Le parole che viaggiano
Radio Beckwith evangelica

Oggi ho passato mezza giornata al Salone del Libro di Torino, dove ho avuto il piacere di assistere a una conferenza con Murid al-Barghouthi, poeta e scrittore palestinese, autore di “Ho visto Ramallah” (se non l’avete letto vi consiglio di farlo, perché è bellissimo). Ma cosa c’entra questo con la mia consueta cronaca sull’Egitto? C’entra, perché al-Barghouthi, nel bel mezzo della conferenza, ha citato piazza Tahrir, a ulteriore conferma di quanto quest’ultima sia ormai diventata il simbolo più forte delle rivoluzioni arabe.
Al-Barghouthi, a un certo punto della conferenza, ha ricordato Edward Said, celebre scrittore americano-palestinese, e la sua idea delle teorie che viaggiano. al-Barghouthi, tuttavia, ha ampliato questa idea, aggiugendo che anche l’arte e le parole viaggiano, anzi è proprio la capacità di viaggiare, secondo lui, a definire il valore di una parola. Ebbene, lo scrittore ha preso ad esempio piazza Tahrir, facendo notare come lo slogan principale della rivoluzione egiziana, al-shaab iurid isqat al-nizham, ossia “il popolo vuole la caduta del regime”, abbia effettivamente viaggiato attraverso tutte le piazze arabe. In questi giorni, per esempio, si sente risuonare forte e chiaro in Siria, ma anche in Yemen. Sorprendentemente, questo slogan è in arabofusha, l’arabo letterario, ma molte delle persone che l’hanno gridato, e lo gridano ancora, sono analfabeti. Eppure, questo slogan è talmente forte, condensando in quattro parole la somma di tutte le richieste dei manifestanti e la rabbia di decenni di oppressione, che si è diffuso a macchia d’olio in tutto il mondo arabo. Le parole viaggiano davvero, ma non tutte le parole, solo quelle significative.

al-Barghouthi ha quindi citato un altro bellissimo esempio di “parole viaggiatrici” nelle rivoluzioni arabe. Si tratta del verso di una poesia del poeta tunisino Abul Qasim al-Shabbi, ripetuto come un mantra in tutte le piazze arabe: “se un giorno il popolo vorrà la vita, il destino dovrà rispondere”. Che bella la poesia usata come arma contro la dittatura! Altro che diletto per pochi intimi.

Concludendo la conferenza, al-Barghouthi ha lasciato tutti quanti con una nota positiva, valida per la Palestina, ma anche per gli altri paesi arabi. Ha detto di credere fermamente che la Palestina otterrà la sua libertà, un giorno. Lui è fiducioso, la memoria non si perderà tra una generazione e l’altra, e la paura non c’è più, dopo che gli arabi hanno avuto il coraggio di ribellarsi. Erano i leader, secondo lui, ad avere paura, cosa che li ha portati ad accettare umilianti accordi. Sulla paura si basavano anche i tanti regimi dittatoriali dei paesi arabi. I palestinesi – ma il discorso può essere esteso agli arabi in generale – sono stati vittimizzati, ma non sono mai stati vittime. Sono attivi, amano, costruiscono e ricostruiscono, ad esempio le case regolarmente demolite. Alla fine, secondo al-Barghouthi, ce la faranno.

Le belle parole del poeta palestinese sono davvero il modo migliore per festeggiare la mia centesima newsletter, permettetemi questa piccola celebrazione privata. Per l’occasione, vorrei ringraziare tutti coloro che mi hanno seguito sin qui, fin dai primi giorni, oppure da poco tempo. Un ringraziamento particolare a tutti coloro che curano i siti che pubblicano questa newsletter o che l’hanno fatta conoscere attraverso il passa-parola, contribuendo alla sua diffusione. La vostra costante attenzione è per me l’incentivo più forte a continuare questo lavoro faticoso, senza retribuzioni e che porta via gran parte del mio tempo, ma certamente appassionante. Un grazie di cuore a tutti, dunque, e un caro saluto, come sempre.

