La lotta delle donne nell’Egitto post-rivoluzionario
Radio Beckwith evangelica

Come dovrebbe essere ormai risaputo, le donne sono state – e sono ancora – protagoniste a pieno titolo delle rivoluzioni arabe. In Egitto hanno partecipato ad ogni fase della rivolta, lottando fianco a fianco degli uomini in piazza Tahrir e nel resto del paese, condividendo fatica, violenze e arresti, come blogger, giornaliste, attiviste, medici, artiste, semplici manifestanti, e chi più ne ha più ne metta. Tuttavia, dopo la caduta di Mubarak, il contributo determinante delle donne è stato dimenticato.
L’8 marzo, quando hanno tentato di portare all’attenzione del paese i loro diritti con una manifestazione in piazza Tahrir, sono state aggredite da bande di uomini che sono riuscite a disperderle. Da allora, i diritti delle donne, nella rivoluzione egiziana, sembrano essere passati in secondo piano. La politica e la società sta trattando le donne con il consueto maschilismo, un atteggiamento agli antipodi con quello emerso tra i giovani di piazza Tahrir, ai tempi dell’occupazione a oltranza, dove – e sono le stesse testimoni ad affermarlo – le donne si sentivano pienamente rispettate.

Ma le donne non si sono affatto date per vinte. Decise a far sì che lo spirito di piazza Tahrir non si perda, sono più che mai determinate a non perdere l’occasione data loro dalla rivoluzione per marcare un decisivo avanzamento sulla questione femminile. Tanto per cominciare, Amnesty International ha dato il via ad una campagna di raccolta firme contro l’emarginazione delle donne nella politica, da presentare successivamente al primo ministro Essam Sharaf. Il nuovo governo, infatti, ha ricevuto numerose critiche, da parte delle associazioni femminili, per aver sostanzialmento escluso le donne dalla dirigenza del paese, diminuendo il numero di ministre da tre a una sola. Nessuna donna è presente laddove si prendono le decisioni importanti sulle sorti del paese. Il Consiglio Militare, nominando la commissione per gli emendamenti costituzionali, le ha lasciate completamente fuori, eleggendo invece personaggi dalle ben note posizioni misogene (se non sbaglio, il presidente della commissione suddetta, Tareq al-Bishri, era stato il massimo oppositore della nomina a giudice di Tahani al-Jibaly, la prima egiziana a ricoprire questo ruolo, ora vice presidente della Corte Costituzionale).

Per denunciare e rimediare a questa situazione, le donne egiziane si stanno organizzando. Sabato scorso, 4 giugno, la Lega della Donna Araba ha tenuto un seminario sulle donne della rivoluzione. Oltre a voler ribadire, con tale iniziativa, l’enorme ruolo svolto dalle donne nella rivolta, l’intento del seminario era esaminare le strategie per garantire il coinvolgimento femminile in ogni processo decisionale che riguardi il futuro del paese e proteggere, al tempo stesso, i diritti già acquisiti. Infatti, dal punto di vista legale, le donne hanno fatto molti passi in avanti, ma cosa diversa è la cultura della società, che spesso ignora le leggi. L’esempio più eclatante è la questione delle mutilazioni genitali femminili. Sebbene la legge le vieti, almeno il 74% delle donne – secondo i dati di Amnesty International – le subisce ancora (io personalmente ho sentito dire che la percentuale è ancora più alta, oltre il 90%). Dunque, è necessario un impegno attivo per agire su questa cultura che penalizza le donne, cominciando in primo luogo da loro stesse.

