L’anniversario dell’assassinio di Khaled Said
Radio Beckwith evangelica

riprendo il mio diario della rivoluzione egiziana dopo un’interruzione di pochi giorni, durante i quali non ho avuto la possibilità di approfondire le notizie dall’Egitto. Nonostante la scena egiziana sia come sempre ricca di notizie, è doveroso oggi soffermarsi su una ricorrenza dolorosa e sentita, onorata da tantissimi egiziani: il primo anniversario dell’assassinio di Khaled Said, il giovane blogger ucciso il 6 giugno dell’anno scorso da alcuni poliziotti.

Khaled Said, che è considerato il primo martire della rivoluzione egiziana – anzi colui il cui barbaro omicidio ha risvegliato la coscienza di un popolo intero, segnando un momento chiave sulla via della rivolta di gennaio – aveva pubblicato su internet un filmato, nel quale si vedevano alcuni poliziotti che trafficavano droga.

I poliziotti corrotti si sono vendicati picchiandolo a morte (la foto del volto trasfigurato del blogger in seguito al pestaggio ha fatto il giro del mondo, tuttavia io non ho voglia di mostrarla in questa occasione, perché preferisco ricordare il suo volto giovane e integro). I poliziotti, quindi, hanno tentato di far passare Khaled per un tossicodipendente, ucciso da un’overdose o da altri tossicodipendenti come lui.

La notizia del barbaro assassinio, diffusa e commentata, all’epoca, anche da Ayman Nour, aveva suscitato un’ondata di indignazione senza precedenti. Era stata l’ultima goccia di una lunga serie di torture, abusi, assassinii, arresti che avevano colpito un’intera generazione (forse più di una) di giovani blogger, giornalisti, intellettuali, professori, artisti, o semplici uomini pii con l’unica colpa di pregare cinque volte al giorno e portare la barba lunga. Tutti potenziali terroristi o destabilizzatori della sicurezza interna per il regime. L’emblematico assassinio di Khaled Said è riuscito a svelare in tutto il suo orrore la brutalità e la corruzione dello stato di polizia di Mubarak. Altri giovani blogger, allora, avevano subito dato vita all’ormai celebre pagina di Facebook “Siamo tutti Khaled Said”, della quale Wael Ghonim è uno degli amministratori. Su questa pagina, la rivoluzione di gennaio ha cominciato a prendere forma, fornendo una piazza virtuale per poter esprimere rabbia e frustrazione, per scambiare opinioni e organizzare un’opposizione al regime sanguinario. Non è stata l’unica “piazza” naturalmente, ma è stata forse la più importante.

Ancora oggi, la madre di Khaled Said, donna che ha partecipato ad ogni momento della rivoluzione, vivendo il proprio dolore con grandissima dignità, sta aspettando giustizia. Il processo degli assassini di suo figlio è stato purtroppo rinviato più volte. Nel frattempo, tuttavia, Khaled Said è diventato il simbolo di tutti i martiri che ancora aspettano giustizia, ma anche un simbolo positivo e forte della resistenza all’oppressione. Per me, la sua storia è la miglior risposta a tutti coloro che spesso mi domandano: ma cosa vuol dire che la rivoluzione egiziana è stata una rivoluzione per la libertà e la dignità?

Per molte persone, infatti, è difficile credere che la causa fondamentale della rivolta egiziana non sia stata né la fame né la povertà, e nemmeno la lotta di una classe sociale contro un’altra, bensì il profondo desiderio di recuperare libertà e dignità umana. Infatti, si può essere umani anche se poveri e affamati. Il regime egiziano, invece, umiliava quotidianamente i propri cittadini, privandoli prima di ogni altra cosa dell’umanità, senza la quale non si può lottare contro fame e povertà. Ma che cosa vuol dire allora non avere dignità umana? Significa, tanto per cominciare, non essere padroni del proprio corpo che, in qualsiasi momento e con qualsiasi pretesto, può essere sequestrato e torturato spietatamente, senza processi e senza avvocati. Come è successo a Khaled Said e come è successo a migliaia di giovani e meno giovani, di ogni classe sociale. Sbarcata al Cairo per la prima volta nella mia vita, dopo appena tre giorni o poco più, già avevo incontrato una persona che mi aveva confessato di essere stata torturata per aver fatto della politica all’università. Non era solo un caso fortuito, perché poco tempo dopo ne ho incontrata un’altra e poi un’altra ancora… Non credo di aver mai conosciuto un intellettuale che non fosse stato incarcerato (e probabilmente torturato) almeno una volta. Bastava una critica al governo (anche all’estero, non solo in patria, perché gli informatori erano ovunque), un’osservazione sbagliata sulla salute del Presidente, candidarsi contro quest’ultimo a capo del paese, o anche solo trovarsi per caso in compagnia di un presunto terrorista islamico. Anche dimostrare troppa religiosità era rischioso. E così, lo stato egiziano, in particolare il ministero degli interni e la sua polizia, è riuscito a torturare sistematicamente la sua migliore gioventù, e la sua elite pensante, per interi decenni. E’ una cosa che mi ha sempre scioccato. Non riesco a digerirla nemmeno oggi, specialmente quando sento persone che sono sorpresi dalla rivolta egiziana e dalla primavera araba, perché pensavano che, in fondo, gli arabi “stessero bene”.

