Fine del dialogo con i militari
Radio Beckwith evangelica

La prima seduta di dialogo tra giovani ed esercito, svoltasi ieri al Galaa Theatre di Heliopolis (di proprietà degli stessi militari), ha avuto un insuccesso clamoroso. C’era da aspettarselo del resto, visto le premesse. L’incontro, al quale hanno partecipato un migliaio di giovani, appartenenti a centinaia di organizzazioni diverse, e tre ufficiali dell’esercito, è stato gestito in maniera disorganizzata e autoritaria, tanto che nemmeno i giornali più schierati con il governo e il Consiglio Militare hanno osato parlare di un successo.

Uun giovane egiziano (la rivoluzione del 25 gennaio) bacia la mano alla “madre del mondo” (l’Egitto)

Tanto per cominciare, i partecipanti hanno dovuto consegnare, all’ingresso, i propri cellulari e computer, mentre soltanto alle televisioni ufficiali è stato dato il permesso di filmare. Ma la cosa peggiore è stata l’assenza di ogni possibilità di reale interazione con gli esponenti del Consiglio Militare. I ragazzi non hanno potuto rivolgere le proprie domande direttamente. Sono state prima messe per iscritto e poi opportunamente filtrate. Inutile dire che nessuna domanda sui test di verginità e sui processi militari ai civili è giunta agli speaker, fatto che ha spinto i giovani a interrompere più volte i militari, protestando vivamente e gettando l’assemblea nel caos. A un certo punto, uno degli ufficiali ha persino minacciato, con tono autoritario, di sospendere la seduta.

Senza tener conto, dunque, delle domande dei giovani, la seduta di dialogo si è ridotta ad una semplice conferenza, nella quale i militari hanno esaltato i risultati da loro conseguiti da quando hanno assunto il governo del paese. L’assenza di contraddittorio, tuttavia, è stata compensata dalla gentile offerta, da parte dell’esercito, di cibo e bevande, che però non si sono potuti assaggiare fino a quando i militari non hanno dato il permesso. E quando alcuni partecipanti, delusi da questo dialogo-farsa, hanno deciso che non ne potevano più, tentando di uscire prima della conclusione, si sono sentiti opporre un sonoro rifiuto: “Non si può, è proibito!”. Dopotutto, l’esercito dà ordini, mica dialoga. La farsa, infine, ha raggiunto il culmine quando, al termine dell’incontro, i giovani si sono recati a riprendersi i propri effetti personali, depositati al loro ingresso. Confusione più totale! I ragazzi si sono visti consegnare gli oggetti sbagliati, tanto che gli organizzatori sono stati costretti a mostrarli uno per uno sul palco, affinché i legittimi proprietari potessero riconoscerli.

Così, molti di quei giovani che avevano accettato l’invito al dialogo con l’esercito, inascoltati e trattati come bambini, hanno riconosciuto l’inutilità dell’evento e si sono uniti ai manifestanti che li aspettavano sotto il teatro. Oggi, altri gruppi di giovani hanno annunciato che non parteciperanno alle sedute successive. I giovani della rivoluzione e l’esercito sembrano davvero due universi differenti che non si incontrano. Ci sarebbe stato da ridere a crepapelle ieri, nel vedere l’esercito affannarsi malamente, mentre cercava di assumere un atteggiamento dialogante – un gorilla che tenta di ricamare! – se non fosse che i militari, attualmente, governano i destini di ottanta milioni di persone, e purtroppo la situazione non è affatto divertente.

