La fine del sit-in di piazza Tahrir
Radio Beckwith evangelica

Per la terza volta, ieri, il sit-in di piazza Tahrir (o quel che ne restava) è stato sgomberato con la forza, proprio durante il primo giorno di Ramadan, che avrebbe dovuto essere un giorno di festa. Verso le due e mezza del pomeriggio, polizia militare, forze di sicurezza centrale e molti poliziotti in borghese hanno fatto irruzione nella piazza, facendo piazza pulita di tende, stand, lanterne del Ramadan e manifestanti. E’ stata usata la consueta violenza, già vista in altre occasioni. Manifestanti inseguiti e malmenati, caccia a chiunque avesse una macchina fotografica, insulti pesanti a uomini e donne, arresti indiscriminati.

Per alcune ore il centro città è piombato nel caos. Picchiate selvaggiamente anche le donne, come hanno testimoniato loro stesse quasi in diretta su Twitter. I carri armati hanno portato via decine di dimostranti, i quali ora saranno certamente condotti davanti ai tribunali militari. L’esercito ha già dichiarato di aver arrestato centinaia di baltagheya (ricordo che l’esercito continua a sostenere di tenere in carcere solo teppisti). La battaglia è durata per ore, con gruppi di irriducibili manifestanti che si ostinavano a resistere. Tra loro molti familiari di martiri, i quali temevano, oltre a non ottenere alcuna giustizia, che tornando a casa sarebbero stati esposti alle minacce dei poliziotti assassini dei loro parenti.

Al di là dell’intollerabile violenza da parte dell’esercito e della polizia, del tutto condannabile, occorre tuttavia far notare alcune cose. L’intervento dell’esercito è stato invocato a gran voce dai commercianti e dai residenti della zona, esausti per le continue proteste che influenzavano negativamente i loro affari e le loro vite. A nulla è valso il tentativo dei manifestanti di ripristinare il traffico per calmare gli animi, una parte considerevole della popolazione era ormai contro il sit-in, anche grazie alla forte campagna di diffamazione lanciata dal Consiglio Militare nei confronti di alcuni gruppi rivoluzionari, come il Movimento 6 Aprile.

Di questa insofferenza crescente della popolazione si sono resi conto in molti, eccetto una minoranza resistente. Quasi tutti i gruppi politici che hanno partecipato al sit-in nelle ultime settimane, dato anche l’imminente periodo di digiuno, si sono ritirati per ripensare la propria strategia. Essendo diminuito drasticamente il numero dei manifestanti, lo sgombero della piazza era più che atteso. La storia insegna. Per tutti questi motivi, molti degli stessi giovani della rivoluzione, alias i giovani di Facebook, hanno preferito, infine, ritirarsi dal sit-in.

Ieri, molti di loro cercavano disperatamente di convincere gli ultimi rimasti a tornare a casa, perché era evidente che la battaglia era persa, la rivoluzione non è più una rivoluzione se la popolazione non ti segue. Continuare a lottare avrebbe solamente portato a più arresti, quindi a un ulteriore indebolimento della rivolta. Pare chiaro che, al momento, si debbano cercare strade alternative. “Una battaglia persa non significa perdere la guerra”, ha commentato un ragazzo e “intestardirsi è da stupidi”. Un’altra ragazza, invece, ha riferito amaramente che “al di fuori di Twitter non ha trovato nessuno favorevole a continuare il sit-in”. E le elezioni incalzano, per qualcuno ci sarebbe da concentrarsi su questo.

Tuttavia, è sicuro che alcuni gruppi continueranno le proteste di piazza. La consistente Unione dei Giovani della Rivoluzione ci sta già pensando, ma senza i numeri non si andrà lontano. Intanto, però, domani inizia il processo di Mubarak, che potrebbe alterare nuovamente gli equilibri. Il processo sarà trasmesso solo dalla tv di stato. Inoltre, è giunta notizia, oggi, che non saranno ammessi in aula né i familiari delle vittime, né i giornalisti, né gli avvocati. Non è un bel segno. C’è chi dice sarcasticamente che per togliere dall’imbarazzo il Consiglio Militare – che in realtà non vuole affatto processare l’ex rais – Mubarak morirà nel mese di Ramadan. Si aprono le scommesse.

