L’esercito fa visita ai giovani e il governo cambia pelle
Radio Beckwith evangelica

c’è molto movimento nel governo di transizione egiziano. Prima ancora dell’annuncio ufficiale del primo ministro Sharaf, riguardo al rimpasto previsto, si registra una cascata di dimissioni di ministri. Il primo a dare le dimissioni, circa una settimana fa, era stato il vice premier Yehya el Gamal. Ora, invece, hanno dato forfait altri tre ministri: Mohamed el Oraby (esteri), rimasto in carica solo tre settimane; Samir el Sayad (industria e commercio) e Samir Radwan (finanze). Inoltre, sono stati nominati due vice premier: Hazem el Beblawi, del Partito Democratico Egiziano, e Ali el Selmy, del Wafd. Il primo si occuperà degli affari economici, mentre il secondo di sviluppo politico e affari democratici. Il tanto criticato ministro degli interni, invece, è sempre al suo posto, almeno per ora.

Il Maspero, il palazzo della tv, con un naso alla Pinocchio.

Ma l’evento più discusso di ieri è stata la visita del generale Tareq el Mahdi a piazza Tahrir. Il generale, che attualmente è anche a capo della tv di stato, è sceso in piazza per parlare con le circa dodici persone che stanno effettuando lo sciopero della fame (ora sospeso). E’ salito sul palco per tenere un discorso, ma non gli è stato consentito di parlare, perché la folla ha continuato a gridargli contro. Alla fine, il generale ha abbandonato la piazza e a questo punto sono iniziate le “narrazioni” contrastanti. Alcuni hanno raccontato che il generale è stato letteralmente cacciato, a suon di spintoni, altri hanno riferito che se ne è andato spontaneamente, protetto da un cordone umano formato dai membri del Movimento 6 aprile. Come ho già avuto modo di dire, è estremamente difficile, in questo momento, stabilire la verità dei racconti, perché ogni cosa viene strumentalizzata da una parte o dall’altra, in una lotta mediatica senza fine.

Comunque sia, pare che il punto del discorso di el Mahdi che ha scatenato la rabbia della piazza sia stata l’accusa di tradimento da lui rivolta a quei soldati che si sono uniti ai manifestanti lo scorso mese di aprile (i quali sono stati arrestati e di loro non si sa più nulla). Molti dimostranti si sono sentiti oltraggiati dalle parole di el Mahdi, mentre altri hanno lo hanno difeso, comprendendo, pur senza condividerlo, il suo punto di vista di militare. Tra le due fazioni è nato un acceso dibattito, con toni niente affatto teneri.

La piazza, questa volta, sembra molto più divisa e nervosa rispetto a gennaio. Emergono forti intolleranze che preoccupano i manifestanti più “moderati”. Alcune persone sembrano ora totalmente chiuse al dialogo con chicchessia, ferme su posizioni intransigenti. E’ successo con alcuni giovani rivoluzionari, tra i quali Wael Ghonim, che hanno accettato il dialogo con Sharaf. Hanno ricevuto pesanti accuse e condanne, anche sul piano personale. Wael Ghonim, ad esempio, è stato persino accusato di non essere un vero egiziano, perché sposato a un’americana musulmana. Tutti accusano tutti di essere spie al soldo degli stranieri, o di ricevere fondi illegali da altri paesi. Si nota una certa xenofobia crescente, che si muove sul filo dell’ossessione per una genuina egizianità, germe pericoloso di intolleranza denunciato dai rivoluzionari meno “radicali”. E l’ironia più grande – come ha intelligentemente fatto notare un manifestante su Twitter – è che gli unici che, senza alcun dubbio, ricevono soldi stranieri sono proprio i militari. Le forze armate egiziane, è bene ricordarlo, intascano 1,3 miliardi di dollari l’anno, più aiuti economici vari, dagli Stati Uniti. In cambio, ovviamente, sono tenuti a seguire le politiche dettate dagli americani, tra le quali il mantenimento della pace con Israele. In pratica, è come se gli Stati Uniti si fossero comprati l’esercito egiziano e, visto il ruolo che l’esercito riveste nel paese, l’Egitto intero, a discapito del popolo egiziano che non ha voce in capitolo. Un altro manifestante coraggioso ha espresso così, al generale el Mahdi, il suo disappunto: “Perché gli Stati Uniti sanno tutto del bilancio del nostro esercito, mentre io, egiziano, non sono autorizzato ad avere nessuna informazione in proposito?”