Cambiando argomento, invece, è stata approvata finalmente la nuova legge unificata sulla costruzione dei luoghi di culto. Ancora non si registrano commenti ufficiali da parte degli esponenti religiosi, ma si spera che questa legge sia migliore della precedente. Prima, infatti, esisteva una legge, risalente addirittura al periodo ottomano, che decretava che l’autorizzazione per la costruzione di un luogo di culto dovesse giungere dal capo dello stato, cioè dal presidente della repubblica. Mubarak, tuttavia, aveva delegato la decisione di autorizzare o meno la costruzione di un luogo di culto ai governatori delle varie province, i quali però si basavano su relazioni fornite loro dall’odiosissima Sicurezza di Stato, ora sciolta. Adesso, con la nuova legge, le cose dovrebbero essere semplificate. La richiesta d’autorizzazione dovrà essere indirizzata al Ministero dello Sviluppo Locale e, in caso di mancata risposta entro due mesi, la richiesta potrà essere considerata accolta. Sicuramente, nei prossimi giorni, la nuova legge farà discutere.

Intanto, il valico di Rafah, riaperto dall’Egitto sabato scorso, non sembra essere poi così aperto. Dopo i primi due giorni, infatti, il flusso di gente che ha attraversato il valico è drasticamente diminuito, secondo Hamas. Sembra che l’Egitto imponga restrizioni troppo forti per il passaggio del confine. L’apertura del valico di Rafah, tanto publicizzata, pare quindi essere molto parziale. Inoltre, in Egitto si sta discutendo di riprendere l’erogazione del gas a Israele, dopo l’interruzione causata dall’attentato di fine aprile. Bisogna capire se riprenderà alle stesse condizioni di prima oppure no, ma quel che sembra certo è che riprenderà, anche perché Israele ha minacciato di far ricorso contro l’Egitto. Ed è quasi certa anche la reazione negativa della piazza a queste notizie.

Domani, tuttavia, sarà un venerdì un po’ diverso dal solito. Un gruppo di giovani su Facebook, forse per polemica con i rivoluzionari o forse seriamente, ha proposto di celebrare un “venerdì del lavoro”. In Egitto, infatti, il venerdì è il giorno del riposo settimanale e questi giovani hanno pensato di invitare la gente a recarsi al lavoro anche durante la festa, per sostenere la traballante economia del proprio paese. Sono curiosa di vedere quanti aderiranno all’iniziativa.

