Riesplode la violenza in Egitto
Radio Beckwith evangelica

Da ieri sera la tensione è tornata ad esplodere in Egitto. E’ stata una lunga giornata di battaglie nel centro del Cairo, attorno a piazza Tahrir. Come sempre, ma questa volta ancora di più, è difficile districarsi tra le storie contraddittorie che giungono dall’Egitto. Persino per gli egiziani che vivono là non è facile, secondo quanto ho potuto constatare.

Ho passato la giornata a vedere le tv arabe, leggere i giornali, seguire Facebook e Twitter, scrivere email e fare telefonate, ma il quadro non è ancora del tutto chiaro. Comunque, questa è la ricostruzione dei fatti che sono riuscita a mettere insieme e l’opinione che mi sono fatta dell’accaduto.

Ieri sera, al teatro al-Balun di Aguza, un quartiere del Cairo dove ho abitato anch’io per mesi, era prevista una celebrazione in onore dei martiri della rivoluzione. Le famiglie delle vittime, che da venerdì scorso protestano per avere giustizia, concentrati soprattutto attorno al Maspero, erano state invitate. L’evento, se ho ben capito, era stato organizzato dal ministero della cultura. A un certo punto, all’ingresso del teatro, si è presentato un gruppo di persone che alcuni testimoni dicono non fossero veri familiari di martiri, ma probabilmente i soliti baltagheya. Gli uomini addetti alla sicurezza del teatro hanno rifiutato di farli entrare e ne è nata una baruffa. Quando la baruffa è diventata scontro vero e proprio (qualcuno dice infatti che gli sconosciuti avessero dei coltelli), è intervenuta con durezza la polizia. Ci sono stati dei feriti e sette arresti. Il gruppo di presunti familiari dei martiri si è allora spostato al Maspero, dove era ancora presente un sit-in di senza tetto e di altri familiari di martiri. Hanno radunato altre forze e si sono diretti verso il ministero degli interni, non lontano da piazza Tahrir.

Poi, nelle strade del centro, la tensione è cresciuta ancora. Gli scontri si sono trasformati in vera e propria guerriglia con lanci di pietre, mentre le forze di sicurezza centrale hanno lanciato lacrimogeni e sparato pallottole di gomma. I feriti hanno cominciato a crescere, centinaia di persone sono accorse a vedere cosa stava succedendo, gli appelli su Twitter si sono moltiplicati e si è anche riaperto l’ospedale da campo, gestito da medici volontari, mentre l’imam della moschea di Omar Makram ha offerto accoglienza a chi aveva bisogno di medicazioni. Scenari da 25 gennaio.

La situazione, dunque, è precipitata. Il dato attuale fornito dal ministero della salute è di oltre mille feriti. Il ministero degli interni, in un suo comunicato, ha sostenuto che in piazza Tahrir fossero in azione i baltagheya, ma tale affermazione ha suscitato l’ira di molti manifestanti, che intanto erano diventati migliaia. Addirittura diecimila, secondo al-Youm al-Sabaa.

Per tutta la giornata si sono rincorse versioni diverse. Da un lato, c’è chi ritiene che in piazza siano scesi solo normali manifestanti che urlavano a gran voce contro la polizia, il ministero degli interni e il feldmaresciallo Tantawi, chiedendo giustizia per i martiri e protestando per la lentezza dei processi. Dall’altro, c’è chi ritiene che gli scontri siano stati causati da baltagheya, o gente che con la rivoluzione c’entra poco o nulla.

