Il riverbero delle proteste israeliane in Egitto
Radio Beckwith evangelica

Sabato sera la notizia delle manifestazioni di massa in Israele ha raggiunto anche gli egiziani attraverso giornali e social media. I quotidiani seguono scrupolosamente le vicende israeliane (in maniera molto più accurata della nostra stampa, direi), mentre sul web già ferve il dibattito. La protesta di Tel Aviv è stata tanto più rilevante per gli egiziani, perché li ha direttamente tirati in ballo con l’uso esplicito di slogan e cartelli che si rifanno alla loro rivolta, nel tentativo di stabilire un filo diretto con piazza Tahrir. 
Ero su Twitter, quando sono arrivate le prime fotografie di cartelli con su scritto irhal, vattene, in arabo ed ebraico, o “Walk like an Egyptian” (vedi foto allegate), dunque ho potuto assistere pressoché in diretta alla reazione dei tweeps (utenti di Twitter) egiziani, e i commenti e le discussioni continuano ancora. Mi sono concentrata soprattutto sulle reazioni dei giovani quotidianamente impegnati nella rivolta, i ragazzi di piazza Tahrir per intenderci, escludendo la miriade di messaggi da parte di attivisti pro-Palestina o pro-Israele che hanno subito invaso Twitter.

Ebbene, facendo la media tra decine e decine di commenti, direi che la reazione alle proteste israeliane, e ai chiari riferimenti alla primavera araba, in special modo egiziana, per ora è stata tiepida. Una buona percentuale di ragazzi ha subito espresso un netto rifiuto per il tentativo dei giovani israeliani di inserirsi nell’onda delle rivolte arabe. E’ stato visto come l’appropriarsi di qualcosa che non li appartiene, di accostare due situazioni impossibili da comparare. Qualcuno ha detto amaramente: “Adesso vogliono privarci anche della nostra primavera”. Per tali ragazzi, la distanza con i coetanei israeliani è incolmabile e il motivo è sempre lo stesso, l’occupazione della Palestina. Non sono disposti a dare alcun credito al neonato movimento israeliano, finché non si pronuncerà chiaramente contro l’occupazione. I commenti più comuni sono stati del tipo: “Come si fa a manifestare per la giustizia sociale, ignorando la situazione di profonda ingiustizia in cui vivono i palestinesi a causa dell’occupazione israeliana?”. La ferita, per la stragrande maggioranza degli arabi, in particolare egiziani, non si rimargina, deve essere curata con fatti più che concreti.

A dire il vero, attraverso Twitter, dalla protesta israeliana sono giunte notizie che contrastano con questa visione basata su un’estrema diffidenza. Tanto per cominciare, erano presenti anche gli arabi israeliani (si dice che c’era anche lo scrittore Sayed Kashua), inoltre alcuni manifestanti hanno testimoniato di aver udito slogan in favore della libertà della Palestina, assieme al famoso slogan della primavera araba “il popolo vuole la caduta del regime”, gridato metà in arabo e metà in ebraico. Tuttavia, sembra che il movimento israeliano sia politicamente composito e abbia pertanto lasciato volutamente in ombra l’argomento spinoso dell’occupazione. Purtroppo, non sono stata in grado di leggere i tanti tweet in ebraico giunti sabato sera, quindi non mi azzardo a fare alcuna speculazione in proposito, lasciando questo compito a chi conosce la realtà di Israele meglio di me. Mi limito dunque a leggere il riflesso degli eventi in Israele e Palestina in Egitto.

