E’ accaduto l’impossibile – un resoconto dall’Egitto
Radio Beckwith evangelica

Appena tornata dall’Egitto, sto ancora assaporando tutte le sensazioni e le impressioni che la mia visita ha suscitato in me. E’ difficile riassumerle tutte, mentre tento, al tempo stesso, di gestire la nostalgia per un paese tanto coinvolgente – ancor più dopo la rivoluzione – che mi ha ospitato per molto tempo, diventando una seconda casa. Rivedere l’Egitto dopo i sommovimenti della rivoluzione è stata naturalmente una grande emozione, oltre che l’occasione per verificare non tanto le notizie, disponibili attraverso innumerevoli canali anche fuori dell’Egitto, bensì il clima generale, l’atmosfera, l’umore della gente, la realtà della vita quotidiana, tutte cose che non si trovano nelle analisi politiche ed economiche, e che solo il contatto diretto può restituire.

La sensazione generale che mi ha accompagnato durante l’intera visita è stata quella di vivere una realtà paradossale, immutata e profondamente trasformata al tempo stesso, come un corpo che, mantenendo intatte le sue sembianze, ha tuttavia mutato – anzi, sta mutando – il tessuto dei suoi organi. Lentamente, molto lentamente, come un processo di guarigione delicato che richiede tempo e potrebbe essere interrotto in ogni momento. Ma il malato vuole la vita e vuole guarire, questo è l’importante. Strano, proprio la stessa metafora che molti egiziani, all’indomani della caduta di Mubarak, avevano usato per definire il successo della rivoluzione, descrivendolo come la fine di una lunga malattia, o addirittura una rinascita.

Che qualcosa sia mutato davvero nel “tessuto” egiziano lo avverto già sul bus che porta all’aereo diretto al Cairo. Due egiziani sono immersi in un’accesa discussione politica, del tutto dimentichi di quanti stanno intorno a loro, guardandoli con curiosità. I due sfoderano tutto il vocabolario rivoluzionario in pochi minuti: il secondo venerdì della collera, la polizia, il Supremo Consiglio delle Forze Armate, la Costituzione, i liberali, i salafiti, i Fratelli Musulmani, piazza Tahrir, i fulul (resti) del vecchio regime, le elezioni, e naturalmente la contro-rivoluzione. Soprattutto quest’ultima parola risuona continuamente in Egitto, per lo più in tono scherzoso. La si usa, infatti, ogniqualvolta vi sia qualcosa che non va, dando a lei la colpa. Questa voglia di dibattito, comunque, è una nota positiva dell’Egitto post-rivoluzionario. E’ bello vedere la gente appassionarsi così, in ogni luogo. Anche prima gli egiziani parlavano di politica, con le dovute cautele, ma con un senso di frustrazione rassegnata che molti scambiavano per passività e sottomissione (mai idea fu più sbagliata, secondo me).

All’arrivo al Cairo, trovo la città più o meno come l’avevo lasciata. Tuttavia, ci sono mille piccoli segni che parlano di quanto accaduto nel frattempo. Innanzitutto, sono colpita dal gran numero di bandiere sventolanti sparse sui tetti, oppure dipinte sui muri, o persino sui tronchi degli alberi. Per non parlare delle bandiere che compaiono sulle auto e sulle spille che gli uomini si appuntano sulle giacche. Ne trovo una addirittura su una confezione di fazzoletti di carta. Poi ci sono i graffiti, con volti (i martiri) e scritte. Il simbolo della mezzaluna con la croce è dipinto innumerevoli volte. Una scritta in particolare, a caratteri cubitali, colpisce la mia vista: dignità. Mi ricorda in modo semplice la ragione principale della rivolta. Infine, ci sono gli edifici anneriti dagli incendi, la traccia più evidente che rimane oggi delle violenze.

Ciò che mi interessa di più, tuttavia, è sapere come se la cavano le persone che conosco al Cairo. I primi che incontro, la sera stessa del mio arrivo, sono gli amici del Centro Culturale Tawasul. Ci vediamo in un locale di Mohandeseen, ritrovo abituale di molti giudici. L’occasione è una partita dello Zamalek, la squadra rivale della più popolare Ahly. Grazie a questa partita vengo a sapere due cose. La prima è la storia del coinvolgemento degli ultras delle due squadre nella rivoluzione, tassello che mi mancava per completare il quadro. L’Ahly è la squadra più proletaria, e vanta il maggior numero di tifosi, mentre lo Zamalek è più “borghese”, ma quest’anno, a differenza degli anni passati, è la più forte. Gli ultras dell’Ahly – un fenomeno cresciuto negli utlimi due anni – hanno partecipato attivamente alla rivoluzione, vendicandosi – dice qualcuno – della passata repressione della polizia nei loro confronti.

