Giovani e militari in rotta di collisione
Radio Beckwith evangelica

E’ in corso, proprio in questo momento, la seduta di “dialogo” tra i militari e i giovani della rivoluzione, presso il Galaa Theatre di Heliopolis. Tuttavia, le polemiche tra i giovani attivisti e i militari non sono affatto sopite. Nonostante il comunicato n. 62 del Consiglio Militare, nel quale si afferma che l’invito al dialogo rivolto ai giovani della rivoluzione ha riscontrato un grande successo, tanto da dover chiudere il numero di fax predisposto per ricevere le adesioni, ben 35 gruppi e organizzazioni hanno rifiutato la partecipazione all’incontro.

Tra questi ci sono il Movimento 6 aprile, la Coalizione dei Giovani della Rivoluzione, il Fronte Nazionale Giustizia e Democrazia, l’Unione dei Giovani del Maspero (copti), i Medici di Tahrir e i Giovani Progressisti della Rivoluzione. Persino l’Unione delle Donne Egiziane, presieduta dalla famosa femminista Nawal al-Saadawi, dopo aver inizialmente accolto l’invito del Consiglio Militare, ha deciso di ritirarsi, in solidarietà con gli altri movimenti.

Il rifiuto massiccio, da parte dei giovani, del dialogo con i militari è stato articolatamente motivato. I giovani, infatti, non intendono avviare nessun dialogo, finché non saranno aboliti i tribunali militari per i civili. Si chiedono perché, mentre Mubarak e gli altri uomini del regime sono sottoposti al giudizio di tribunali civili, circa 7000 manifestanti e attivisti sono ancora nelle carceri dell’esercito e dovranno subire un processo militare. E probabilmente il numero è ancora maggiore, dato che molte persone sono scomparse senza lasciare traccia durante i diciotti giorni della rivoluzione. I giovani, prima di dialogare, vogliono la fine degli abusi e delle indagini accurate su quelli passati, come il “test di verginità” subito da diciannove donne dopo lo sgombero di piazza Tahrir, il 9 marzo scorso. Il fatto era stato immediatamente denunciato dagli attivisti per i diritti umani, ma lo scandalo è scoppiato solo in questi giorni, quando la CNN ha raccontato il caso. La tv egiziana, invece, ha sempre taciuto questi avvenimenti, mentre i militari hanno sempre negato, senza preoccuparsi di accertare i fatti. La CNN, tuttavia, ha riportato alla luce il caso con le dichiarazioni di una fonte anonima, un militare in pensione, che ha confermato i fatti, tentando di giustificarli. Secondo la fonte, il “test” è stato eseguito per dimostrare che le ragazze non erano vergini, cosicché non ci fosse il rischio, in seguito, che potessero dichiarare di essere state violentate dalle forze di sicurezza (perché, il “test di verginità” non è forse violenza sessuale???). E poi – sempre secondo la fonte militare – quelle ragazze non erano certo figlie di buona famiglia, visto che dormivano fuori casa assieme a dei ragazzi. Chiaramente, queste affermazioni hanno scatenato l’indignazione e lo scandalo, nel momento stesso in cui il Consiglio Militare era già sotto accusa per la convocazione in Procura di due giornalisti e un blogger, che avevano denunciato altri abusi.

Ma questo non è l’unico motivo della ritrosia dei giovani a dialogare con l’esercito. A parte il fatto che alcuni tentativi sono già stati fatti con esiti deludenti, l’agenda dell’incontro è inesistente, così come l’organizzazione degli interventi, con il probabile risultato di cadere in un caos improduttivo. Tutto è stato fatto molto in fretta, concedendo ai giovani solo quarantott’ore di tempo per scegliere i propri rappresentanti e preparare gli interventi. Inoltre, i giovani sono contrari a un dialogo nel quale si separino le forze rivoluzionarie da quelle della nazione. Un vero dialogo, secondo loro, deve avvenire alla presenza di tutte le forze del paese. La proposta di dialogo dei militari sembra un semplice tentativo di rabbonire i giovani dopo le proteste di venerdì e di mostrare la propria (falsa) apertura verso di loro.

Pertanto, in questo momento alcuni gruppi di giovani sono dentro il Galaa Theatre, tentando di prendere la parola (ci sono già dei tweet che dicono che non viene data a nessuno la possibilità di parlare), mentre altri, alcune centinaia, sono radunati fuori per protestare contro gli abusi dei militari. Oggi, inoltre, è stato indetto un altro giorno di campagna di blogging contro i processi militari ai civili.

Nel frattempo, si è saputo che il processo di Mubarak e figli, oltre che del latitante Hussein Salem, è stato fissato per il 3 agosto, ma l’ex rais, per ora, resta a Sharm el-Sheykh, secondo quanto ha deciso il Procuratore Generale. E nell’ambito delle indagini sul black out mediatico del 28 gennaio, per il quale Mubarak, el-Adly e Nazif sono stati condannati a pagare multe salate, un tribunale amministrativo ha appurato che in realtà era stato lungamente preparato. Pare che il regime, in collaborazione con le tre compagnie telefoniche Mobinil, Vodafone e Ettisalat, avesse studiato la cosa da tempo. Un esperimento di shut down di internet e cellulari era già stato effettuato in occasione dello sciopero di Mahalla del 6 aprile 2008 e poi era stato ripetuto nell’ottobre 2010, solo pochi mesi prima della rivoluzione. Un altro segno, questo, che il regime si aspettava da tempo una rivolta popolare, anche se forse non di tali dimensioni. Altro che evento inaspettato!