Oggi ho passato mezza giornata al Salone del Libro di Torino, dove ho avuto il piacere di assistere a una conferenza con Murid al-Barghouthi, poeta e scrittore palestinese, autore di "Ho visto Ramallah" (se non l'avete letto vi consiglio di farlo, perché è bellissimo). Ma cosa c'entra questo con la mia consueta cronaca sull'Egitto? C'entra, perché al-Barghouthi, nel bel mezzo della conferenza, ha citato piazza Tahrir, a ulteriore conferma di quanto quest'ultima sia ormai diventata il simbolo più forte delle rivoluzioni arabe. Al-Barghouthi, a un certo punto della conferenza, ha ricordato Edward Said, celebre scrittore americano-palestinese, e la sua idea delle teorie che viaggiano. al-Barghouthi, tuttavia, ha ampliato questa idea, aggiugendo che anche l'arte e le parole viaggiano, anzi è proprio la capacità di viaggiare, secondo lui, a definire il valore di una parola. Ebbene, lo scrittore ha preso ad esempio piazza Tahrir, facendo notare come lo slogan principale della rivoluzione egiziana, al-shaab iurid isqat al-nizham, ossia "il popolo vuole la caduta del regime", abbia effettivamente viaggiato attraverso tutte le piazze arabe. In questi giorni, per esempio, si sente risuonare forte e chiaro in Siria, ma anche in Yemen. Sorprendentemente, questo slogan è in arabofusha, l'arabo letterario, ma molte delle persone che l'hanno gridato, e lo gridano ancora, sono analfabeti. Eppure, questo slogan è talmente forte, condensando in quattro parole la somma di tutte le richieste dei manifestanti e la rabbia di decenni di oppressione, che si è diffuso a macchia d'olio in tutto il mondo arabo. Le parole viaggiano davvero, ma non tutte le parole, solo quelle significative. al-Barghouthi ha quindi citato un altro bellissimo esempio di "parole viaggiatrici" nelle rivoluzioni arabe. Si tratta del verso di una poesia del poeta tunisino Abul Qasim al-Shabbi, ripetuto come un mantra in tutte le piazze arabe: "se un giorno il popolo vorrà la vita, il destino dovrà rispondere". Che bella la poesia usata come arma contro la dittatura! Altro che diletto per pochi intimi. Concludendo la conferenza, al-Barghouthi ha lasciato tutti quanti con una nota positiva, valida per la Palestina, ma anche per gli altri paesi arabi. Ha detto di credere fermamente che la Palestina otterrà la sua libertà, un giorno. Lui è fiducioso, la memoria non si perderà tra una generazione e l'altra, e la paura non c'è più, dopo che gli arabi hanno avuto il coraggio di ribellarsi. Erano i leader, secondo lui, ad avere paura, cosa che li ha portati ad accettare umilianti accordi. Sulla paura si basavano anche i tanti regimi dittatoriali dei paesi arabi. I palestinesi - ma il discorso può essere esteso agli arabi in generale - sono stati vittimizzati, ma non sono mai stati vittime. Sono attivi, amano, costruiscono e ricostruiscono, ad esempio le case regolarmente demolite. Alla fine, secondo al-Barghouthi, ce la faranno. Le belle parole del poeta palestinese sono davvero il modo migliore per festeggiare la mia centesima newsletter, permettetemi questa piccola celebrazione privata. Per l'occasione, vorrei ringraziare tutti coloro che mi hanno seguito sin qui, fin dai primi giorni, oppure da poco tempo. Un ringraziamento particolare a tutti coloro che curano i siti che pubblicano questa newsletter o che l'hanno fatta conoscere attraverso il passa-parola, contribuendo alla sua diffusione. La vostra costante attenzione è per me l'incentivo più forte a continuare questo lavoro faticoso, senza retribuzioni e che porta via gran parte del mio tempo, ma certamente appassionante. Un grazie di cuore a tutti, dunque, e un caro saluto, come sempre.