Comunque sia, gli ultras hanno dato un valido contributo alla rivoluzione, grazie alla loro capacità di organizzare le masse e di coordinarsi alla perferzione nei canti e negli slogan. La dirigenza dello Zamalek, invece, era tutta pro-Mubarak, pertanto anche le partite sono diventate una questione politica. Alla ripresa del campionato, dopo l’interruzione causata dalla rivolta, lo Zamalek si è dimostrato di nuovo la squadra più forte, ma l’importante – dicono i tifosi dell’Ahly – è aver vinto in piazza.

La seconda cosa della quale vengo a conoscenza guardando la partita è che la maggioranza della magistratura è contro la rivoluzione. Tra il pubblico ci sono, infatti, alcuni giudici tifosi dello Zamalek, che sono rigorosamente anti-rivoluzionari. Non c’è che la corrente indipendente dell’amico Hossam Mikawi – qualche centinaia di giudici finora – che sostiene la rivoluzione. Tuttavia, mi fa piacere vedere che riescono a stare tutti seduti allo stesso tavolo, davanti a una partita, scherzando e ridendo, nonostante le loro profonde divergenze d’opinione. Una cosa che invece mi preoccupa di più è la notizia che Tahani al-Jibaly, la vice presidente della Corte Costituzionale – anche lei scesa in piazza Tahrir – è stata recentemente messa a tacere dalla stessa Corte, la quale ha deciso che nessuno dei suoi membri dovrà più rilasciare interviste e dichiarazioni ai mass media.

Mi incuriosisce, tuttavia, saggiare l’umore dei copti, pertanto faccio una capatina alla mia vecchia scuola di arabo, la Dar Comboni, in occasione della festa di fine anno. Vedo subito che per la festa hanno tirato fuori una grande bandiera dell’Egitto, sintomo interessante, visto la tradizionale neutralità della Chiesa – almeno ufficialmente – nei confronti della politica locale. Incontro Rania e Nevine, con le quali ho l’opportunità di parlare un po’. Tutti gli egiziani che incontro, al primo contatto, continuano a chiedermi la stessa cosa: allora, come vedi l’Egitto dopo la rivoluzione? Questa domanda precede persino i consueti convenevoli sulla salute mia e della mia famiglia. Convenevoli sacri in Egitto.

In ogni caso, Rania e Nevine, pur confidandomi le loro grandi preoccupazioni per il paese, paiono ancora ben energizzate. I problemi, dopo la rivoluzione, non sono diminuiti, la situazione economica fa paura e c’è il timore per la sicurezza, ma adesso almeno il futuro sembra aperto. C’è una speranza che prima non c’era. Rania e Nevine, tra le questioni che le preoccupano, non accennano alle tensioni religiose.

A proposito dei copti, tuttavia, vengo a sapere una cosa interessante. I cristiani che entreranno a far parte del partito dei Fratelli Musulmani sono quasi tutti copto-evangelici, fatto che ha attirato loro le ire dei copto-ortodossi ( i più restii verso il coinvolgimento politico) e dei copto-cattolici. Del resto, i copto-evangelici erano anche la maggioranza dei cristiani scesi in piazza per la rivoluzione, assieme a una piccola parte di copto-cattolici. Un particolare significativo che mi era sfuggito.

Tuttavia, ciò che speravo di più recandomi a Dar Comboni era di incontrare Sabry, un mio ex professore che per due anni ci aveva intrattenuti con aneddoti, barzellette e storie vere sul regime di Mubarak. Su sua stessa ammissione, odiava il rais dal profondo del cuore. Da studente aveva partecipato a diverse manifestazioni e non mancava giorno che non ci raccontasse qualcosa, con flemma e rassegnazione, sulla dittatura di Mubarak. Fortunamente riesco a incontrarlo. Sembra rinvigorito e ringiovanito. Non c’è bisogno di tanti preamboli per giungere al punto. A bassa voce mi confessa che è stato in piazza Tahrir dal primo all’ultimo giorno, senza mai tornare a casa. Non avevo dubbi. Il viaggio in Egitto è valso la pena soltanto per vedere il suo cambiamento di espressione! Infine, Sabry mi incoraggia riguardo alla situazione italiana, perché se gli egiziani sono riusciti a far cadere Mubarak, tutto è possibile.

