La rivoluzione prima!
Radio Beckwith evangelica

Le notizie dall’Egitto, in questi giorni, sono incalzanti, dunque bisognerà scegliere le principali. L’avvenimento del giorno, per niente positivo, è l’assoluzione da parte di un tribunale penale di tre ex ministri, accusati di appropriazione indebita di denaro pubblico. Sono Anas el Fiqqi (informazione) Yousuf Boutros Ghali (finanze, attualmente latitante) e Ahmed el Maghrabi (turismo). Con loro sono stati assolti Mohamed Ahdi Fadli, ex direttore del giornale Akhbar al-Youm, e due uomini d’affari. La prima reazione dei “giovani di Facebook” è stata di sconcerto totale. Sono rimasti letteralmente senza parole. A mitigare la delusione e la rabbia è poi giunta nel pomeriggio la notizia che il Procuratore Generale avrebbe intenzione di fare appello, chiedendo di riprocessare gli assolti.

La parola thawra (rivoluzione) perde una ruota (l’ultima lettera), costringendo l’omino a correrle dietro per recuperarla.

 

Inutile dire, comunque, che la notizia ha ulteriormente appesantito il clima, già piuttosto cupo dopo le violenze della polizia della scorsa settimana e dopo la scarcerazione, avvenuta ieri a Suez, di diversi imputati del processo sulle uccisioni dei manifestanti. Centinaia di familiari dei martiri di Suez, in segno di protesta, hanno bloccato la strada verso il Cairo. Vanno dunque sommandosi pericolosi ingredienti per una dura manifestazione, il prossimo 8 luglio. Lo scontento è palpabile, mentre i nervi sono sempre più tesi. Il blogger Sandmonkey ha commentato: “Qualcuno sta spingendo verso una fantastica battaglia, venerdì”.

In effetti, i recenti sviluppi hanno fatto recedere diverse forze politiche dall’idea di consacrare la manifestazione di venerdì prossimo alla campagna per “la Costituzione prima”. Già c’era molta divisione sulle richieste da portare in piazza, ma ora sembra che molti si siano convinti che la vera urgenza non siano né la Costituzione, né i poveri, bensì la rivoluzione stessa. Insomma, forse lo slogan dell’8 luglio sarà quello suggerito da Abdel Moneim Abul Futuh: “la rivoluzione prima!”.

E’ uscito oggi, inoltre, il rapporto della Commissione d’indagine sulle violenze del 28-29 giugno, tra le famiglie dei martiri e la polizia.

Il rapporto conferma appieno il quadro che avevo delineato in una mia precedente newsletter, dopo una breve indagine personale. Gli scontri – secondo la Commissione – sono stati istigati da sconosciuti e in seguito sono stati coinvolti i familiari dei martiri che ne hanno causato l’escalation. Accertato anche l’uso eccessivo della violenza da parte della polizia. Se a qualcuno interessa, qui c’è un raro video degli scontri:

Intanto, il Consiglio Militare ha approvato il bilancio annuale definitivo per il paese, tuttavia non sono stati rivelati i particolari dei tagli. La manovra, pertanto, presenta molti punti oscuri. L’Egitto non ricorrerà al Fondo Monetario Internazionale, come già annunciato, ma farà ricorso a risorse interne (quali?) e all’aiuto di altri paesi arabi. Quel che pare sicuro è che il salario minimo, fissato nella versione precedente del bilancio a 700 pound al mese (più o meno 80 euro), è sceso a 684. Il primo ministro Sharaf, invece, conferma che le elezioni si terranno a settembre, forse verso la fine del mese.

Tornano a protestare anche i copti, questa volta per chiedere una legge sullo stato civile che non li discrimini dai musulmani in materia di divorzio. In Egitto, infatti, per quanto riguarda il diritto di famiglia e, nello specifico il matrimonio, i cittadini seguono leggi diverse a seconda della loro religione (per tale motivo, tra l’altro, la religione è indicata nei documenti d’identità). In breve, matrimonio e questioni di famiglia sono considerate questioni religiose, anche per la chiesa copta. La legge che regola tali questioni risale al 1938. Per i cristiani, essa prevede la possibilità di divorziare solo in tre casi: se uno dei due coniugi commette adulterio, si converte all’islam o a un’altra confessione cristiana (eh sì, la chiesa copta è molto conservatrice). Ai musulmani, invece, il divorzio è consentito, seppur socialmente condannato. E’ per tale ragione che molti cristiani, per poter divorziare, si convertono all’islam, con conseguenti frequenti problemi di scontri inter-religiosi. Molti copti, allora, si sono mobilitati per chiedere uno statuto familiare di tipo civile, che non discrimini i cittadini in base alla religione. Inutile dire che la chiesa copta è fortemente contraria, considerando una legge del genere come una terribile ingerenza nei propri affari. Ci sono anche dei musulmani favorevoli a una legge civile in materia di diritto di famiglia, tuttavia trovano anch’essi una forte opposizione (è successo a Amr Hamzawi poco tempo fa, il quale, per aver affermato che una legge del genere non è in contrasto con la sharia, è stato sottoposto a un pesante fuoco di fila). Il problema, dunque, appartiene all’intera società egiziana, non solo a una religione piuttosto che a un’altra.

Per finire, anche l’Unione Europea, seguendo gli Stati Uniti, ha deciso di aprire un dialogo con i Fratelli Musulmani.