Da un lato, quindi, si può capire l’idiosincrasia degli egiziani per le interferenze straniere (altro che interferenze!), tuttavia può diventare un gioco pericoloso. Gli episodi di intolleranza in piazza Tahrir possono essere facilmente usati contro la totalità dei manifestanti e la rivoluzione. La tv di stato non aspetta altro, a quanto si dice. E poi, in secondo piano, ci sono segnali che destano perplessità. Ad esempio, per gli stranieri è diventato estremamente difficile ottenere visti turistici di lunga permanenza (io stessa, l’ultima volta, avevo chiesto l’estensione di un anno, ma non ho ottenuto altro che sei mesi, senza alcuna spiegazione). Per avere tali visti, ora, sarà necessario essere iscritti a una università, avere un contratto di lavoro in Egitto o essere sposati a cittadini egiziani. Ma i visti turistici di lunga permanenza servono ai tantissimi giornalisti free lance attivi in Egitto e agli ancora più numerosi studenti di arabo che, tuttavia, studiano in piccole scuole e non nelle grandi università.

Sono piccole cose, ma se si vuole veramente cambiare il paese bisogna prestare attenzione a tutto. Forse la mia impressione è sbagliata, ma se non è così, allora spero che, alla fine, piazza Tahrir sappia superare anche questa fase critica. Intanto, ieri si è celebrata una festa di musica religiosa, con canti della tradizione islamica e cristiana, che ha unito i credenti di fede diversa in un bel momento di condivisione, e questo è un segno positivo.

Per quanto riguarda, invece, la richiesta della piazza di abolire i processi militari per i civili, il Consiglio Militare ha finalmente risposto con il comunicato n. 68. Secondo le forze armate, i tribunali militari processano soltanto baltagheya, definiti come tutti coloro che fanno uso di armi, molestano sessualmente qualcun altro o attaccano gli ufficiali delle forze di sicurezza durante il loro servizio. Chissà in quale categoria sono inseriti i vari blogger processati dai militari? Infine, per qualsiasi domanda o lamentela, il Consiglio Militare ha fornito i suoi contatti telefonici. Muoio dalla curiosità di sapere quante telefonate riceveranno.

Per finire, ieri purtroppo c’è stata la morte di un altro ragazzo colpito da una pallottola durante le manifestazioni del 28 gennaio, l’ultimo martire della rivoluzione. Il funerale si è tenuto, come sempre, in piazza Tahrir, tra la rabbia e la commozione della gente.