Già, anche Montasser, commentando la rivoluzione egiziana, mi ripete la stessa frase: è accaduto l’impossibile, dunque tutto è possibile. Lo incontro proprio nei pressi di piazza Tahrir, dove eravamo soliti vederci durante le nostre chiaccherate letterarie. Non mi reco nella mitica piazza in pellegrinaggio, come fanno ora tanti turisti, ma ci vado esattamente come facevo prima, come a un conveniente luogo di appuntamenti della vita quotidiana, perché vicino al centro città. Eppure, tornare lì non è più esattamente come prima. Un po’ di emozione c’è, specialmente perché – e sembra fatto apposta per creare l’atmosfera! – il taxi che prendo per arrivare fin lì suona una delle canzoni della rivoluzione: sot el-hurriya, “la voce della libertà”. Inoltre, dallo specchietto pendono un rosario e le foto dei martiri. Evidentemente il tassista è un sostenitore della rivoluzione. In effetti, a guardarlo bene, è della generazione giusta.

In piazza Tahrir – è venerdì – non c’è molta gente. Non c’è da stupirsi, visto che ci sono 46 gradi e la gente preferisce stare al fresco. Ci sono solo pochi capannelli di persone che discutono (ne ho visti a tutte le ore che sono passata di lì) e molti venditori ambulanti. Si sa, la rivoluzione è anche diventata un business. L’atmofera, comunque, è gioiosa, anche se vedo – o forse è solo una mia impressione – più bambini di strada. E’ inevitabile, tuttavia, pensare a quanti sono morti in quella piazza e a quanti sono stati torturati nel museo egizio lì vicino.

Montasser, raccontando cosa ha visto in quella piazza nei giorni della rivoluzione, mi fornisce l’immagine giusta per riassumere con uno sguardo la situazione attuale del paese, con l’esercito al governo. Durante il sit-in permanente in piazza Tahrir, la gente urlava il famoso slogan “Esercito e popolo, una mano sola”, con il quale manifestava la propria benevolenza verso le forze armate e la propria speranza in un loro intervento risolutivo a sostegno della loro causa. Tuttavia, nonostante questa simpatia superficiale, la gente non si fidava del tutto dell’esercito. Temendo che i militari potessero irrompere nella piazza da un momento all’altro per porre fine alla rivolta, i manifestanti si erano accampati attorno ai carri armati, per impedir loro di muoversi (vedi foto allegate). La gente faceva i turni per non abbandonare mai la postazione, senza mai lasciare ai militari la minima possibilità di spostarsi.

Ecco, questo rapporto ambivalente di fiducia-sfiducia tra esercito e società descrive bene, secondo me, la situazione attuale, come me la raccontano in molti. Le due parti si controllano a vicenda. La base dell’esercito non sparerà mai sui giovani della rivoluzione e tiene in scacco i vertici corrotti. Se questi deviassero troppo dalle richieste della rivoluzione, potrebbero decidre di rimuoverli. Tuttavia, la base dell’esercito ha inclinazioni islamiste che non rispecchiano le aspirazioni laiche della maggior parte della società, dunque la società deve fare buona guardia, affinché l’esercito non prenda una strada opposta a quella desiderata. La foto dell’uomo che dorme tra le ruote del carro armato è per me la migliore immagine di questa fiducia-sfiducia verso l’esercito. Il frapporsi della società civile tra le “ruote” delle forze armate, inceppandole, sarà forse la migliore garanzia di cambiamento.

Passando davanti al Maspero, il palazzo della tv, vedo il sit-in dei senza tetto, del quale hanno parlato anche i giornali. E’ tutt’altro che un sit-in impressionante. Pochissime persone accampate in misere tende. Quando chiedo notizie di questa protesta agli amici egiziani, capisco un altro dei problemi attuali: l’identificazione e il giusto inquadramento di questo tipo di manifestazioni. Fanno parte della rivoluzione oppure no? A sentire i giornali, i dimostranti del Maspero chiedono con diritto un’abitazione in cui vivere, ma la gente racconta un’altra storia. Pare che in passato, prima della rivoluzione, queste persone abbiano già ricevuto un alloggio dal governo, ma poi se lo siano rivenduto. Qual è la verità? Ci sono tanti esempi analoghi di questa confusione. Chi resta in piazza Tahrir oltre gli orari decisi dagli organizzatori delle manifestazioni, o in giorni diversi dal venerdì, sono gli attivisti più radicali oppure criminali comuni e vagabondi? Chi blocca le strade per ore, stravolgendo la vita delle persone, sono rivoluzionari o baltagheya? Alcuni condannano queste manifestazioni sparse che non fanno altro che irritare la gente, perché accrescono il sentimento popolare negativo verso la rivoluzione, con il risultato pericoloso di indurre molte persone a invocare un intervento netto dell’esercito per ripristinare la stabilità del tempo di Mubarak.