E' in corso, proprio in questo momento, la seduta di "dialogo" tra i militari e i giovani della rivoluzione, presso il Galaa Theatre di Heliopolis. Tuttavia, le polemiche tra i giovani attivisti e i militari non sono affatto sopite. Nonostante il comunicato n. 62 del Consiglio Militare, nel quale si afferma che l'invito al dialogo rivolto ai giovani della rivoluzione ha riscontrato un grande successo, tanto da dover chiudere il numero di fax predisposto per ricevere le adesioni, ben 35 gruppi e organizzazioni hanno rifiutato la partecipazione all'incontro. Tra questi ci sono il Movimento 6 aprile, la Coalizione dei Giovani della Rivoluzione, il Fronte Nazionale Giustizia e Democrazia, l'Unione dei Giovani del Maspero (copti), i Medici di Tahrir e i Giovani Progressisti della Rivoluzione. Persino l'Unione delle Donne Egiziane, presieduta dalla famosa femminista Nawal al-Saadawi, dopo aver inizialmente accolto l'invito del Consiglio Militare, ha deciso di ritirarsi, in solidarietà con gli altri movimenti. Il rifiuto massiccio, da parte dei giovani, del dialogo con i militari è stato articolatamente motivato. I giovani, infatti, non intendono avviare nessun dialogo, finché non saranno aboliti i tribunali militari per i civili. Si chiedono perché, mentre Mubarak e gli altri uomini del regime sono sottoposti al giudizio di tribunali civili, circa 7000 manifestanti e attivisti sono ancora nelle carceri dell'esercito e dovranno subire un processo militare. E probabilmente il numero è ancora maggiore, dato che molte persone sono scomparse senza lasciare traccia durante i diciotti giorni della rivoluzione. I giovani, prima di dialogare, vogliono la fine degli abusi e delle indagini accurate su quelli passati, come il "test di verginità" subito da diciannove donne dopo lo sgombero di piazza Tahrir, il 9 marzo scorso. Il fatto era stato immediatamente denunciato dagli attivisti per i diritti umani, ma lo scandalo è scoppiato solo in questi giorni, quando la CNN ha raccontato il caso. La tv egiziana, invece, ha sempre taciuto questi avvenimenti, mentre i militari hanno sempre negato, senza preoccuparsi di accertare i fatti. La CNN, tuttavia, ha riportato alla luce il caso con le dichiarazioni di una fonte anonima, un militare in pensione, che ha confermato i fatti, tentando di giustificarli. Secondo la fonte, il "test" è stato eseguito per dimostrare che le ragazze non erano vergini, cosicché non ci fosse il rischio, in seguito, che potessero dichiarare di essere state violentate dalle forze di sicurezza (perché, il "test di verginità" non è forse violenza sessuale???). E poi - sempre secondo la fonte militare - quelle ragazze non erano certo figlie di buona famiglia, visto che dormivano fuori casa assieme a dei ragazzi. Chiaramente, queste affermazioni hanno scatenato l'indignazione e lo scandalo, nel momento stesso in cui il Consiglio Militare era già sotto accusa per la convocazione in Procura di due giornalisti e un blogger, che avevano denunciato altri abusi. Ma questo non è l'unico motivo della ritrosia dei giovani a dialogare con l'esercito. A parte il fatto che alcuni tentativi sono già stati fatti con esiti deludenti, l'agenda dell'incontro è inesistente, così come l'organizzazione degli interventi, con il probabile risultato di cadere in un caos improduttivo. Tutto è stato fatto molto in fretta, concedendo ai giovani solo quarantott'ore di tempo per scegliere i propri rappresentanti e preparare gli interventi. Inoltre, i giovani sono contrari a un dialogo nel quale si separino le forze rivoluzionarie da quelle della nazione. Un vero dialogo, secondo loro, deve avvenire alla presenza di tutte le forze del paese. La proposta di dialogo dei militari sembra un semplice tentativo di rabbonire i giovani dopo le proteste di venerdì e di mostrare la propria (falsa) apertura verso di loro. Pertanto, in questo momento alcuni gruppi di giovani sono dentro il Galaa Theatre, tentando di prendere la parola (ci sono già dei tweet che dicono che non viene data a nessuno la possibilità di parlare), mentre altri, alcune centinaia, sono radunati fuori per protestare contro gli abusi dei militari. Oggi, inoltre, è stato indetto un altro giorno di campagna di blogging contro i processi militari ai civili. Nel frattempo, si è saputo che il processo di Mubarak e figli, oltre che del latitante Hussein Salem, è stato fissato per il 3 agosto, ma l'ex rais, per ora, resta a Sharm el-Sheykh, secondo quanto ha deciso il Procuratore Generale. E nell'ambito delle indagini sul black out mediatico del 28 gennaio, per il quale Mubarak, el-Adly e Nazif sono stati condannati a pagare multe salate, un tribunale amministrativo ha appurato che in realtà era stato lungamente preparato. Pare che il regime, in collaborazione con le tre compagnie telefoniche Mobinil, Vodafone e Ettisalat, avesse studiato la cosa da tempo. Un esperimento di shut down di internet e cellulari era già stato effettuato in occasione dello sciopero di Mahalla del 6 aprile 2008 e poi era stato ripetuto nell'ottobre 2010, solo pochi mesi prima della rivoluzione. Un altro segno, questo, che il regime si aspettava da tempo una rivolta popolare, anche se forse non di tali dimensioni. Altro che evento inaspettato!