c'è molto movimento nel governo di transizione egiziano. Prima ancora dell'annuncio ufficiale del primo ministro Sharaf, riguardo al rimpasto previsto, si registra una cascata di dimissioni di ministri. Il primo a dare le dimissioni, circa una settimana fa, era stato il vice premier Yehya el Gamal. Ora, invece, hanno dato forfait altri tre ministri: Mohamed el Oraby (esteri), rimasto in carica solo tre settimane; Samir el Sayad (industria e commercio) e Samir Radwan (finanze). Inoltre, sono stati nominati due vice premier: Hazem el Beblawi, del Partito Democratico Egiziano, e Ali el Selmy, del Wafd. Il primo si occuperà degli affari economici, mentre il secondo di sviluppo politico e affari democratici. Il tanto criticato ministro degli interni, invece, è sempre al suo posto, almeno per ora. [caption id="attachment_645" align="alignright" width="227"] Il Maspero, il palazzo della tv, con un naso alla Pinocchio.[/caption] Ma l'evento più discusso di ieri è stata la visita del generale Tareq el Mahdi a piazza Tahrir. Il generale, che attualmente è anche a capo della tv di stato, è sceso in piazza per parlare con le circa dodici persone che stanno effettuando lo sciopero della fame (ora sospeso). E' salito sul palco per tenere un discorso, ma non gli è stato consentito di parlare, perché la folla ha continuato a gridargli contro. Alla fine, il generale ha abbandonato la piazza e a questo punto sono iniziate le "narrazioni" contrastanti. Alcuni hanno raccontato che il generale è stato letteralmente cacciato, a suon di spintoni, altri hanno riferito che se ne è andato spontaneamente, protetto da un cordone umano formato dai membri del Movimento 6 aprile. Come ho già avuto modo di dire, è estremamente difficile, in questo momento, stabilire la verità dei racconti, perché ogni cosa viene strumentalizzata da una parte o dall'altra, in una lotta mediatica senza fine. Comunque sia, pare che il punto del discorso di el Mahdi che ha scatenato la rabbia della piazza sia stata l'accusa di tradimento da lui rivolta a quei soldati che si sono uniti ai manifestanti lo scorso mese di aprile (i quali sono stati arrestati e di loro non si sa più nulla). Molti dimostranti si sono sentiti oltraggiati dalle parole di el Mahdi, mentre altri hanno lo hanno difeso, comprendendo, pur senza condividerlo, il suo punto di vista di militare. Tra le due fazioni è nato un acceso dibattito, con toni niente affatto teneri. La piazza, questa volta, sembra molto più divisa e nervosa rispetto a gennaio. Emergono forti intolleranze che preoccupano i manifestanti più "moderati". Alcune persone sembrano ora totalmente chiuse al dialogo con chicchessia, ferme su posizioni intransigenti. E' successo con alcuni giovani rivoluzionari, tra i quali Wael Ghonim, che hanno accettato il dialogo con Sharaf. Hanno ricevuto pesanti accuse e condanne, anche sul piano personale. Wael Ghonim, ad esempio, è stato persino accusato di non essere un vero egiziano, perché sposato a un'americana musulmana. Tutti accusano tutti di essere spie al soldo degli stranieri, o di ricevere fondi illegali da altri paesi. Si nota una certa xenofobia crescente, che si muove sul filo dell'ossessione per una genuina egizianità, germe pericoloso di intolleranza denunciato dai rivoluzionari meno "radicali". E l'ironia più grande - come ha intelligentemente fatto notare un manifestante su Twitter - è che gli unici che, senza alcun dubbio, ricevono soldi stranieri sono proprio i militari. Le forze armate egiziane, è bene ricordarlo, intascano 1,3 miliardi di dollari l'anno, più aiuti economici vari, dagli Stati Uniti. In cambio, ovviamente, sono tenuti a seguire le politiche dettate dagli americani, tra le quali il mantenimento della pace con Israele. In pratica, è come se gli Stati Uniti si fossero comprati l'esercito egiziano e, visto il ruolo che l'esercito riveste nel paese, l'Egitto intero, a discapito del popolo egiziano che non ha voce in capitolo. Un altro manifestante coraggioso ha espresso così, al generale el Mahdi, il suo disappunto: "Perché gli Stati Uniti sanno tutto del bilancio del nostro esercito, mentre io, egiziano, non sono autorizzato ad avere nessuna informazione in proposito?" Da un lato, quindi, si può capire l'idiosincrasia degli egiziani per le interferenze straniere (altro che interferenze!), tuttavia può diventare un gioco pericoloso. Gli episodi di intolleranza in piazza Tahrir possono essere facilmente usati contro la totalità dei manifestanti e la rivoluzione. La tv di stato non aspetta altro, a quanto si dice. E poi, in secondo piano, ci sono segnali che destano perplessità. Ad esempio, per gli stranieri è diventato estremamente difficile ottenere visti turistici di lunga permanenza (io stessa, l'ultima volta, avevo chiesto l'estensione di un anno, ma non ho ottenuto altro che sei mesi, senza alcuna spiegazione). Per avere tali visti, ora, sarà necessario essere iscritti a una università, avere un contratto di lavoro in Egitto o essere sposati a cittadini egiziani. Ma i visti turistici di lunga permanenza servono ai tantissimi giornalisti free lance attivi in Egitto e agli ancora più numerosi studenti di arabo che, tuttavia, studiano in piccole scuole e non nelle grandi università. Sono piccole cose, ma se si vuole veramente cambiare il paese bisogna prestare attenzione a tutto. Forse la mia impressione è sbagliata, ma se non è così, allora spero che, alla fine, piazza Tahrir sappia superare anche questa fase critica. Intanto, ieri si è celebrata una festa di musica religiosa, con canti della tradizione islamica e cristiana, che ha unito i credenti di fede diversa in un bel momento di condivisione, e questo è un segno positivo. Per quanto riguarda, invece, la richiesta della piazza di abolire i processi militari per i civili, il Consiglio Militare ha finalmente risposto con il comunicato n. 68. Secondo le forze armate, i tribunali militari processano soltanto baltagheya, definiti come tutti coloro che fanno uso di armi, molestano sessualmente qualcun altro o attaccano gli ufficiali delle forze di sicurezza durante il loro servizio. Chissà in quale categoria sono inseriti i vari blogger processati dai militari? Infine, per qualsiasi domanda o lamentela, il Consiglio Militare ha fornito i suoi contatti telefonici. Muoio dalla curiosità di sapere quante telefonate riceveranno. Per finire, ieri purtroppo c'è stata la morte di un altro ragazzo colpito da una pallottola durante le manifestazioni del 28 gennaio, l'ultimo martire della rivoluzione. Il funerale si è tenuto, come sempre, in piazza Tahrir, tra la rabbia e la commozione della gente.