Venendo al Cairo, avevo qualche timore per la sicurezza nel paese. A sentire i giornali, si era parecchio deteriorata. In effetti, qualcosa è cambiato, anche se la vita non si è certo fermata. Pur con qualche accortezza in più, come il non girare di notte per strade poco frequentate, né da sola né in compagnia, non mi sono mai sentita minacciata. La polizia è ppresente, almeno nei quartieri centrali. Forse ci sono un po’ meno agenti di prima e forse hanno un atteggiamento un po’ più dimesso. Eppure, tutti gli amici hanno le loro brutte avventure da raccontare. Dicono che la polizia, da un lato, non fa il suo dovere, mentre dall’altro sono molti cittadini che non rispettano più la polizia, E’ innegabile che ci siano episodi di agguati sulle strade più isolate, qualche rapimento a fine di riscatto e rapine. C’è anche, da parte di qualcuno, una certa tendenza ad infrangere le regole buone della convivenza civile, frutto di una cattiva comprensione del concetto di libertà. In macchina di un amico ho trovato un taser, il bastone che emana una scarica elettrica che blocca i muscoli di chi viene colpito, usato anche dalla polizia contro i manifrestanti. La gente, dunque, si arma illegalmente per autodifesa, pratica tanto facile quanto pericolosa. Tutto sommato, comunque, il Cairo appare ancora, in media, più sicura di qualunque città italiana. Non so tuttavia quale sia la situazione nelle campagne o in altre città.

Si parla spesso, in Egitto, delle cosiddette teorie di cospirazione, ma il più delle volte è per criticarle o ridicolizzarle. Sì, certo, gli egiziani sono assolutamente convinti che ci siano molte forze, interne ed esterne, che agiscono con tutti i loro mezzi a disposizione per contrastare il processo di riforma del paese. Alla loro testa ci sono gli ex membri del Partito Nazional Democratico, quelli della polizia segreta, l’Arabia Saudita e Israele. Ho saputo, ad esempio, di come l’Arabia Saudita stia finanziando, tramite vari uomini d’affari, l’acquisto di molti night club sulla strada delle piramidi – noto luogo di perdizione per i cairoti – per trasformarli in moschee salafite.

Tuttavia, gli egiziani che ho incontrato non attribuiscono tutti i loro problemi a queste forze occulte, scaricando su di loro ogni responsabilità. Sono consapevoli della loro esistenza – come già nel passato, del resto – ma sanno anche che queste forze trovano un buon humus nella loro società. Dunque, la massima responsabilità del paese resta nelle loro stesse mani. La notizia dell’arresto della presunta spia israeliana, che avrebbe addirittura fomentato gli scontri settari di Imbaba, secondo quanto documentato dal giornale al-Ahram, non ha causato particolare indignazione, né drammi spettacolari. C’era da aspettarsi qualcosa del genere. Dopotutto – come mi è stato raccontato – in questo momento sono presenti tutte le intelligence del mondo in Egitto, e ognuna fa il suo gioco. La storia della spia israeliana, almeno tra gli egiziani che conosco, ha suscitato soprattutto ilarità per la sua stupidità. Questo spione del famigerato Mossad è stato seguito e fotografato per mesi, nelle situazioni più disparate (persino a predicare in una moschea), senza accorgersi di nulla. L’intelligence egiziana gli ha confezionato un intero album fotografico, alla faccia della segretezza. Saranno le indagini, naturalmente, a chiarire se si tratti effettivamente di una spia oppure di un individuo esaltato, ma questo episodio non fa che confermare, comunque, quanto sia torbida la questione degli scontri confessionali. Gli egiziani, intanto, spie o false spie, proseguono per la loro strada.

Altri eventi sono accaduti durante la mia permanenza al Cairo, come l’inizio della campagna di raccolta di firme dei liberali per chiedere la nuova Costituzione prima delle elezioni, partita non ancora conclusa. Oppure l’arresto in Spagna del corrottissimo uomo di affari e amico intimo di Mubarak, Hussein Salem, latitante da tempo. Ma ci sarà tempo di parlare di tutto questo nei prossimi giorni. La cronaca continua.