Le notizie dall'Egitto, in questi giorni, sono incalzanti, dunque bisognerà scegliere le principali. L'avvenimento del giorno, per niente positivo, è l'assoluzione da parte di un tribunale penale di tre ex ministri, accusati di appropriazione indebita di denaro pubblico. Sono Anas el Fiqqi (informazione) Yousuf Boutros Ghali (finanze, attualmente latitante) e Ahmed el Maghrabi (turismo). Con loro sono stati assolti Mohamed Ahdi Fadli, ex direttore del giornale Akhbar al-Youm, e due uomini d'affari. La prima reazione dei "giovani di Facebook" è stata di sconcerto totale. Sono rimasti letteralmente senza parole. A mitigare la delusione e la rabbia è poi giunta nel pomeriggio la notizia che il Procuratore Generale avrebbe intenzione di fare appello, chiedendo di riprocessare gli assolti. [caption id="attachment_599" align="alignright" width="300"] La parola thawra (rivoluzione) perde una ruota (l'ultima lettera), costringendo l'omino a correrle dietro per recuperarla.[/caption]   Inutile dire, comunque, che la notizia ha ulteriormente appesantito il clima, già piuttosto cupo dopo le violenze della polizia della scorsa settimana e dopo la scarcerazione, avvenuta ieri a Suez, di diversi imputati del processo sulle uccisioni dei manifestanti. Centinaia di familiari dei martiri di Suez, in segno di protesta, hanno bloccato la strada verso il Cairo. Vanno dunque sommandosi pericolosi ingredienti per una dura manifestazione, il prossimo 8 luglio. Lo scontento è palpabile, mentre i nervi sono sempre più tesi. Il blogger Sandmonkey ha commentato: "Qualcuno sta spingendo verso una fantastica battaglia, venerdì". In effetti, i recenti sviluppi hanno fatto recedere diverse forze politiche dall'idea di consacrare la manifestazione di venerdì prossimo alla campagna per "la Costituzione prima". Già c'era molta divisione sulle richieste da portare in piazza, ma ora sembra che molti si siano convinti che la vera urgenza non siano né la Costituzione, né i poveri, bensì la rivoluzione stessa. Insomma, forse lo slogan dell'8 luglio sarà quello suggerito da Abdel Moneim Abul Futuh: "la rivoluzione prima!". E' uscito oggi, inoltre, il rapporto della Commissione d'indagine sulle violenze del 28-29 giugno, tra le famiglie dei martiri e la polizia. Il rapporto conferma appieno il quadro che avevo delineato in una mia precedente newsletter, dopo una breve indagine personale. Gli scontri - secondo la Commissione - sono stati istigati da sconosciuti e in seguito sono stati coinvolti i familiari dei martiri che ne hanno causato l'escalation. Accertato anche l'uso eccessivo della violenza da parte della polizia. Se a qualcuno interessa, qui c'è un raro video degli scontri:

[youtube]http://www.youtube.com/watch?v=Wh7T4dZ2O2s[/youtube]

Intanto, il Consiglio Militare ha approvato il bilancio annuale definitivo per il paese, tuttavia non sono stati rivelati i particolari dei tagli. La manovra, pertanto, presenta molti punti oscuri. L'Egitto non ricorrerà al Fondo Monetario Internazionale, come già annunciato, ma farà ricorso a risorse interne (quali?) e all'aiuto di altri paesi arabi. Quel che pare sicuro è che il salario minimo, fissato nella versione precedente del bilancio a 700 pound al mese (più o meno 80 euro), è sceso a 684. Il primo ministro Sharaf, invece, conferma che le elezioni si terranno a settembre, forse verso la fine del mese. Tornano a protestare anche i copti, questa volta per chiedere una legge sullo stato civile che non li discrimini dai musulmani in materia di divorzio. In Egitto, infatti, per quanto riguarda il diritto di famiglia e, nello specifico il matrimonio, i cittadini seguono leggi diverse a seconda della loro religione (per tale motivo, tra l'altro, la religione è indicata nei documenti d'identità). In breve, matrimonio e questioni di famiglia sono considerate questioni religiose, anche per la chiesa copta. La legge che regola tali questioni risale al 1938. Per i cristiani, essa prevede la possibilità di divorziare solo in tre casi: se uno dei due coniugi commette adulterio, si converte all'islam o a un'altra confessione cristiana (eh sì, la chiesa copta è molto conservatrice). Ai musulmani, invece, il divorzio è consentito, seppur socialmente condannato. E' per tale ragione che molti cristiani, per poter divorziare, si convertono all'islam, con conseguenti frequenti problemi di scontri inter-religiosi. Molti copti, allora, si sono mobilitati per chiedere uno statuto familiare di tipo civile, che non discrimini i cittadini in base alla religione. Inutile dire che la chiesa copta è fortemente contraria, considerando una legge del genere come una terribile ingerenza nei propri affari. Ci sono anche dei musulmani favorevoli a una legge civile in materia di diritto di famiglia, tuttavia trovano anch'essi una forte opposizione (è successo a Amr Hamzawi poco tempo fa, il quale, per aver affermato che una legge del genere non è in contrasto con la sharia, è stato sottoposto a un pesante fuoco di fila). Il problema, dunque, appartiene all'intera società egiziana, non solo a una religione piuttosto che a un'altra. Per finire, anche l'Unione Europea, seguendo gli Stati Uniti, ha deciso di aprire un dialogo con i Fratelli Musulmani.