Ma l’umiliazione non si fermava solo a questo aspetto. Che dire del senso di non-cittadinanza nel proprio paese, servo (e non trovo una parola migliore) dell’Occidente, da non irritare mai, da compiacere sempre? Cosa significava questo? Che ad esempio – e riferisco racconti di persone che ho conosciuto personalmente – gli egiziani non avevano diritto di accedere a determinati luoghi, nel loro stesso paese, mentre gli occidentali sì. Che ai posti di blocco, ad esempio per entrare nel Sinai, gli egiziani venivano accuratamente controllati e ispezionati, mentre gli occidentali no. E’ persino capitato che un professore universitario, diretto al Sinai, fosse violentato al posto di blocco di fronte a sua moglie, per puro capriccio. E quante volte gli amici egiziani mi hanno detto di stare tranquilla se avevo qualche discussione con un tassista o un negoziante. Sarebbe bastato chiamare un poliziotto e lui mi avrebbe automaticamente dato ragione, senza neanche verificare se ce l’avessi davvero. Come occidentale, avevo ragione per definizione, rispetto a un egiziano. Non mi ha stupito, dunque, leggere su Twitter i commenti entusiasti di tante persone, di ritorno da un viaggio all’estero, che scoprivano che all’aeroproto era stata istituita una coda apposita per gli egiziani per il controllo dei passaporti. Prima non c’era una corsia preferenziale, dove gli egiziani potevano sbrigare in fretta le pratiche di rientro in patria. La novità, per piccola che sia, ha restituito un briciolo di dignità agli egiziani.

E che dire dei tanti racconti che ho ascoltato sullo svolgimento delle elezioni. Pulman organizzati dal Partito Nazional Democratico per portare a forza la gente ai seggi, per votare il PND ovviamente, in cambio di qualche misera ricompensa. Membri di seggi elettorali intimiditi e minacciati dai baltagheya del ministero degli interni (sì, ibaltagheya esistevano anche prima della rivoluzione) per alterare i risultati delle votazioni. Persone che insistevano per esercitare il proprio diritto di voto, malmenate e cacciate dai seggi. E si potrebbe continuare… Una persona, ad esempio, mi ha raccontato che una volta, recatosi a votare per le elezioni studentesche, aveva visto il presidente di seggio aprire la sua scheda già votata e poi stracciarla, dicendogli: “voto sbagliato”. E che dire ancora delle mazzette obbligatorie per ottenere qualsiasi cosa, anche ciò che avrebbe dovuto essere un diritto comune, come un documento o un servizio pubblico? Che dire delle interferenze del governo e del PND in qualunque impresa o attività avviata da un privato? Che dire delle moschee chiuse a forza alle otto di sera, per evitare che la gente potesse rimanere lì a discutere, magari di politica? Che dire dei telefoni controllati (una percentuale impressionante) e della censura?

Tutto ciò è solo una piccola parte di quanto si potrebbe raccontare. E’ ciò che io stessa ho potuto in qualche modo constatare o toccare con mano, un piccolo assaggio di una realtà ben più vasta. E’ proprio questa realtà che gli egiziani hanno voluto cambiare scendendo in piazza, anzi la realtà che si stanno ancora sforzando di cambiare, con grande determinazione. Per questo, oggi hanno ricordato con tanta commozione l’assassinio di Khaled Said, la cui storia riassume perfettamente questa realtà oscura. Così, in piedi su tutte le “corniches” del paese – le strade che si affacciano sul Nilo o sul mare – centinaia di egiziani sono rimasti in silenzio, dalle 5 alle 8 di sera, per commemorare Khaled Said e tutti martiri, dicendo no alle torture. Un silenzio assordante. Quindi, hanno inscenato una bellissima protesta davanti al ministero degli interni, del quale chiedono una riforma: hanno disegnato ovunque, sui muri lì intorno, il volto di Khaled Said, giovane blogger ormai diventato icona immortale, in perfetto accordo con il significato del suo nome: Khaled, immortale appunto.