Appena tornata dall'Egitto, sto ancora assaporando tutte le sensazioni e le impressioni che la mia visita ha suscitato in me. E' difficile riassumerle tutte, mentre tento, al tempo stesso, di gestire la nostalgia per un paese tanto coinvolgente - ancor più dopo la rivoluzione - che mi ha ospitato per molto tempo, diventando una seconda casa. Rivedere l'Egitto dopo i sommovimenti della rivoluzione è stata naturalmente una grande emozione, oltre che l'occasione per verificare non tanto le notizie, disponibili attraverso innumerevoli canali anche fuori dell'Egitto, bensì il clima generale, l'atmosfera, l'umore della gente, la realtà della vita quotidiana, tutte cose che non si trovano nelle analisi politiche ed economiche, e che solo il contatto diretto può restituire. La sensazione generale che mi ha accompagnato durante l'intera visita è stata quella di vivere una realtà paradossale, immutata e profondamente trasformata al tempo stesso, come un corpo che, mantenendo intatte le sue sembianze, ha tuttavia mutato - anzi, sta mutando - il tessuto dei suoi organi. Lentamente, molto lentamente, come un processo di guarigione delicato che richiede tempo e potrebbe essere interrotto in ogni momento. Ma il malato vuole la vita e vuole guarire, questo è l'importante. Strano, proprio la stessa metafora che molti egiziani, all'indomani della caduta di Mubarak, avevano usato per definire il successo della rivoluzione, descrivendolo come la fine di una lunga malattia, o addirittura una rinascita. Che qualcosa sia mutato davvero nel "tessuto" egiziano lo avverto già sul bus che porta all'aereo diretto al Cairo. Due egiziani sono immersi in un'accesa discussione politica, del tutto dimentichi di quanti stanno intorno a loro, guardandoli con curiosità. I due sfoderano tutto il vocabolario rivoluzionario in pochi minuti: il secondo venerdì della collera, la polizia, il Supremo Consiglio delle Forze Armate, la Costituzione, i liberali, i salafiti, i Fratelli Musulmani, piazza Tahrir, i fulul (resti) del vecchio regime, le elezioni, e naturalmente la contro-rivoluzione. Soprattutto quest'ultima parola risuona continuamente in Egitto, per lo più in tono scherzoso. La si usa, infatti, ogniqualvolta vi sia qualcosa che non va, dando a lei la colpa. Questa voglia di dibattito, comunque, è una nota positiva dell'Egitto post-rivoluzionario. E' bello vedere la gente appassionarsi così, in ogni luogo. Anche prima gli egiziani parlavano di politica, con le dovute cautele, ma con un senso di frustrazione rassegnata che molti scambiavano per passività e sottomissione (mai idea fu più sbagliata, secondo me). All'arrivo al Cairo, trovo la città più o meno come l'avevo lasciata. Tuttavia, ci sono mille piccoli segni che parlano di quanto accaduto nel frattempo. Innanzitutto, sono colpita dal gran numero di bandiere sventolanti sparse sui tetti, oppure dipinte sui muri, o persino sui tronchi degli alberi. Per non parlare delle bandiere che compaiono sulle auto e sulle spille che gli uomini si appuntano sulle giacche. Ne trovo una addirittura su una confezione di fazzoletti di carta. Poi ci sono i graffiti, con volti (i martiri) e scritte. Il simbolo della mezzaluna con la croce è dipinto innumerevoli volte. Una scritta in particolare, a caratteri cubitali, colpisce la mia vista: dignità. Mi ricorda in modo semplice la ragione principale della rivolta. Infine, ci sono gli edifici anneriti dagli incendi, la traccia più evidente che rimane oggi delle violenze. Ciò che mi interessa di più, tuttavia, è sapere come se la cavano le persone che conosco al Cairo. I primi che incontro, la sera stessa del mio arrivo, sono gli amici del Centro Culturale Tawasul. Ci vediamo in un locale di Mohandeseen, ritrovo abituale di molti giudici. L'occasione è una partita dello Zamalek, la squadra rivale della più popolare Ahly. Grazie a questa partita vengo a sapere due cose. La prima è la storia del coinvolgemento degli ultras delle due squadre nella rivoluzione, tassello che mi mancava per completare il quadro. L'Ahly è la squadra più proletaria, e vanta il maggior numero di tifosi, mentre lo Zamalek è più "borghese", ma quest'anno, a differenza degli anni passati, è la più forte. Gli ultras dell'Ahly - un fenomeno cresciuto negli utlimi due anni - hanno