A tale scopo, Hoda Badran, la presidente della Lega delle Donne Arabe, ha dichiarato di voler fondare una Unione delle Donne Egiziane, che riunisca tutte le associazioni della società civile che si occupano della donna. L’idea è di darsi un “look” e una coordinazione completamente nuovi, svincolandosi da quella che era la tutela della ex first lady Suzanne Mubarak, la quale aveva il monopolio sulle iniziative a favore della donna, più simili a beneficenza, tuttavia, che a reali azioni dotate di una qualche efficacia. La speranza dell’Unione sarà di sensibilizzare sui propri diritti il maggior numero di donne possibile, che rappresentano la maggioranza dell’altissima percentuale di analfabeti presenti in Egitto. Si tenterà inoltre di lavorare sulle aventi diritto al voto, affinché, alle prossime elezioni legislative, eleggano di preferenza donne come loro. La nuova Unione si prefigge anche agire su tutto il territorio egiziano e non solo più nella capitale, o nelle maggiori città. Vuole raggiungere le donne di 27 province, di tutti gli ambienti e le classi sociali. L’impresa è ambiziosa, ma i tempi sono maturi.

Al seminario della Lega della Donna Araba sono stati invitati anche i rappresentanti del Consiglio Militare e del governo. Speriamo che abbiano ascoltato. Le forze armate, per ora, hanno garantito che, in futuro, non effettueranno alcun test di verginità sulle donne arrestate. Non hanno detto, tuttavia, che non li effettueranno più, perché quella semplice parolina aggiuntiva sarebbe stata una mezza ammissione di averli effettivamenti compiuti in passato, come hanno testimoniato diverse ragazze.

Ciò che più importa è che si comincia finalmente a parlare pubblicamente dei problemi delle donne. Il giornale al-Masry al-Youm ha annunciato oggi di voler raccogliere, settimanalmente, testimonianze di donne che hanno subito, e subiscono quotidianamente, molestie sessuali, principalmente per strada e sul lavoro. Questo è un problema ben noto a qualunque donna, egiziana e non, che abbia passato un po’ di tempo in Egitto (e nei paesi arabi in genere). Eppure, se ne parla ancora poco a livello pubblico. Gli uomini tendono a minimizzare e glissare l’argomento. Alcuni, addirittura, negano che il problema esista, o forse nemmeno lo vedono, considerandolo una cosa normale. In generale, tuttavia, nessuno l’ha preso sul serio finora, pertanto è un buon segno che la stampa cominci ad affrontarlo. Sintomo, anche questo, di una rivoluzione delle coscienze?