riprendo il mio diario della rivoluzione egiziana dopo un'interruzione di pochi giorni, durante i quali non ho avuto la possibilità di approfondire le notizie dall'Egitto. Nonostante la scena egiziana sia come sempre ricca di notizie, è doveroso oggi soffermarsi su una ricorrenza dolorosa e sentita, onorata da tantissimi egiziani: il primo anniversario dell'assassinio di Khaled Said, il giovane blogger ucciso il 6 giugno dell'anno scorso da alcuni poliziotti. Khaled Said, che è considerato il primo martire della rivoluzione egiziana - anzi colui il cui barbaro omicidio ha risvegliato la coscienza di un popolo intero, segnando un momento chiave sulla via della rivolta di gennaio - aveva pubblicato su internet un filmato, nel quale si vedevano alcuni poliziotti che trafficavano droga.

[youtube]http://www.youtube.com/watch?v=35t58GFfMbo[/youtube]

I poliziotti corrotti si sono vendicati picchiandolo a morte (la foto del volto trasfigurato del blogger in seguito al pestaggio ha fatto il giro del mondo, tuttavia io non ho voglia di mostrarla in questa occasione, perché preferisco ricordare il suo volto giovane e integro). I poliziotti, quindi, hanno tentato di far passare Khaled per un tossicodipendente, ucciso da un'overdose o da altri tossicodipendenti come lui. La notizia del barbaro assassinio, diffusa e commentata, all'epoca, anche da Ayman Nour, aveva suscitato un'ondata di indignazione senza precedenti. Era stata l'ultima goccia di una lunga serie di torture, abusi, assassinii, arresti che avevano colpito un'intera generazione (forse più di una) di giovani blogger, giornalisti, intellettuali, professori, artisti, o semplici uomini pii con l'unica colpa di pregare cinque volte al giorno e portare la barba lunga. Tutti potenziali terroristi o destabilizzatori della sicurezza interna per il regime. L'emblematico assassinio di Khaled Said è riuscito a svelare in tutto il suo orrore la brutalità e la corruzione dello stato di polizia di Mubarak. Altri giovani blogger, allora, avevano subito dato vita all'ormai celebre pagina di Facebook "Siamo tutti Khaled Said", della quale Wael Ghonim è uno degli amministratori. Su questa pagina, la rivoluzione di gennaio ha cominciato a prendere forma, fornendo una piazza virtuale per poter esprimere rabbia e frustrazione, per scambiare opinioni e organizzare un'opposizione al regime sanguinario. Non è stata l'unica "piazza" naturalmente, ma è stata forse la più importante. Ancora oggi, la madre di Khaled Said, donna che ha partecipato ad ogni momento della rivoluzione, vivendo il proprio dolore con grandissima dignità, sta aspettando giustizia. Il processo degli assassini di suo figlio è stato purtroppo rinviato più volte. Nel frattempo, tuttavia, Khaled Said è diventato il simbolo di tutti i martiri che ancora aspettano giustizia, ma anche un simbolo positivo e forte della resistenza all'oppressione. Per me, la sua storia è la miglior risposta a tutti coloro che spesso mi domandano: ma cosa vuol dire che la rivoluzione egiziana è stata una rivoluzione per la libertà e la dignità? Per molte persone, infatti, è difficile credere che la causa fondamentale della rivolta egiziana non sia stata né la fame né la povertà, e nemmeno la lotta di una classe sociale contro un'altra, bensì il profondo desiderio di recuperare libertà e dignità umana. Infatti, si può essere umani anche se poveri e affamati. Il regime egiziano, invece, umiliava quotidianamente i propri cittadini, privandoli prima di ogni altra cosa dell'umanità, senza la quale non si può lottare contro fame e povertà. Ma che cosa vuol dire allora non avere dignità umana? Significa, tanto per cominciare, non essere padroni del proprio corpo che, in qualsiasi momento e con qualsiasi pretesto, può essere sequestrato e torturato spietatamente, senza processi e senza avvocati. Come è successo a Khaled Said e come è successo a migliaia di giovani e meno giovani, di ogni classe sociale. Sbarcata al Cairo per la prima volta nella mia vita, dopo appena tre giorni o poco più, già avevo incontrato una persona che mi aveva confessato di essere stata torturata per aver fatto della politica all'università. Non era solo un caso fortuito, perché poco tempo dopo ne ho incontrata un'altra e poi un'altra ancora... Non credo di aver mai conosciuto un intellettuale che non fosse stato incarcerato (e probabilmente torturato) almeno una volta. Bastava una critica al governo (anche all'estero, non solo in patria, perché gli informatori erano ovunque), un'osservazione sbagliata sulla