partecipato attivamente alla rivoluzione, vendicandosi - dice qualcuno - della passata repressione della polizia nei loro confronti. Comunque sia, gli ultras hanno dato un valido contributo alla rivoluzione, grazie alla loro capacità di organizzare le masse e di coordinarsi alla perferzione nei canti e negli slogan. La dirigenza dello Zamalek, invece, era tutta pro-Mubarak, pertanto anche le partite sono diventate una questione politica. Alla ripresa del campionato, dopo l'interruzione causata dalla rivolta, lo Zamalek si è dimostrato di nuovo la squadra più forte, ma l'importante - dicono i tifosi dell'Ahly - è aver vinto in piazza. La seconda cosa della quale vengo a conoscenza guardando la partita è che la maggioranza della magistratura è contro la rivoluzione. Tra il pubblico ci sono, infatti, alcuni giudici tifosi dello Zamalek, che sono rigorosamente anti-rivoluzionari. Non c'è che la corrente indipendente dell'amico Hossam Mikawi - qualche centinaia di giudici finora - che sostiene la rivoluzione. Tuttavia, mi fa piacere vedere che riescono a stare tutti seduti allo stesso tavolo, davanti a una partita, scherzando e ridendo, nonostante le loro profonde divergenze d'opinione. Una cosa che invece mi preoccupa di più è la notizia che Tahani al-Jibaly, la vice presidente della Corte Costituzionale - anche lei scesa in piazza Tahrir - è stata recentemente messa a tacere dalla stessa Corte, la quale ha deciso che nessuno dei suoi membri dovrà più rilasciare interviste e dichiarazioni ai mass media. Mi incuriosisce, tuttavia, saggiare l'umore dei copti, pertanto faccio una capatina alla mia vecchia scuola di arabo, la Dar Comboni, in occasione della festa di fine anno. Vedo subito che per la festa hanno tirato fuori una grande bandiera dell'Egitto, sintomo interessante, visto la tradizionale neutralità della Chiesa - almeno ufficialmente - nei confronti della politica locale. Incontro Rania e Nevine, con le quali ho l'opportunità di parlare un po'. Tutti gli egiziani che incontro, al primo contatto, continuano a chiedermi la stessa cosa: allora, come vedi l'Egitto dopo la rivoluzione? Questa domanda precede persino i consueti convenevoli sulla salute mia e della mia famiglia. Convenevoli sacri in Egitto. In ogni caso, Rania e Nevine, pur confidandomi le loro grandi preoccupazioni per il paese, paiono ancora ben energizzate. I problemi, dopo la rivoluzione, non sono diminuiti, la situazione economica fa paura e c'è il timore per la sicurezza, ma adesso almeno il futuro sembra aperto. C'è una speranza che prima non c'era. Rania e Nevine, tra le questioni che le preoccupano, non accennano alle tensioni religiose. A proposito dei copti, tuttavia, vengo a sapere una cosa interessante. I cristiani che entreranno a far parte del partito dei Fratelli Musulmani sono quasi tutti copto-evangelici, fatto che ha attirato loro le ire dei copto-ortodossi ( i più restii verso il coinvolgimento politico) e dei copto-cattolici. Del resto, i copto-evangelici erano anche la maggioranza dei cristiani scesi in piazza per la rivoluzione, assieme a una piccola parte di copto-cattolici. Un particolare significativo che mi era sfuggito. Tuttavia, ciò che speravo di più recandomi a Dar Comboni era di incontrare Sabry, un mio ex professore che per due anni ci aveva intrattenuti con aneddoti, barzellette e storie vere sul regime di Mubarak. Su sua stessa ammissione, odiava il rais dal profondo del cuore. Da studente aveva partecipato a diverse manifestazioni e non mancava giorno che non ci raccontasse qualcosa, con flemma e rassegnazione, sulla dittatura di Mubarak. Fortunamente riesco a incontrarlo. Sembra rinvigorito e ringiovanito. Non c'è bisogno di tanti preamboli per giungere al punto. A bassa voce mi confessa che è stato in piazza Tahrir dal primo all'ultimo giorno, senza mai tornare a casa. Non avevo dubbi. Il viaggio in Egitto è valso la pena soltanto per vedere il suo cambiamento di espressione! Infine, Sabry mi incoraggia riguardo alla situazione italiana, perché se gli egiziani sono riusciti a far cadere Mubarak, tutto è possibile. Già, anche Montasser, commentando la rivoluzione egiziana, mi ripete la stessa frase: è accaduto l'impossibile, dunque tutto è possibile. Lo incontro proprio nei pressi di piazza Tahrir, dove eravamo