Come dovrebbe essere ormai risaputo, le donne sono state - e sono ancora - protagoniste a pieno titolo delle rivoluzioni arabe. In Egitto hanno partecipato ad ogni fase della rivolta, lottando fianco a fianco degli uomini in piazza Tahrir e nel resto del paese, condividendo fatica, violenze e arresti, come blogger, giornaliste, attiviste, medici, artiste, semplici manifestanti, e chi più ne ha più ne metta. Tuttavia, dopo la caduta di Mubarak, il contributo determinante delle donne è stato dimenticato. L'8 marzo, quando hanno tentato di portare all'attenzione del paese i loro diritti con una manifestazione in piazza Tahrir, sono state aggredite da bande di uomini che sono riuscite a disperderle. Da allora, i diritti delle donne, nella rivoluzione egiziana, sembrano essere passati in secondo piano. La politica e la società sta trattando le donne con il consueto maschilismo, un atteggiamento agli antipodi con quello emerso tra i giovani di piazza Tahrir, ai tempi dell'occupazione a oltranza, dove - e sono le stesse testimoni ad affermarlo - le donne si sentivano pienamente rispettate. Ma le donne non si sono affatto date per vinte. Decise a far sì che lo spirito di piazza Tahrir non si perda, sono più che mai determinate a non perdere l'occasione data loro dalla rivoluzione per marcare un decisivo avanzamento sulla questione femminile. Tanto per cominciare, Amnesty International ha dato il via ad una campagna di raccolta firme contro l'emarginazione delle donne nella politica, da presentare successivamente al primo ministro Essam Sharaf. Il nuovo governo, infatti, ha ricevuto numerose critiche, da parte delle associazioni femminili, per aver sostanzialmento escluso le donne dalla dirigenza del paese, diminuendo il numero di ministre da tre a una sola. Nessuna donna è presente laddove si prendono le decisioni importanti sulle sorti del paese. Il Consiglio Militare, nominando la commissione per gli emendamenti costituzionali, le ha lasciate completamente fuori, eleggendo invece personaggi dalle ben note posizioni misogene (se non sbaglio, il presidente della commissione suddetta, Tareq al-Bishri, era stato il massimo oppositore della nomina a giudice di Tahani al-Jibaly, la prima egiziana a ricoprire questo ruolo, ora vice presidente della Corte Costituzionale). Per denunciare e rimediare a questa situazione, le donne egiziane si stanno organizzando. Sabato scorso, 4 giugno, la Lega della Donna Araba ha tenuto un seminario sulle donne della rivoluzione. Oltre a voler ribadire, con tale iniziativa, l'enorme ruolo svolto dalle donne nella rivolta, l'intento del seminario era esaminare le strategie per garantire il coinvolgimento femminile in ogni processo decisionale che riguardi il futuro del paese e proteggere, al tempo stesso, i diritti già acquisiti. Infatti, dal punto di vista legale, le donne hanno fatto molti passi in avanti, ma cosa diversa è la cultura della società, che spesso ignora le leggi. L'esempio più eclatante è la questione delle mutilazioni genitali femminili. Sebbene la legge le vieti, almeno il 74% delle donne - secondo i dati di Amnesty International - le subisce ancora (io personalmente ho sentito dire che la percentuale è ancora più alta, oltre il 90%). Dunque, è necessario un impegno attivo per agire su questa cultura che penalizza le donne, cominciando in primo luogo da loro stesse. A tale scopo, Hoda Badran, la presidente della Lega delle Donne Arabe, ha dichiarato di voler fondare una Unione delle Donne Egiziane, che riunisca tutte le associazioni della società civile che si occupano della donna. L'idea è di darsi un "look" e una coordinazione completamente nuovi, svincolandosi da quella che era la tutela della ex first lady Suzanne Mubarak, la quale aveva il monopolio sulle iniziative a favore della donna, più simili a beneficenza, tuttavia, che a reali azioni dotate di una qualche efficacia. La speranza dell'Unione sarà di sensibilizzare sui propri diritti il maggior numero di donne possibile, che rappresentano la maggioranza dell'altissima percentuale di analfabeti presenti in Egitto. Si tenterà inoltre di lavorare sulle aventi diritto al voto, affinché, alle prossime elezioni legislative, eleggano di preferenza donne come loro. La nuova Unione si prefigge anche agire su tutto il territorio egiziano e non solo più nella capitale, o nelle maggiori città. Vuole raggiungere le donne di 27 province, di tutti gli ambienti e le classi sociali. L'impresa è ambiziosa, ma i tempi sono maturi. Al seminario della Lega della Donna Araba sono stati invitati anche i rappresentanti del Consiglio Militare e del governo. Speriamo che abbiano ascoltato. Le forze armate, per ora, hanno garantito che, in futuro, non effettueranno alcun test di verginità sulle donne arrestate. Non hanno detto, tuttavia, che non li effettueranno più, perché quella semplice parolina aggiuntiva sarebbe stata una mezza ammissione di averli effettivamenti compiuti in passato, come hanno testimoniato diverse ragazze. Ciò che più importa è che si comincia finalmente a parlare pubblicamente dei problemi delle donne. Il giornale al-Masry al-Youm ha annunciato oggi di voler raccogliere, settimanalmente, testimonianze di donne che hanno subito, e subiscono quotidianamente, molestie sessuali, principalmente per strada e sul lavoro. Questo è un problema ben noto a qualunque donna, egiziana e non, che abbia passato un po' di tempo in Egitto (e nei paesi arabi in genere). Eppure, se ne parla ancora poco a livello pubblico. Gli uomini tendono a minimizzare e glissare l'argomento. Alcuni, addirittura, negano che il problema esista, o forse nemmeno lo vedono, considerandolo una cosa normale. In generale, tuttavia, nessuno l'ha preso sul serio finora, pertanto è un buon segno che la stampa cominci ad affrontarlo. Sintomo, anche questo, di una rivoluzione delle coscienze?