Per la terza volta, ieri, il sit-in di piazza Tahrir (o quel che ne restava) è stato sgomberato con la forza, proprio durante il primo giorno di Ramadan, che avrebbe dovuto essere un giorno di festa. Verso le due e mezza del pomeriggio, polizia militare, forze di sicurezza centrale e molti poliziotti in borghese hanno fatto irruzione nella piazza, facendo piazza pulita di tende, stand, lanterne del Ramadan e manifestanti. E' stata usata la consueta violenza, già vista in altre occasioni. Manifestanti inseguiti e malmenati, caccia a chiunque avesse una macchina fotografica, insulti pesanti a uomini e donne, arresti indiscriminati. Per alcune ore il centro città è piombato nel caos. Picchiate selvaggiamente anche le donne, come hanno testimoniato loro stesse quasi in diretta su Twitter. I carri armati hanno portato via decine di dimostranti, i quali ora saranno certamente condotti davanti ai tribunali militari. L'esercito ha già dichiarato di aver arrestato centinaia di baltagheya (ricordo che l'esercito continua a sostenere di tenere in carcere solo teppisti). La battaglia è durata per ore, con gruppi di irriducibili manifestanti che si ostinavano a resistere. Tra loro molti familiari di martiri, i quali temevano, oltre a non ottenere alcuna giustizia, che tornando a casa sarebbero stati esposti alle minacce dei poliziotti assassini dei loro parenti. Al di là dell'intollerabile violenza da parte dell'esercito e della polizia, del tutto condannabile, occorre tuttavia far notare alcune cose. L'intervento dell'esercito è stato invocato a gran voce dai commercianti e dai residenti della zona, esausti per le continue proteste che influenzavano negativamente i loro affari e le loro vite. A nulla è valso il tentativo dei manifestanti di ripristinare il traffico per calmare gli animi, una parte considerevole della popolazione era ormai contro il sit-in, anche grazie alla forte campagna di diffamazione lanciata dal Consiglio Militare nei confronti di alcuni gruppi rivoluzionari, come il Movimento 6 Aprile. Di questa insofferenza crescente della popolazione si sono resi conto in molti, eccetto una minoranza resistente. Quasi tutti i gruppi politici che hanno partecipato al sit-in nelle ultime settimane, dato anche l'imminente periodo di digiuno, si sono ritirati per ripensare la propria strategia. Essendo diminuito drasticamente il numero dei manifestanti, lo sgombero della piazza era più che atteso. La storia insegna. Per tutti questi motivi, molti degli stessi giovani della rivoluzione, alias i giovani di Facebook, hanno preferito, infine, ritirarsi dal sit-in. Ieri, molti di loro cercavano disperatamente di convincere gli ultimi rimasti a tornare a casa, perché era evidente che la battaglia era persa, la rivoluzione non è più una rivoluzione se la popolazione non ti segue. Continuare a lottare avrebbe solamente portato a più arresti, quindi a un ulteriore indebolimento della rivolta. Pare chiaro che, al momento, si debbano cercare strade alternative. "Una battaglia persa non significa perdere la guerra", ha commentato un ragazzo e "intestardirsi è da stupidi". Un'altra ragazza, invece, ha riferito amaramente che "al di fuori di Twitter non ha trovato nessuno favorevole a continuare il sit-in". E le elezioni incalzano, per qualcuno ci sarebbe da concentrarsi su questo. Tuttavia, è sicuro che alcuni gruppi continueranno le proteste di piazza. La consistente Unione dei Giovani della Rivoluzione ci sta già pensando, ma senza i numeri non si andrà lontano. Intanto, però, domani inizia il processo di Mubarak, che potrebbe alterare nuovamente gli equilibri. Il processo sarà trasmesso solo dalla tv di stato. Inoltre, è giunta notizia, oggi, che non saranno ammessi in aula né i familiari delle vittime, né i giornalisti, né gli avvocati. Non è un bel segno. C'è chi dice sarcasticamente che per togliere dall'imbarazzo il Consiglio Militare - che in realtà non vuole affatto processare l'ex rais - Mubarak morirà nel mese di Ramadan. Si aprono le scommesse.