soliti vederci durante le nostre chiaccherate letterarie. Non mi reco nella mitica piazza in pellegrinaggio, come fanno ora tanti turisti, ma ci vado esattamente come facevo prima, come a un conveniente luogo di appuntamenti della vita quotidiana, perché vicino al centro città. Eppure, tornare lì non è più esattamente come prima. Un po' di emozione c'è, specialmente perché - e sembra fatto apposta per creare l'atmosfera! - il taxi che prendo per arrivare fin lì suona una delle canzoni della rivoluzione: sot el-hurriya, "la voce della libertà". Inoltre, dallo specchietto pendono un rosario e le foto dei martiri. Evidentemente il tassista è un sostenitore della rivoluzione. In effetti, a guardarlo bene, è della generazione giusta. In piazza Tahrir - è venerdì - non c'è molta gente. Non c'è da stupirsi, visto che ci sono 46 gradi e la gente preferisce stare al fresco. Ci sono solo pochi capannelli di persone che discutono (ne ho visti a tutte le ore che sono passata di lì) e molti venditori ambulanti. Si sa, la rivoluzione è anche diventata un business. L'atmofera, comunque, è gioiosa, anche se vedo - o forse è solo una mia impressione - più bambini di strada. E' inevitabile, tuttavia, pensare a quanti sono morti in quella piazza e a quanti sono stati torturati nel museo egizio lì vicino. Montasser, raccontando cosa ha visto in quella piazza nei giorni della rivoluzione, mi fornisce l'immagine giusta per riassumere con uno sguardo la situazione attuale del paese, con l'esercito al governo. Durante il sit-in permanente in piazza Tahrir, la gente urlava il famoso slogan "Esercito e popolo, una mano sola", con il quale manifestava la propria benevolenza verso le forze armate e la propria speranza in un loro intervento risolutivo a sostegno della loro causa. Tuttavia, nonostante questa simpatia superficiale, la gente non si fidava del tutto dell'esercito. Temendo che i militari potessero irrompere nella piazza da un momento all'altro per porre fine alla rivolta, i manifestanti si erano accampati attorno ai carri armati, per impedir loro di muoversi (vedi foto allegate). La gente faceva i turni per non abbandonare mai la postazione, senza mai lasciare ai militari la minima possibilità di spostarsi. Ecco, questo rapporto ambivalente di fiducia-sfiducia tra esercito e società descrive bene, secondo me, la situazione attuale, come me la raccontano in molti. Le due parti si controllano a vicenda. La base dell'esercito non sparerà mai sui giovani della rivoluzione e tiene in scacco i vertici corrotti. Se questi deviassero troppo dalle richieste della rivoluzione, potrebbero decidre di rimuoverli. Tuttavia, la base dell'esercito ha inclinazioni islamiste che non rispecchiano le aspirazioni laiche della maggior parte della società, dunque la società deve fare buona guardia, affinché l'esercito non prenda una strada opposta a quella desiderata. La foto dell'uomo che dorme tra le ruote del carro armato è per me la migliore immagine di questa fiducia-sfiducia verso l'esercito. Il frapporsi della società civile tra le "ruote" delle forze armate, inceppandole, sarà forse la migliore garanzia di cambiamento. Passando davanti al Maspero, il palazzo della tv, vedo il sit-in dei senza tetto, del quale hanno parlato anche i giornali. E' tutt'altro che un sit-in impressionante. Pochissime persone accampate in misere tende. Quando chiedo notizie di questa protesta agli amici egiziani, capisco un altro dei problemi attuali: l'identificazione e il giusto inquadramento di questo tipo di manifestazioni. Fanno parte della rivoluzione oppure no? A sentire i giornali, i dimostranti del Maspero chiedono con diritto un'abitazione in cui vivere, ma la gente racconta un'altra storia. Pare che in passato, prima della rivoluzione, queste persone abbiano già ricevuto un alloggio dal governo, ma poi se lo siano rivenduto. Qual è la verità? Ci sono tanti esempi analoghi di questa confusione. Chi resta in piazza Tahrir oltre gli orari decisi dagli organizzatori delle manifestazioni, o in giorni diversi dal venerdì, sono gli attivisti più radicali oppure criminali comuni e vagabondi? Chi blocca le strade per ore, stravolgendo la vita delle persone, sono rivoluzionari o baltagheya? Alcuni condannano queste manifestazioni sparse che non fanno altro