accusato di fomentare la violenza tra cristiani e musulmani. Non c’è bisogno di dire che questa notizia la dice lunga su chi stia dietro gli scontri religiosi, ma è giusto aspettare il termine delle indagini, che si spera diano frutti concreti e non siano insabbiate.

Alle cinque del pomeriggio di ieri si è anche svolta una marcia di solidarietà con i cristiani nel quartiere di Imbaba. Oltre a questa manifestazione, che ha riaffermato l’unità di tutti gli egiziani contro gli atti di violenza e di teppismo, tante sono state le delegazioni ufficiali o le singole persone che si sono recate ad Imbaba per presentare le loro condoglianze, indagare sui fatti o almeno rendersi conto con i propri occhi di quanto accaduto. Wael Ghonim dice che ha passato tre ore intere a parlare con la gente del quartiere, raccogliendo testimonianze. Il Movimento 6 aprile e la Coalizione dei giovani della rivoluzione hanno già indetto per venerdì prossimo un’altra manifestazione del milione, per sottolineare ancora di più il rifiuto della logica dello scontro confessionale. A dire il vero, ieri sera è apparsa in tv anche Abir, la ragazza cristiana convertitasi all’islam che avrebbe scatenato la guerriglia ad Imbaba. Con un racconto che ha convinto pochi (c’era chi metteva in dubbio che fosse proprio lei, o che esistesse davvero una Abir), ha detto di essere ancora sposata al suo primo marito, un cristiano, e di aver solo subito degli interrogatori da parte della chiesa, quando si è convertita. Comunque, la sua storia è abbastanza irrilevante ormai. Vera o falsa che sia, è servita allo scopo di chi vuole dividere il paese.

In effetti, il dibattito si infiamma sempre più. Ci si chiede come si è potuti giungere fino a questo punto. C’è chi crede che la violenza settaria sia un piano premeditato dei “residui” del vecchio regime per destabilizzare l’Egitto e la rivoluzione, usando i salafiti come strumento. Oggi, ad esempio, il giornale al-Masry al-Youm ha scritto che, secondo una fonte militare anonima, l’esercito sarebbe venuto in possesso di informazioni allarmanti a proposito di un piano per gettare il paese nella guerra civile, proprio attraverso lo strumento del conflitto religioso. Altri, tuttavia, vedono le cose in maniera diversa, imputando l’ondata di violenze religiose all’indebolimento dell’ordine pubblico, accompagnato da una cultura dell’intolleranza, liberamente prosperata sotto il regime di Mubarak, perché nessuno si è mai veramente preoccupato di affrontare il problema. Per parte mia, ritengo che ci sia della verità in entrambe le posizioni. L’accusa più forte, comunque, condivisa dalla maggioranza, è rivolta al governo e alle forze armate, che non hanno preso nessun serio provvedimento legale nei confronti dei responsabili delle violenze precedenti, ad esempio contro chi ha bruciato la chiesa di Atfih. Si è preferito inviare dei predicatori per calmare gli animi, invece di far agire la legge con fermezza. Chiaramente, gli episodi di violenza si sono ripetuti, e di certo si ripeteranno ancora, se si rinuncerà anche questa volta ad applicare la legge come dovrebbe fare un vero stato. L’esercito, dunque, si trova davanti a una prova del fuoco e gli egiziani attendono le sue prossime mosse con ansia. Essam Sharaf, il primo ministro, dovrebbe tenere un discorso alla nazione tra poco, per informare i cittadini delle contromisure prese dal governo, al fine di mettere fine alle violenze settarie.