Personalmente, mi colpisce come sempre la strana origine di questa esplosione di violenza. Mi sono convinta, infine, che non siano stati i rivoluzionari o le famiglie dei martiri a dare il via all’escalation. Tuttavia, parte di loro sono stati effettivamente coinvolti in maniera astuta. Tanto per cominciare, l’episodio scatenante sembra abbastanza insignificante. La famiglie dei martiri, inoltre, pur nel dolore, hanno sempre protestato pacificamente. Non riesco a immaginarli armati di coltelli o a sfondare un teatro. E anche se qualcuno avesse davvero perso le staffe, credo che l’incidente si sarebbe potuto contenere facilmente. Il tempismo di questi scontri poi è, come al solito, straordinario, solo poche ore dopo l’importante decisione di sciogliere i consigli amministrativi locali. Ieri, girava addirittura la notizia che il primo ministro Sharaf avesse chiesto la destituzione di sette ministri, la maggior parte legati al vecchio regime, perché non avevano risposto adeguatamente alle richieste della rivoluzione. Dunque, c’erano state delle aperture concrete, nella giornata di ieri, sul cammino della rivoluzione. E’ vero, c’era molto scontento per la lentezza della giustizia ed era in corso un accesso dibattito sulla Costituzione, ma le forze della rivoluzione avevano già organizzato una protesta pacifica per esprimere la propria opinione in proposito. Questo scoppio di furia improvviso, secondo me, non si spiega solo con l’amarezza e il dolore di tante famiglie di martiri. Le violenze, come già nel caso di Imbaba, sembrano scoppiare sempre nei momenti in cui vi è un piccolo avanzamento.

Per come la vedo io, allora, le forze che si oppongono al cambiamento hanno appositamento provocato uno scontro con la polizia, ben sapendo quanto sia tesa la relazione tra le forze dell’ordine e i giovani della rivoluzione, e ben consapevoli del diffuso scontento che serpeggia fra di loro riguardo all’operato del governo e del Consiglio Militare. E’ sufficiente seguire i loro scambi di tweet. Pertanto, è bastato accendere la miccia e quando la polizia ha reagito con i soliti sistemi brutali, molti giovani sono accorsi a migliaia per sostenere coloro che venivano aggrediti. La protesta, in seguito, si è progressivamente allargata grazie ai numerosi appelli d’aiuto della piazza, coinvolgendo altre persone. Particolarmente rapida e sentita è stata la reazione di quei giovani che da tempo chiedevano una nuova forte azione di piazza. Bisogna però anche dire che diverse persone giunte sul posto per valutare la situazione hanno poi cercato di aiutare la polizia, calmando i violenti all’insegna di slogan pacifisti. Alcuni, addirittura, hanno protetto il ministero degli interni da eventuali irruzioni.

Pertanto, sembra esserci un po’ di verità in tutte le versioni. I baltagheya c’erano, e probabilmente hanno dato inizio a tutta la storia, ma sono stati seguiti davvero da familiari di martiri infuriati con le autorità, da giovani della rivoluzione delusi e arrabbiati e da manifestanti che hanno voluto opporsi alle violenze della polizia. Probabilmente, la miccia che è stata accesa da chi vuole seminare il caos è caduta sul combustibile giusto, già pronto a bruciare, cioè la rabbia di chi ha perso una persona cara per mano del vecchio regime e non vede sostanziali cambiamenti dopo la rivoluzione, soprattutto riguardo a libertà, giustizia e diritti umani. E in Egitto, in questo momento, ce n’è molto di combustibile. Le cosiddette violenze settarie hanno funzionato spesso secondo questo meccanismo. Per questo bisogna mantenere lucidità e sangue freddo.

Ora, tuttavia, piazza Tahrir è di nuovo occupata, anche se i manifestanti, adesso pacifici, non hanno bloccato il traffico per non inimicarsi la gente. Anzi, come è già successo altre volte durante la rivoluzione, hanno iniziato a fare i vigili, oltre che a spazzare per l’ennesima volta i detriti prodotti dagli scontri. Chi ha lanciato il sasso, probabilmente, ora ha nascosto la mano, lasciando altri a gestire la faccenda, i quali ne pagheranno anche le conseguenze, assieme al resto del paese purtroppo.

Per rendervi conto ecco un video del blogger Hosam el-Hamalawi sugli scontri davanti alla vecchia sede della Università Americana.