Tornando alle reazioni degli egiziani di fronte ai riferimenti israeliani alla loro rivoluzione, assieme alla prima ondata di commenti negativi e sarcastici, c’è anche stata un’altro tipo di reazione: la sorpresa. Molti dei ragazzi di Tahrir hanno diffuso le immagini dei cartelli israeliani senza parole, o con brevi commenti tipo: “pazzesco”, “ma che succede?”, “imbarazzante”. Si capiva che erano spiazzati, presi completamente alla sprovvista. Pur mostrando anche loro sbigottimento e diffidenza, questi ragazzi si sono mostrati più disponibili verso i giovani israeliani, concedendosi la possibilità di approfondire e studiare le loro proteste prima di formulare un giudizio. Una posizione attendista e neutrale, si potrebbe dire. C’è anche stato chi, tra il serio e il faceto, ha espresso preoccupazione per come il Consiglio Militare avrebbe potuto interpretare (o strumentalizzare) i riferimenti alla rivolta egiziana: “Ecco, adesso lo SCAF potrà dire di avere la prova che siamo tutti al soldo degli israeliani”. Non c’è troppo da scherzare su questo, visto la paranoia che si è diffusa in Egitto – anche grazie ai militari al potere – sui finanziamenti stranieri a movimenti e organizzazioni locali per “destabilizzare il paese”.

Infine, dopo una prima fase di generale sbalordimento, hanno cominciato ad arrivare anche i commenti di chi vede un segno nettamente positivo nelle proteste israeliane, rintuzzando coloro che continuavano ad esprimere il proprio rifiuto attraverso commenti pesanti. Per questi ragazzi, le proteste israeliane sono una speranza anche per le società arabe. Innanzitutto, se Netaniahu cadesse sarebbe già un bel risultato, poi questi ragazzi si rendono conto che un cambiamento sociale all’interno di Israele potrebbe portare buoni frutti anche per la risoluzione della questione palestinese. Per lo meno, esattamente come in Egitto, rispetto a prima c’è una speranza in più. Anche su Facebook, diversi egiziani (tra cui la pagina della campagna di sostegno a el Baradei) hanno pubblicato le foto dei cartelli israeliani, con gli slogan delle rivolte arabe, con un misto di sorpresa e orgoglio.

Gli ultimi commenti sono stati riservati invece per le televisioni internazionali. Il primo per le tv statunitensi: “come mai non danno notizia di quanto sta succedendo a Tel Aviv?”. Non so se sia vero, ma questa era una domanda diffusa sabato sera. Il secondo commento è stato per al-Jazeera: “l’unica ragione per cui al-Jazeera segue i fatti di Tel Aviv è per distogliere l’attenzione dal Bahrein”. Ragazzi smaliziati…