La prima seduta di dialogo tra giovani ed esercito, svoltasi ieri al Galaa Theatre di Heliopolis (di proprietà degli stessi militari), ha avuto un insuccesso clamoroso. C'era da aspettarselo del resto, visto le premesse. L'incontro, al quale hanno partecipato un migliaio di giovani, appartenenti a centinaia di organizzazioni diverse, e tre ufficiali dell'esercito, è stato gestito in maniera disorganizzata e autoritaria, tanto che nemmeno i giornali più schierati con il governo e il Consiglio Militare hanno osato parlare di un successo. [caption id="attachment_515" align="alignright" width="300"] Uun giovane egiziano (la rivoluzione del 25 gennaio) bacia la mano alla "madre del mondo" (l'Egitto)[/caption] Tanto per cominciare, i partecipanti hanno dovuto consegnare, all'ingresso, i propri cellulari e computer, mentre soltanto alle televisioni ufficiali è stato dato il permesso di filmare. Ma la cosa peggiore è stata l'assenza di ogni possibilità di reale interazione con gli esponenti del Consiglio Militare. I ragazzi non hanno potuto rivolgere le proprie domande direttamente. Sono state prima messe per iscritto e poi opportunamente filtrate. Inutile dire che nessuna domanda sui test di verginità e sui processi militari ai civili è giunta agli speaker, fatto che ha spinto i giovani a interrompere più volte i militari, protestando vivamente e gettando l'assemblea nel caos. A un certo punto, uno degli ufficiali ha persino minacciato, con tono autoritario, di sospendere la seduta. Senza tener conto, dunque, delle domande dei giovani, la seduta di dialogo si è ridotta ad una semplice conferenza, nella quale i militari hanno esaltato i risultati da loro conseguiti da quando hanno assunto il governo del paese. L'assenza di contraddittorio, tuttavia, è stata compensata dalla gentile offerta, da parte dell'esercito, di cibo e bevande, che però non si sono potuti assaggiare fino a quando i militari non hanno dato il permesso. E quando alcuni partecipanti, delusi da questo dialogo-farsa, hanno deciso che non ne potevano più, tentando di uscire prima della conclusione, si sono sentiti opporre un sonoro rifiuto: "Non si può, è proibito!". Dopotutto, l'esercito dà ordini, mica dialoga. La farsa, infine, ha raggiunto il culmine quando, al termine dell'incontro, i giovani si sono recati a riprendersi i propri effetti personali, depositati al loro ingresso. Confusione più totale! I ragazzi si sono visti consegnare gli oggetti sbagliati, tanto che gli organizzatori sono stati costretti a mostrarli uno per uno sul palco, affinché i legittimi proprietari potessero riconoscerli. Così, molti di quei giovani che avevano accettato l'invito al dialogo con l'esercito, inascoltati e trattati come bambini, hanno riconosciuto l'inutilità dell'evento e si sono uniti ai manifestanti che li aspettavano sotto il teatro. Oggi, altri gruppi di giovani hanno annunciato che non parteciperanno alle sedute successive. I giovani della rivoluzione e l'esercito sembrano davvero due universi differenti che non si incontrano. Ci sarebbe stato da ridere a crepapelle ieri, nel vedere l'esercito affannarsi malamente, mentre cercava di assumere un atteggiamento dialogante - un gorilla che tenta di ricamare! - se non fosse che i militari, attualmente, governano i destini di ottanta milioni di persone, e purtroppo la situazione non è affatto divertente. Cambiando argomento, invece, è stata approvata finalmente la nuova legge unificata sulla costruzione dei luoghi di culto. Ancora non si registrano commenti ufficiali da parte degli esponenti religiosi, ma si spera che questa legge sia migliore della precedente. Prima, infatti, esisteva una legge, risalente addirittura al periodo ottomano, che decretava che l'autorizzazione per la costruzione di un luogo di culto dovesse giungere dal capo dello stato, cioè dal presidente della repubblica. Mubarak, tuttavia, aveva delegato la decisione di autorizzare o meno la costruzione di un luogo di culto ai governatori delle varie province, i quali però si basavano su relazioni fornite loro dall'odiosissima Sicurezza di Stato, ora sciolta. Adesso, con la nuova legge, le cose dovrebbero essere semplificate. La richiesta d'autorizzazione dovrà essere indirizzata al Ministero dello Sviluppo Locale e, in caso di mancata risposta entro due mesi, la richiesta potrà essere considerata accolta. Sicuramente, nei prossimi giorni, la nuova legge farà discutere. Intanto, il valico di Rafah, riaperto dall'Egitto sabato scorso, non sembra essere poi così aperto. Dopo i primi due giorni, infatti, il flusso di gente che ha attraversato il valico è drasticamente diminuito, secondo Hamas. Sembra che l'Egitto imponga restrizioni troppo forti per il passaggio del confine. L'apertura del valico di Rafah, tanto publicizzata, pare quindi essere molto parziale. Inoltre, in Egitto si sta discutendo di riprendere l'erogazione del gas a Israele, dopo l'interruzione causata dall'attentato di fine aprile. Bisogna capire se riprenderà alle stesse condizioni di prima oppure no, ma quel che sembra certo è che riprenderà, anche perché Israele ha minacciato di far ricorso contro l'Egitto. Ed è quasi certa anche la reazione negativa della piazza a queste notizie. Domani, tuttavia, sarà un venerdì un po' diverso dal solito. Un gruppo di giovani su Facebook, forse per polemica con i rivoluzionari o forse seriamente, ha proposto di celebrare un "venerdì del lavoro". In Egitto, infatti, il venerdì è il giorno del riposo settimanale e questi giovani hanno pensato di invitare la gente a recarsi al lavoro anche durante la festa, per sostenere la traballante economia del proprio paese. Sono curiosa di vedere quanti aderiranno all'iniziativa.