I liberali alzano la testa
Radio Beckwith evangelica

Ci eravamo lasciati alla vigilia del secondo venerdì della collera, che secondo alcuni avrebbe dovuto segnare l’inizio di una nuova rivoluzione, questa volta contro il Consiglio Militare. Per fortuna, la manifestazione si è svolta del tutto pacificamente, con la partecipazione di centinaia di migliaia di persone e una leggera pioggerellina che ha rinfrescato il torrido clima. L’esercito, come preannunciato in un suo comunicato, non ha dispiegato le sue forze in piazza Tahrir, temendo che “elementi sospetti” potessero provocare apposta degli incidenti tra i militari e i dimostranti.

Per sopperire all’assenza di protezione e controllo da parte dell’esercito, com’era già stato fatto ai primi tempi della rivoluzione, i manifestanti si sono organizzati in comitati popolari per controllare gli ingressi della piazza e l’identità di tutti i convenuti. Così, anche chi temeva che l’assenza dell’esercito fosse in realtà una mossa per lasciare i manifestanti in balia dei baltagheya, si è presto rassicurato che nulla di male sarebbe successo.

Il tratto più distintivo di questa grande dimostrazione, tuttavia, è stata la defezione dei Fratelli Musulmani. Erano in tanti a credere – o a temere – che senza di loro la manifestazione sarebbe fallita. Si pensava che fossero i soli in grado di mobilitare grandi masse. Invece, questo dire comune è stato smentito nel migliore dei modi. La società egiziana laica e liberale è presente, e venerdì scorso si è fatta vedere in pieno sole. E’ stato un messaggio importante per tutti, incluso il Consiglio Militare che, secondo molti, sembra avere una particolare predilezione per i Fratelli Musulmani. Wael Farouq, che ho incontrato in questi giorni in Italia, ha coniato lì per lì uno slogan per venerdì scorso: abbiamo fatto una milioniya (marcia del milione) senza barba e galabiya (la tunica che spesso indossano i più poveri e anche gli islamisti). Inizialmente, Wael era un po’ preoccupato per la ripresa delle proteste, ma poi ha commentato che dopotutto non è male che qualcuno continui a fare pressioni sull’esercito, per ricordare loro che la gente non ha più paura. Tuttavia, Wael non si è mostrato d’accordo con un sit-in a oltranza che bloccasse anche il traffico in piazza Tahrir, come alcuni dimostranti hanno effettivamente tentato di fare ieri. Anche Wael è preoccupato per la situazione economica. Se non si farà nulla, e se l’Egitto non riceverà sufficienti aiuti dall’estero, in sei mesi il paese si ritroverà di fronte alla bancarotta completa. Le continue proteste nei giorni feriali, bloccando le attività lavorative, sono davvero dannose secondo Wael.

Le persone più furibonde per la riuscita della manifestazione di venerdì sono, naturalmente, i Fratelli Musulmani. Avevano provato di tutto per farla fallire, ad esempio affermando che fosse organizzata da “laicisti e comunisti” (strategia già usata per convincere la gente a votare a favore degli emendamenti costituzionali). I siti internet gestiti dalla Fratellanza hanno inoltre boicottato l’informazione sull’evento, fornendo numeri irrisori sulla partecipazione alla manifestazione. La loro furia è poi ulteriormente aumentata quando hanno saputo che i giovani della Fratellanza alessandrina, disobbedendo agli ordini della leadership, erano scesi in piazza con le forze liberali della nazione. In tutta risposta, il movimento ha deciso di ritirare i propri rappresentanti dalla Coalizione dei Giovani della Rivoluzione. E oggi, lo sheykh Hazem Abu Ismail, emulando il leader progressista della Fratellanza, Abdel Moneim Abul Futuh, ha annunciato che vuole candidarsi alla presidenza della repubblica, in barba alle disposizioni del movimento. Se verrà eletto – promette – applicherà la sharia e abolirà il trattato di pace con Israele. Il solito doppio linguaggio dei Fratelli Musulmani. Si comincia a delineare dunque quella che, a mio avviso, sarà una battaglia politica campale: il confronto tra forze islamiste e forze liberali (e parte delle forze liberali sembrano penetrare anche le file islamiste). L’importante è che sia un confronto democratico. Perché lo sia davvero si dovrà però essere uniti nello stabilire le regole democratiche del confronto, prima che questo avvenga, sperando vivamente che il crollo economico non renda tutto estremamente più complicato.