salute del Presidente, candidarsi contro quest'ultimo a capo del paese, o anche solo trovarsi per caso in compagnia di un presunto terrorista islamico. Anche dimostrare troppa religiosità era rischioso. E così, lo stato egiziano, in particolare il ministero degli interni e la sua polizia, è riuscito a torturare sistematicamente la sua migliore gioventù, e la sua elite pensante, per interi decenni. E' una cosa che mi ha sempre scioccato. Non riesco a digerirla nemmeno oggi, specialmente quando sento persone che sono sorpresi dalla rivolta egiziana e dalla primavera araba, perché pensavano che, in fondo, gli arabi "stessero bene". Ma l'umiliazione non si fermava solo a questo aspetto. Che dire del senso di non-cittadinanza nel proprio paese, servo (e non trovo una parola migliore) dell'Occidente, da non irritare mai, da compiacere sempre? Cosa significava questo? Che ad esempio - e riferisco racconti di persone che ho conosciuto personalmente - gli egiziani non avevano diritto di accedere a determinati luoghi, nel loro stesso paese, mentre gli occidentali sì. Che ai posti di blocco, ad esempio per entrare nel Sinai, gli egiziani venivano accuratamente controllati e ispezionati, mentre gli occidentali no. E' persino capitato che un professore universitario, diretto al Sinai, fosse violentato al posto di blocco di fronte a sua moglie, per puro capriccio. E quante volte gli amici egiziani mi hanno detto di stare tranquilla se avevo qualche discussione con un tassista o un negoziante. Sarebbe bastato chiamare un poliziotto e lui mi avrebbe automaticamente dato ragione, senza neanche verificare se ce l'avessi davvero. Come occidentale, avevo ragione per definizione, rispetto a un egiziano. Non mi ha stupito, dunque, leggere su Twitter i commenti entusiasti di tante persone, di ritorno da un viaggio all'estero, che scoprivano che all'aeroproto era stata istituita una coda apposita per gli egiziani per il controllo dei passaporti. Prima non c'era una corsia preferenziale, dove gli egiziani potevano sbrigare in fretta le pratiche di rientro in patria. La novità, per piccola che sia, ha restituito un briciolo di dignità agli egiziani. E che dire dei tanti racconti che ho ascoltato sullo svolgimento delle elezioni. Pulman organizzati dal Partito Nazional Democratico per portare a forza la gente ai seggi, per votare il PND ovviamente, in cambio di qualche misera ricompensa. Membri di seggi elettorali intimiditi e minacciati dai baltagheya del ministero degli interni (sì, ibaltagheya esistevano anche prima della rivoluzione) per alterare i risultati delle votazioni. Persone che insistevano per esercitare il proprio diritto di voto, malmenate e cacciate dai seggi. E si potrebbe continuare... Una persona, ad esempio, mi ha raccontato che una volta, recatosi a votare per le elezioni studentesche, aveva visto il presidente di seggio aprire la sua scheda già votata e poi stracciarla, dicendogli: "voto sbagliato". E che dire ancora delle mazzette obbligatorie per ottenere qualsiasi cosa, anche ciò che avrebbe dovuto essere un diritto comune, come un documento o un servizio pubblico? Che dire delle interferenze del governo e del PND in qualunque impresa o attività avviata da un privato? Che dire delle moschee chiuse a forza alle otto di sera, per evitare che la gente potesse rimanere lì a discutere, magari di politica? Che dire dei telefoni controllati (una percentuale impressionante) e della censura? Tutto ciò è solo una piccola parte di quanto si potrebbe raccontare. E' ciò che io stessa ho potuto in qualche modo constatare o toccare con mano, un piccolo assaggio di una realtà ben più vasta. E' proprio questa realtà che gli egiziani hanno voluto cambiare scendendo in piazza, anzi la realtà che si stanno ancora sforzando di cambiare, con grande determinazione. Per questo, oggi hanno ricordato con tanta commozione l'assassinio di Khaled Said, la cui storia riassume perfettamente questa realtà oscura. Così, in piedi su tutte le "corniches" del paese - le strade che si affacciano sul Nilo o sul mare - centinaia di egiziani sono rimasti in silenzio, dalle 5 alle 8 di sera, per commemorare Khaled Said e tutti martiri, dicendo no alle torture. Un silenzio assordante. Quindi, hanno inscenato una bellissima protesta davanti al ministero degli interni, del quale chiedono una riforma: hanno disegnato ovunque, sui muri lì intorno, il volto di Khaled Said, giovane blogger ormai diventato icona immortale, in perfetto accordo con il significato del suo nome: Khaled, immortale appunto.