Sabato sera la notizia delle manifestazioni di massa in Israele ha raggiunto anche gli egiziani attraverso giornali e social media. I quotidiani seguono scrupolosamente le vicende israeliane (in maniera molto più accurata della nostra stampa, direi), mentre sul web già ferve il dibattito. La protesta di Tel Aviv è stata tanto più rilevante per gli egiziani, perché li ha direttamente tirati in ballo con l'uso esplicito di slogan e cartelli che si rifanno alla loro rivolta, nel tentativo di stabilire un filo diretto con piazza Tahrir.  Ero su Twitter, quando sono arrivate le prime fotografie di cartelli con su scritto irhal, vattene, in arabo ed ebraico, o "Walk like an Egyptian" (vedi foto allegate), dunque ho potuto assistere pressoché in diretta alla reazione dei tweeps (utenti di Twitter) egiziani, e i commenti e le discussioni continuano ancora. Mi sono concentrata soprattutto sulle reazioni dei giovani quotidianamente impegnati nella rivolta, i ragazzi di piazza Tahrir per intenderci, escludendo la miriade di messaggi da parte di attivisti pro-Palestina o pro-Israele che hanno subito invaso Twitter. Ebbene, facendo la media tra decine e decine di commenti, direi che la reazione alle proteste israeliane, e ai chiari riferimenti alla primavera araba, in special modo egiziana, per ora è stata tiepida. Una buona percentuale di ragazzi ha subito espresso un netto rifiuto per il tentativo dei giovani israeliani di inserirsi nell'onda delle rivolte arabe. E' stato visto come l'appropriarsi di qualcosa che non li appartiene, di accostare due situazioni impossibili da comparare. Qualcuno ha detto amaramente: "Adesso vogliono privarci anche della nostra primavera". Per tali ragazzi, la distanza con i coetanei israeliani è incolmabile e il motivo è sempre lo stesso, l'occupazione della Palestina. Non sono disposti a dare alcun credito al neonato movimento israeliano, finché non si pronuncerà chiaramente contro l'occupazione. I commenti più comuni sono stati del tipo: "Come si fa a manifestare per la giustizia sociale, ignorando la situazione di profonda ingiustizia in cui vivono i palestinesi a causa dell'occupazione israeliana?". La ferita, per la stragrande maggioranza degli arabi, in particolare egiziani, non si rimargina, deve essere curata con fatti più che concreti. A dire il vero, attraverso Twitter, dalla protesta israeliana sono giunte notizie che contrastano con questa visione basata su un'estrema diffidenza. Tanto per cominciare, erano presenti anche gli arabi israeliani (si dice che c'era anche lo scrittore Sayed Kashua), inoltre alcuni manifestanti hanno testimoniato di aver udito slogan in favore della libertà della Palestina, assieme al famoso slogan della primavera araba "il popolo vuole la caduta del regime", gridato metà in arabo e metà in ebraico. Tuttavia, sembra che il movimento israeliano sia politicamente composito e abbia pertanto lasciato volutamente in ombra l'argomento spinoso dell'occupazione. Purtroppo, non sono stata in grado di leggere i tanti tweet in ebraico giunti sabato sera, quindi non mi azzardo a fare alcuna speculazione in proposito, lasciando questo compito a chi conosce la realtà di Israele meglio di me. Mi limito dunque a leggere il riflesso degli eventi in Israele e Palestina in Egitto. Tornando alle reazioni degli egiziani di fronte ai riferimenti israeliani alla loro rivoluzione, assieme alla prima ondata di commenti negativi e sarcastici, c'è anche stata un'altro tipo di reazione: la sorpresa. Molti dei ragazzi di Tahrir hanno diffuso le immagini dei cartelli israeliani senza parole, o con brevi commenti tipo: "pazzesco", "ma che succede?", "imbarazzante". Si capiva che erano spiazzati, presi completamente alla sprovvista. Pur mostrando anche loro sbigottimento e diffidenza, questi ragazzi si sono mostrati più disponibili verso i giovani israeliani, concedendosi la possibilità di approfondire e studiare le loro proteste prima di formulare un giudizio. Una posizione attendista e neutrale, si potrebbe dire. C'è anche stato chi, tra il serio e il faceto, ha espresso preoccupazione per come il Consiglio Militare avrebbe potuto interpretare (o strumentalizzare) i riferimenti alla rivolta egiziana: "Ecco, adesso lo SCAF potrà dire di avere la prova che siamo tutti al soldo degli israeliani". Non c'è troppo da scherzare su questo, visto la paranoia che si è diffusa in Egitto - anche grazie ai militari al potere - sui finanziamenti stranieri a movimenti e organizzazioni locali per "destabilizzare il paese". Infine, dopo una prima fase di generale sbalordimento, hanno cominciato ad arrivare anche i commenti di chi vede un segno nettamente positivo nelle proteste israeliane, rintuzzando coloro che continuavano ad esprimere il proprio rifiuto attraverso commenti pesanti. Per questi ragazzi, le proteste israeliane sono una speranza anche per le società arabe. Innanzitutto, se Netaniahu cadesse sarebbe già un bel risultato, poi questi ragazzi si rendono conto che un cambiamento sociale all'interno di Israele potrebbe portare buoni frutti anche per la risoluzione della questione palestinese. Per lo meno, esattamente come in Egitto, rispetto a prima c'è una speranza in più. Anche su Facebook, diversi egiziani (tra cui la pagina della campagna di sostegno a el Baradei) hanno pubblicato le foto dei cartelli israeliani, con gli slogan delle rivolte arabe, con un misto di sorpresa e orgoglio. Gli ultimi commenti sono stati riservati invece per le televisioni internazionali. Il primo per le tv statunitensi: "come mai non danno notizia di quanto sta succedendo a Tel Aviv?". Non so se sia vero, ma questa era una domanda diffusa sabato sera. Il secondo commento è stato per al-Jazeera: "l'unica ragione per cui al-Jazeera segue i fatti di Tel Aviv è per distogliere l'attenzione dal Bahrein". Ragazzi smaliziati...