L’esercito, intanto, si difende da varie accuse a suon di comunicati. Il numero 59, fresco fresco di giornata, è aperto a ogni interpretazione. Il Consiglio Militare ribadisce di essersi schierato, fin dal primo istante, con la rivoluzione, impegnandosi a proteggerla. Afferma di collaborare con tutte le forze politiche, senza nessuna preferenza per l’una o per l’altra e senza escluderne nessuna. Dice di lavorare con la massima serietà, affinché la fase di transizione possa giungere al termine in tempi brevi, consegnando il governo del paese nelle mani di un’autorità civile, eletta democraticamente. Infine, conclude affermando che ogni decisione finale spetterà al popolo, attraverso le elezioni. Nega, pertanto, di agire in base ai propri interessi, lavorando invece per quelli del paese, perché il popolo è sempre vigilante. Come a dire che, se il popolo non vigilasse, si preoccuperebbero solo dei loro interessi?

Mubarak, dal canto suo, non si è mosso da Sharm el-Sheykh. Anzi, le sue condizioni di salute sembrano di nuovo instabili, da quando ha letto sul giornale che il suo processo si terrà al Cairo, secondo quanto ha dichiarato il ministro della giustizia. Comunque sia, nel frattempo, è stato condannato a pagare una multa di 200 milioni di pound per il black out delle comunicazioni all’inizio della rivoluzione. Assieme a lui dovranno pagare anche l’ex ministro degli interni Habib al-Adly (300 milioni di pound) e l’ex primo ministro Ahmed Nazif (40 milioni di pound). Per quanto riguarda invece le indagini sull’uccisione dei manifestanti, il giornale al-Masry al-Youm dice di essere entrato in possesso di copie delle carte delle indagini e di non aver trovato conferma delle ipotetiche accuse di Omar Suleyman – diffuse dai giornali giorni fa – secondo le quali l’ex rais sarebbe stato a conoscenza di ogni singola pallottola sparata contro i dimostranti. Il rimbalzo di notizie e di smentite continua…

