Il braccio di ferro tra esercito e società civile
Radio Beckwith evangelica

Si torna a parlare di elezioni in Egitto. Come annunciato lo scorso 19 maggio, durante una conferenza stampa tenuta da Mamduh Shahin, membro del Consiglio Militare, l’esercito ha finalmente ratificato gli emendamenti legislativi riguardanti le prossime lezioni parlamentari, sia della Camera Bassa che della Camera Alta. Le elezioni dovranno tenersi prima del 30 settembre, sotto la piena supervisione giudiziaria.

Una bomboletta spray (l’unità nazionale) che viene spruzzata su una mosca (i “resti” del vecchio regime).

Per poter garantire la presenza di un giudice in ogni seggio, le elezioni si svolgeranno in due o tre turni. A supervisionare le elezioni, dal primo all’ultimo istante, fino alla proclamazione ufficiale dei risultati, sarà un’Alta Commissione Elettorale, composta da giudici e presieduta dal Presidente della Corte d’Appello del Cairo. La polizia militare non potrà entrare nei seggi, ma prenderà ordini direttamente dal giudice a capo del seggio e il suo compito sarà limitato alla protezione di quest’ultimo dagli attacchi dei baltagheya (che erano la norma ai tempi di Mubarak). Sarà consentito il monitoraggio delle elezioni anche a mass media, ONG, attivisti per i diritti umani e rappresentanti di lista. Per votare sarà sufficiente la carta d’identità e non ci sarà bisogno di alcun certificato elettorale. Questa disposizione dovrebbe facilitare gli elettori, che non dovranno così sottoporsi a pesanti procedure burocratiche per ottenere il certificato, con il rischio di non riuscire a conseguirlo e rinunciare al proprio diritto di voto.

Gli emendamenti precedenti, tuttavia, tralasciano due questioni fondamentali: il sistema elettorale (proporzionale o a candidatura individuale?) e il voto degli egiziani all’estero. Per quanto riguarda il sistema elettorale, molti preferirebbero quello proporzionale, perché costringerebbe le persone a votare in base ai programmi delle varie liste e non in base alla tribù, o rete clientelare, di appartenenza del candidato. Le forze militari hanno dichiarato che il sistema elettorale sarà deciso con la prossima legge sul Parlamento, prevista per il mese prossimo. I partiti, come il Tagammu, non sono affatto contenti di questo ritardo, considerandolo un grave impedimento alla preparazione della campagna elettorale. Tuttavia, è il Consiglio Militare che decide. Per quanto riguarda il voto all’estero, invece, ci sono poche speranze. La questione resta in sospeso e probabilmente sarà lasciata in eredità alla Commissione Elettorale. Il problema, secondo l’esercito, è l’impossibilità di garantire la presenza di un giudice in ogni seggio estero, né si può chiedere agli ambasciatori di farne le veci. La posizione dei militari, tuttavia, non convince nessuno, anzi delude moltissimo, specie i copti, che all’estero formano comunità consistenti.

E parlando di copti, è stata finalmente decisa la fine del loro sit-in presso il Maspero, dopo due settimane ininterrotte di protesta. Ritengono che il loro messaggio sia arrivato a destinazione, dunque sgombrano il campo per il bene dell’Egitto, perché la vita possa tornare alla normalità. Tuttavia, annunciano che prenderanno parte al “secondo venerdì della rabbia”, il prossimo 27 maggio, assieme a tutti gli altri manifestanti. Questo mi sembra un segnale importante. E’ necessario inglobare le proteste dei copti nella corrente principale della rivoluzione, come fossero rivendicazioni di tutti i cittadini egiziani e non solo di una minoranza religiosa. Il rischio che copti e musulmani decidano di seguire strade separate nella loro protesta costituisce un grande pericolo per la rivoluzione e l’unità nazionale, ma se resteranno uniti come ai tempi di piazza Tahrir, allora la rivoluzione potrà davvero continuare a esercitare la sua pressione sui militari e su quanto resta (che è molto) del regime.

Ormai, infatti, è chiaro a tutti: l’esercito vuole sì consegnare il paese a un governo di tipo civile, ma preservando tutti i propri interessi, che non sono gli interessi del popolo sceso in piazza il 25 gennaio. Si apre pertanto (anzi, si è già aperto) un periodo delicato, ma anche interessante, che vedrà il più o meno silenzioso braccio di ferro tra le forze armate e la piazza/società civile. Volendo pensare positivo, ritengo che sarà un periodo altamente formativo per la società civile egiziana, che sarà costretta ad acquisire in fretta tutte le capacità politiche, nel senso più ampio e nobile del termine, necessarie a uno scontro di tale portata, se non vorrà soccombere un’altra volta all’oppresione militare.