Da ieri sera la tensione è tornata ad esplodere in Egitto. E' stata una lunga giornata di battaglie nel centro del Cairo, attorno a piazza Tahrir. Come sempre, ma questa volta ancora di più, è difficile districarsi tra le storie contraddittorie che giungono dall'Egitto. Persino per gli egiziani che vivono là non è facile, secondo quanto ho potuto constatare. Ho passato la giornata a vedere le tv arabe, leggere i giornali, seguire Facebook e Twitter, scrivere email e fare telefonate, ma il quadro non è ancora del tutto chiaro. Comunque, questa è la ricostruzione dei fatti che sono riuscita a mettere insieme e l'opinione che mi sono fatta dell'accaduto. Ieri sera, al teatro al-Balun di Aguza, un quartiere del Cairo dove ho abitato anch'io per mesi, era prevista una celebrazione in onore dei martiri della rivoluzione. Le famiglie delle vittime, che da venerdì scorso protestano per avere giustizia, concentrati soprattutto attorno al Maspero, erano state invitate. L'evento, se ho ben capito, era stato organizzato dal ministero della cultura. A un certo punto, all'ingresso del teatro, si è presentato un gruppo di persone che alcuni testimoni dicono non fossero veri familiari di martiri, ma probabilmente i soliti baltagheya. Gli uomini addetti alla sicurezza del teatro hanno rifiutato di farli entrare e ne è nata una baruffa. Quando la baruffa è diventata scontro vero e proprio (qualcuno dice infatti che gli sconosciuti avessero dei coltelli), è intervenuta con durezza la polizia. Ci sono stati dei feriti e sette arresti. Il gruppo di presunti familiari dei martiri si è allora spostato al Maspero, dove era ancora presente un sit-in di senza tetto e di altri familiari di martiri. Hanno radunato altre forze e si sono diretti verso il ministero degli interni, non lontano da piazza Tahrir. Poi, nelle strade del centro, la tensione è cresciuta ancora. Gli scontri si sono trasformati in vera e propria guerriglia con lanci di pietre, mentre le forze di sicurezza centrale hanno lanciato lacrimogeni e sparato pallottole di gomma. I feriti hanno cominciato a crescere, centinaia di persone sono accorse a vedere cosa stava succedendo, gli appelli su Twitter si sono moltiplicati e si è anche riaperto l'ospedale da campo, gestito da medici volontari, mentre l'imam della moschea di Omar Makram ha offerto accoglienza a chi aveva bisogno di medicazioni. Scenari da 25 gennaio. La situazione, dunque, è precipitata. Il dato attuale fornito dal ministero della salute è di oltre mille feriti. Il ministero degli interni, in un suo comunicato, ha sostenuto che in piazza Tahrir fossero in azione i baltagheya, ma tale affermazione ha suscitato l'ira di molti manifestanti, che intanto erano diventati migliaia. Addirittura diecimila, secondo al-Youm al-Sabaa. Per tutta la giornata si sono rincorse versioni diverse. Da un lato, c'è chi ritiene che in piazza siano scesi solo normali manifestanti che urlavano a gran voce contro la polizia, il ministero degli interni e il feldmaresciallo Tantawi, chiedendo giustizia per i martiri e protestando per la lentezza dei processi. Dall'altro, c'è chi ritiene che gli scontri siano stati causati da baltagheya, o gente che con la rivoluzione c'entra poco o nulla. Personalmente, mi colpisce come sempre la strana origine di questa esplosione di violenza. Mi sono convinta, infine, che non siano stati i rivoluzionari o le famiglie dei martiri a dare il via all'escalation. Tuttavia, parte di loro sono stati effettivamente coinvolti in maniera astuta. Tanto per cominciare, l'episodio scatenante sembra abbastanza insignificante. La famiglie dei martiri, inoltre, pur nel dolore, hanno sempre protestato pacificamente. Non riesco a immaginarli armati di coltelli o a sfondare un teatro. E anche