Ci eravamo lasciati alla vigilia del secondo venerdì della collera, che secondo alcuni avrebbe dovuto segnare l'inizio di una nuova rivoluzione, questa volta contro il Consiglio Militare. Per fortuna, la manifestazione si è svolta del tutto pacificamente, con la partecipazione di centinaia di migliaia di persone e una leggera pioggerellina che ha rinfrescato il torrido clima. L'esercito, come preannunciato in un suo comunicato, non ha dispiegato le sue forze in piazza Tahrir, temendo che "elementi sospetti" potessero provocare apposta degli incidenti tra i militari e i dimostranti. Per sopperire all'assenza di protezione e controllo da parte dell'esercito, com'era già stato fatto ai primi tempi della rivoluzione, i manifestanti si sono organizzati in comitati popolari per controllare gli ingressi della piazza e l'identità di tutti i convenuti. Così, anche chi temeva che l'assenza dell'esercito fosse in realtà una mossa per lasciare i manifestanti in balia dei baltagheya, si è presto rassicurato che nulla di male sarebbe successo. Il tratto più distintivo di questa grande dimostrazione, tuttavia, è stata la defezione dei Fratelli Musulmani. Erano in tanti a credere - o a temere - che senza di loro la manifestazione sarebbe fallita. Si pensava che fossero i soli in grado di mobilitare grandi masse. Invece, questo dire comune è stato smentito nel migliore dei modi. La società egiziana laica e liberale è presente, e venerdì scorso si è fatta vedere in pieno sole. E' stato un messaggio importante per tutti, incluso il Consiglio Militare che, secondo molti, sembra avere una particolare predilezione per i Fratelli Musulmani. Wael Farouq, che ho incontrato in questi giorni in Italia, ha coniato lì per lì uno slogan per venerdì scorso: abbiamo fatto una milioniya (marcia del milione) senza barba e galabiya (la tunica che spesso indossano i più poveri e anche gli islamisti). Inizialmente, Wael era un po' preoccupato per la ripresa delle proteste, ma poi ha commentato che dopotutto non è male che qualcuno continui a fare pressioni sull'esercito, per ricordare loro che la gente non ha più paura. Tuttavia, Wael non si è mostrato d'accordo con un sit-in a oltranza che bloccasse anche il traffico in piazza Tahrir, come alcuni dimostranti hanno effettivamente tentato di fare ieri. Anche Wael è preoccupato per la situazione economica. Se non si farà nulla, e se l'Egitto non riceverà sufficienti aiuti dall'estero, in sei mesi il paese si ritroverà di fronte alla bancarotta completa. Le continue proteste nei giorni feriali, bloccando le attività lavorative, sono davvero dannose secondo Wael. Le persone più furibonde per la riuscita della manifestazione di venerdì sono, naturalmente, i Fratelli Musulmani. Avevano provato di tutto per farla fallire, ad esempio affermando che fosse organizzata da "laicisti e comunisti" (strategia già usata per convincere la gente a votare a favore degli emendamenti costituzionali). I siti internet gestiti dalla Fratellanza hanno inoltre boicottato l'informazione sull'evento, fornendo numeri irrisori sulla partecipazione alla manifestazione. La loro furia è poi ulteriormente aumentata quando hanno saputo che i giovani della Fratellanza alessandrina, disobbedendo agli ordini della leadership, erano scesi in piazza con le forze liberali della nazione. In tutta risposta, il movimento ha deciso di ritirare i propri rappresentanti dalla Coalizione dei Giovani della Rivoluzione. E oggi, lo sheykh Hazem Abu Ismail, emulando il leader progressista della Fratellanza, Abdel Moneim Abul Futuh, ha annunciato che vuole candidarsi alla presidenza della repubblica, in barba alle disposizioni del movimento. Se verrà eletto - promette - applicherà la sharia e abolirà il trattato di pace con Israele. Il solito doppio linguaggio dei Fratelli Musulmani. Si comincia a delineare dunque quella che, a mio avviso, sarà una battaglia politica campale: il confronto tra forze islamiste e forze liberali (e parte delle forze liberali sembrano penetrare anche le file islamiste). L'importante è che sia un confronto democratico. Perché lo sia davvero si dovrà però essere uniti nello stabilire le regole democratiche del confronto, prima che questo avvenga, sperando vivamente che il crollo economico non renda tutto estremamente più complicato. L'esercito, intanto, si difende da varie accuse a suon di comunicati. Il numero 59, fresco fresco di giornata, è aperto a ogni interpretazione. Il Consiglio Militare ribadisce di essersi schierato, fin dal primo istante, con la rivoluzione, impegnandosi a proteggerla. Afferma di collaborare con tutte le forze politiche, senza nessuna preferenza per l'una o per l'altra e senza escluderne nessuna. Dice di lavorare con la massima serietà, affinché la fase di transizione possa giungere al termine in tempi brevi, consegnando il governo del paese nelle mani di un'autorità civile, eletta democraticamente. Infine, conclude affermando che ogni decisione finale spetterà al popolo, attraverso le elezioni. Nega, pertanto, di agire in base ai propri interessi, lavorando invece per quelli del paese, perché il popolo è sempre vigilante. Come a dire che, se il popolo non vigilasse, si preoccuperebbero solo dei loro interessi? Mubarak, dal canto suo, non si è mosso da Sharm el-Sheykh. Anzi, le sue condizioni di salute sembrano di nuovo instabili, da quando ha letto sul giornale che il suo processo si terrà al Cairo, secondo quanto ha dichiarato il ministro della giustizia. Comunque sia, nel frattempo, è stato condannato a pagare una multa di 200 milioni di pound per il black out delle comunicazioni all'inizio della rivoluzione. Assieme a lui dovranno pagare anche l'ex ministro degli interni Habib al-Adly (300 milioni di pound) e l'ex primo ministro Ahmed Nazif (40 milioni di pound). Per quanto riguarda invece le indagini sull'uccisione dei manifestanti, il giornale al-Masry al-Youm dice di essere entrato in possesso di copie delle carte delle indagini e di non aver trovato conferma delle ipotetiche accuse di Omar Suleyman - diffuse dai giornali giorni fa - secondo le quali l'ex rais sarebbe stato a conoscenza di ogni singola pallottola sparata contro i dimostranti. Il rimbalzo di notizie e di smentite continua...