Si torna a parlare di elezioni in Egitto. Come annunciato lo scorso 19 maggio, durante una conferenza stampa tenuta da Mamduh Shahin, membro del Consiglio Militare, l'esercito ha finalmente ratificato gli emendamenti legislativi riguardanti le prossime lezioni parlamentari, sia della Camera Bassa che della Camera Alta. Le elezioni dovranno tenersi prima del 30 settembre, sotto la piena supervisione giudiziaria. [caption id="attachment_490" align="alignright" width="300"] Una bomboletta spray (l'unità nazionale) che viene spruzzata su una mosca (i "resti" del vecchio regime).[/caption] Per poter garantire la presenza di un giudice in ogni seggio, le elezioni si svolgeranno in due o tre turni. A supervisionare le elezioni, dal primo all'ultimo istante, fino alla proclamazione ufficiale dei risultati, sarà un'Alta Commissione Elettorale, composta da giudici e presieduta dal Presidente della Corte d'Appello del Cairo. La polizia militare non potrà entrare nei seggi, ma prenderà ordini direttamente dal giudice a capo del seggio e il suo compito sarà limitato alla protezione di quest'ultimo dagli attacchi dei baltagheya (che erano la norma ai tempi di Mubarak). Sarà consentito il monitoraggio delle elezioni anche a mass media, ONG, attivisti per i diritti umani e rappresentanti di lista. Per votare sarà sufficiente la carta d'identità e non ci sarà bisogno di alcun certificato elettorale. Questa disposizione dovrebbe facilitare gli elettori, che non dovranno così sottoporsi a pesanti procedure burocratiche per ottenere il certificato, con il rischio di non riuscire a conseguirlo e rinunciare al proprio diritto di voto. Gli emendamenti precedenti, tuttavia, tralasciano due questioni fondamentali: il sistema elettorale (proporzionale o a candidatura individuale?) e il voto degli egiziani all'estero. Per quanto riguarda il sistema elettorale, molti preferirebbero quello proporzionale, perché costringerebbe le persone a votare in base ai programmi delle varie liste e non in base alla tribù, o rete clientelare, di appartenenza del candidato. Le forze militari hanno dichiarato che il sistema elettorale sarà deciso con la prossima legge sul Parlamento, prevista per il mese prossimo. I partiti, come il Tagammu, non sono affatto contenti di questo ritardo, considerandolo un grave impedimento alla preparazione della campagna elettorale. Tuttavia, è il Consiglio Militare che decide. Per quanto riguarda il voto all'estero, invece, ci sono poche speranze. La questione resta in sospeso e probabilmente sarà lasciata in eredità alla Commissione Elettorale. Il problema, secondo l'esercito, è l'impossibilità di garantire la presenza di un giudice in ogni seggio estero, né si può chiedere agli ambasciatori di farne le veci. La posizione dei militari, tuttavia, non convince nessuno, anzi delude moltissimo, specie i copti, che all'estero formano comunità consistenti. E parlando di copti, è stata finalmente decisa la fine del loro sit-in presso il Maspero, dopo due settimane ininterrotte di protesta. Ritengono che il loro messaggio sia arrivato a destinazione, dunque sgombrano il campo per il bene dell'Egitto, perché la vita possa tornare alla normalità. Tuttavia, annunciano che prenderanno parte al "secondo venerdì della rabbia", il prossimo 27 maggio, assieme a tutti gli altri manifestanti. Questo mi sembra un segnale importante. E' necessario inglobare le proteste dei copti nella corrente principale della rivoluzione, come fossero rivendicazioni di tutti i cittadini egiziani e non solo di una minoranza religiosa. Il rischio che copti e musulmani decidano di seguire strade separate nella loro protesta costituisce un grande pericolo per la rivoluzione e l'unità nazionale, ma se resteranno uniti come ai tempi di piazza Tahrir, allora la rivoluzione potrà davvero continuare a esercitare la sua pressione sui militari e su quanto resta (che è molto) del regime. Ormai, infatti, è chiaro a tutti: l'esercito vuole sì consegnare il paese a un governo di tipo civile, ma preservando tutti i propri interessi, che non sono gli interessi del popolo sceso in piazza il 25 gennaio. Si apre pertanto (anzi, si è già aperto) un periodo delicato, ma anche interessante, che vedrà il più o meno silenzioso braccio di ferro tra le forze armate e la piazza/società civile. Volendo pensare positivo, ritengo che sarà un periodo altamente formativo per la società civile egiziana, che sarà costretta ad acquisire in fretta tutte le capacità politiche, nel senso più ampio e nobile del termine, necessarie a uno scontro di tale portata, se non vorrà soccombere un'altra volta all'oppresione militare.