che irritare la gente, perché accrescono il sentimento popolare negativo verso la rivoluzione, con il risultato pericoloso di indurre molte persone a invocare un intervento netto dell'esercito per ripristinare la stabilità del tempo di Mubarak. Venendo al Cairo, avevo qualche timore per la sicurezza nel paese. A sentire i giornali, si era parecchio deteriorata. In effetti, qualcosa è cambiato, anche se la vita non si è certo fermata. Pur con qualche accortezza in più, come il non girare di notte per strade poco frequentate, né da sola né in compagnia, non mi sono mai sentita minacciata. La polizia è ppresente, almeno nei quartieri centrali. Forse ci sono un po' meno agenti di prima e forse hanno un atteggiamento un po' più dimesso. Eppure, tutti gli amici hanno le loro brutte avventure da raccontare. Dicono che la polizia, da un lato, non fa il suo dovere, mentre dall'altro sono molti cittadini che non rispettano più la polizia, E' innegabile che ci siano episodi di agguati sulle strade più isolate, qualche rapimento a fine di riscatto e rapine. C'è anche, da parte di qualcuno, una certa tendenza ad infrangere le regole buone della convivenza civile, frutto di una cattiva comprensione del concetto di libertà. In macchina di un amico ho trovato un taser, il bastone che emana una scarica elettrica che blocca i muscoli di chi viene colpito, usato anche dalla polizia contro i manifrestanti. La gente, dunque, si arma illegalmente per autodifesa, pratica tanto facile quanto pericolosa. Tutto sommato, comunque, il Cairo appare ancora, in media, più sicura di qualunque città italiana. Non so tuttavia quale sia la situazione nelle campagne o in altre città. Si parla spesso, in Egitto, delle cosiddette teorie di cospirazione, ma il più delle volte è per criticarle o ridicolizzarle. Sì, certo, gli egiziani sono assolutamente convinti che ci siano molte forze, interne ed esterne, che agiscono con tutti i loro mezzi a disposizione per contrastare il processo di riforma del paese. Alla loro testa ci sono gli ex membri del Partito Nazional Democratico, quelli della polizia segreta, l'Arabia Saudita e Israele. Ho saputo, ad esempio, di come l'Arabia Saudita stia finanziando, tramite vari uomini d'affari, l'acquisto di molti night club sulla strada delle piramidi - noto luogo di perdizione per i cairoti - per trasformarli in moschee salafite. Tuttavia, gli egiziani che ho incontrato non attribuiscono tutti i loro problemi a queste forze occulte, scaricando su di loro ogni responsabilità. Sono consapevoli della loro esistenza - come già nel passato, del resto - ma sanno anche che queste forze trovano un buon humus nella loro società. Dunque, la massima responsabilità del paese resta nelle loro stesse mani. La notizia dell'arresto della presunta spia israeliana, che avrebbe addirittura fomentato gli scontri settari di Imbaba, secondo quanto documentato dal giornale al-Ahram, non ha causato particolare indignazione, né drammi spettacolari. C'era da aspettarsi qualcosa del genere. Dopotutto - come mi è stato raccontato - in questo momento sono presenti tutte le intelligence del mondo in Egitto, e ognuna fa il suo gioco. La storia della spia israeliana, almeno tra gli egiziani che conosco, ha suscitato soprattutto ilarità per la sua stupidità. Questo spione del famigerato Mossad è stato seguito e fotografato per mesi, nelle situazioni più disparate (persino a predicare in una moschea), senza accorgersi di nulla. L'intelligence egiziana gli ha confezionato un intero album fotografico, alla faccia della segretezza. Saranno le indagini, naturalmente, a chiarire se si tratti effettivamente di una spia oppure di un individuo esaltato, ma questo episodio non fa che confermare, comunque, quanto sia torbida la questione degli scontri confessionali. Gli egiziani, intanto, spie o false spie, proseguono per la loro strada. Altri eventi sono accaduti durante la mia permanenza al Cairo, come l'inizio della campagna di raccolta di firme dei liberali per chiedere la nuova Costituzione prima delle elezioni, partita non ancora conclusa. Oppure l'arresto in Spagna del corrottissimo uomo di affari e amico intimo di Mubarak, Hussein Salem, latitante da tempo. Ma ci sarà tempo di parlare di tutto questo nei prossimi giorni. La cronaca continua.