Oggi, 10 maggio, l'Egitto ha assistito a un grande sciopero nazionale dei medici, il primo di questo genere dal 1951. La sanità pubblica egiziana, infatti, ha subito un continuo degrado durante il governo di Mubarak. Spesso, i medici lavorano in strutture decadenti e con stipendi bassissimi (qualcuno raccontava oggi su Twitter che ci sono medici che guadagnano 200 pound al mese, corrispondenti a circa 30 euro). E' una vergogna per il paese che ha dato i natali al grande cardiochirurgo Magdi Yaacoub, uno dei medici più celebri a livello mondiale che, tra l'altro, è anche copto. I medici egiziani, pertanto, hanno indetto lo sciopero nazionale, garantendo ovviamente il trattamento dei casi di emergenza e le operazioni non rimandabili. La prima e principale domanda degli scioperanti è l'aumento del 15% della spesa pubblica destinata alla sanità, seguita dalla richiesta di dimissioni del ministro della salute Ashraf Hatem, di una revisione degli stipendi e di un rafforzamento della sicurezza degli ospedali, in seguito ai recenti attacchi dei baltagheya, nuovo fenomeno post-rivoluzionario. Lo sciopero ha riscosso un grande successo, con la partecipazione del 90% dei medici. A guidare la protesta c'era una donna, Mona Mena, una donna copta per di più. Molti hanno letto in questo una bella risposta all'attuale crisi religiosa, e un bel segnale per quanti amano interpretare l'Egitto (e i paesi arabi) solo e sempre attraverso le categorie del fondamentalismo islamico e del patriarcato. Tuttavia, lo rabbia e le polemiche per le violenze settarie di Imbaba sono tutt'altro che sopite. L'esercito ha effettuato altri 28 arresti nel quartiere. Intanto, è stato reso noto che dodici degli arrestati precedenti, in parte musulmani e in parte cristiani, sono tutti ex membri del Partito Nazional Democratico (PND), ex partito di governo ormai sciolto. In particolare, la mente che avrebbe pianificato le violenze sarebbe un commerciante copto, proprietario di un negozio vicino alla chiesa di Mari Mina. Sarebbe stato lui il primo a sparare, dopo aver sparso la notizia che i musulmani avessero intenzione di fare irruzione nella chiesa, incitando così i cristiani ad attaccarli. Pare inoltre che abbia dei precedenti. Nel 1992, infatti, era già stato accusato di fomentare la violenza tra cristiani e musulmani. Non c'è bisogno di dire che questa notizia la dice lunga su chi stia dietro gli scontri religiosi, ma è giusto aspettare il termine delle indagini, che si spera diano frutti concreti e non siano insabbiate. Alle cinque del pomeriggio di ieri si è anche svolta una marcia di solidarietà con i cristiani nel quartiere di Imbaba. Oltre a questa manifestazione, che ha riaffermato l'unità di tutti gli egiziani contro gli atti di violenza e di teppismo, tante sono state le delegazioni ufficiali o le singole persone che si sono recate ad Imbaba per presentare le loro condoglianze, indagare sui fatti o almeno rendersi conto con i propri occhi di quanto accaduto. Wael Ghonim dice che ha passato tre ore intere a parlare con la gente del quartiere, raccogliendo testimonianze. Il Movimento 6 aprile e la Coalizione dei giovani della rivoluzione hanno già indetto per venerdì prossimo un'altra manifestazione del milione, per sottolineare ancora di più il rifiuto della logica dello scontro confessionale. A dire il vero, ieri sera è apparsa in tv anche Abir, la ragazza cristiana convertitasi all'islam che avrebbe scatenato la guerriglia ad Imbaba. Con un racconto che ha convinto pochi (c'era chi metteva in dubbio che fosse proprio lei, o che esistesse davvero una Abir), ha detto di essere ancora sposata al suo primo marito, un cristiano, e di aver solo subito degli interrogatori da parte della chiesa, quando si è convertita. Comunque, la sua storia è abbastanza irrilevante ormai. Vera o falsa che sia, è servita allo scopo di chi vuole dividere il paese. In effetti, il dibattito si infiamma sempre più. Ci si chiede come si è potuti giungere fino a questo punto. C'è chi crede che la violenza settaria sia un piano premeditato dei "residui" del vecchio regime per destabilizzare l'Egitto e la rivoluzione, usando i salafiti come strumento. Oggi, ad esempio, il giornale al-Masry al-Youm ha scritto che, secondo una fonte militare anonima, l'esercito sarebbe venuto in possesso di informazioni allarmanti a proposito di un piano per gettare il paese nella guerra civile, proprio attraverso lo strumento del conflitto religioso. Altri, tuttavia, vedono le cose in maniera diversa, imputando l'ondata di violenze religiose all'indebolimento dell'ordine pubblico, accompagnato da una cultura dell'intolleranza, liberamente prosperata sotto il regime di Mubarak, perché nessuno si è mai veramente preoccupato di affrontare il problema. Per parte mia, ritengo che ci sia della verità in entrambe le posizioni. L'accusa più forte, comunque, condivisa dalla maggioranza, è rivolta al governo e alle forze armate, che non hanno preso nessun serio provvedimento legale nei confronti dei responsabili delle violenze precedenti, ad esempio contro chi ha bruciato la chiesa di Atfih. Si è preferito inviare dei predicatori per calmare gli animi, invece di far agire la legge con fermezza. Chiaramente, gli episodi di violenza si sono ripetuti, e di certo si ripeteranno ancora, se si rinuncerà anche questa volta ad applicare la legge come dovrebbe fare un vero stato. L'esercito, dunque, si trova davanti a una prova del fuoco e gli egiziani attendono le sue prossime mosse con ansia. Essam Sharaf, il primo ministro, dovrebbe tenere un discorso alla nazione tra poco, per informare i cittadini delle contromisure prese dal governo, al fine di mettere fine alle violenze settarie.