se qualcuno avesse davvero perso le staffe, credo che l'incidente si sarebbe potuto contenere facilmente. Il tempismo di questi scontri poi è, come al solito, straordinario, solo poche ore dopo l'importante decisione di sciogliere i consigli amministrativi locali. Ieri, girava addirittura la notizia che il primo ministro Sharaf avesse chiesto la destituzione di sette ministri, la maggior parte legati al vecchio regime, perché non avevano risposto adeguatamente alle richieste della rivoluzione. Dunque, c'erano state delle aperture concrete, nella giornata di ieri, sul cammino della rivoluzione. E' vero, c'era molto scontento per la lentezza della giustizia ed era in corso un accesso dibattito sulla Costituzione, ma le forze della rivoluzione avevano già organizzato una protesta pacifica per esprimere la propria opinione in proposito. Questo scoppio di furia improvviso, secondo me, non si spiega solo con l'amarezza e il dolore di tante famiglie di martiri. Le violenze, come già nel caso di Imbaba, sembrano scoppiare sempre nei momenti in cui vi è un piccolo avanzamento. Per come la vedo io, allora, le forze che si oppongono al cambiamento hanno appositamento provocato uno scontro con la polizia, ben sapendo quanto sia tesa la relazione tra le forze dell'ordine e i giovani della rivoluzione, e ben consapevoli del diffuso scontento che serpeggia fra di loro riguardo all'operato del governo e del Consiglio Militare. E' sufficiente seguire i loro scambi di tweet. Pertanto, è bastato accendere la miccia e quando la polizia ha reagito con i soliti sistemi brutali, molti giovani sono accorsi a migliaia per sostenere coloro che venivano aggrediti. La protesta, in seguito, si è progressivamente allargata grazie ai numerosi appelli d'aiuto della piazza, coinvolgendo altre persone. Particolarmente rapida e sentita è stata la reazione di quei giovani che da tempo chiedevano una nuova forte azione di piazza. Bisogna però anche dire che diverse persone giunte sul posto per valutare la situazione hanno poi cercato di aiutare la polizia, calmando i violenti all'insegna di slogan pacifisti. Alcuni, addirittura, hanno protetto il ministero degli interni da eventuali irruzioni. Pertanto, sembra esserci un po' di verità in tutte le versioni. I baltagheya c'erano, e probabilmente hanno dato inizio a tutta la storia, ma sono stati seguiti davvero da familiari di martiri infuriati con le autorità, da giovani della rivoluzione delusi e arrabbiati e da manifestanti che hanno voluto opporsi alle violenze della polizia. Probabilmente, la miccia che è stata accesa da chi vuole seminare il caos è caduta sul combustibile giusto, già pronto a bruciare, cioè la rabbia di chi ha perso una persona cara per mano del vecchio regime e non vede sostanziali cambiamenti dopo la rivoluzione, soprattutto riguardo a libertà, giustizia e diritti umani. E in Egitto, in questo momento, ce n'è molto di combustibile. Le cosiddette violenze settarie hanno funzionato spesso secondo questo meccanismo. Per questo bisogna mantenere lucidità e sangue freddo. Ora, tuttavia, piazza Tahrir è di nuovo occupata, anche se i manifestanti, adesso pacifici, non hanno bloccato il traffico per non inimicarsi la gente. Anzi, come è già successo altre volte durante la rivoluzione, hanno iniziato a fare i vigili, oltre che a spazzare per l'ennesima volta i detriti prodotti dagli scontri. Chi ha lanciato il sasso, probabilmente, ora ha nascosto la mano, lasciando altri a gestire la faccenda, i quali ne pagheranno anche le conseguenze, assieme al resto del paese purtroppo. Per rendervi conto ecco un video del blogger Hosam el-Hamalawi sugli scontri davanti alla vecchia sede della Università Americana.

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