La cirisi del Sinai
Radio Beckwith evangelica

Che dire della crisi del Sinai? La situazione creatasi nella penisola è l’ultima cosa che ci si poteva augurare in questo momento. Risveglia tanti fantasmi mai realmente sopiti, con risvolti potenzialmente pericolosi.

Una cartina con la suddivisione del Sinai in zone a diversa densità di militarizzazione, come stabilito dal trattato di Camp David. La zona C, in tempi normali, deve restare completamente demilitarizzata.

Chi ha legami con il Medio Oriente dovrebbe abituarsi a vivere in uno stato di angoscia quasi permanente, ma in realtà è impossibile. Oggi mi costa fatica scrivere, perché sono profondamente preoccupata, anche se spero che la crisi sarà contenuta. Per esorcizzare la preoccupazione, dunque, tenterò semplicemente di riferire i fatti, visti dalla prospettiva egiziana, lasciando a voi analisi e riflessioni.

Non è affatto facile ricostruire quanto accaduto in Sinai. L’Egitto è nella confusione quasi totale, preso in mezzo a versioni totalmente contrastanti, nessuna delle quali pare affidabile. Ciò che è certo è l’uccisione, venerdì notte, di due soldati egiziani e un poliziotto delle forze di sicurezza centrali nella zona di el-Kuntila, 20 km a nord di Taba. Ricordo inoltre che da giorni è in corso una vasta operazione militare nel Sinai, a caccia delle bande armate di terroristi che il 29 luglio scorso hanno terrorizzato la popolazione di el-Arish, attaccando una stazione di polizia.

Nel tentativo di fare un po’ di chiarezza, il quotidiano al-Shorouk ha raccolto tre delle versioni che circolavano ieri sull’uccisione dei militari egiziani. La prima è quella ufficiale egiziana. Nella notte di venerdì, il commando di terroristi responsabile degli attentati di Eilat si è diviso in due gruppi. Uno di questi si è infiltrato entro i confini egiziani, rifugiandosi in una zona montuosa di difficile accesso. C’è quindi stato uno scontro a fuoco tra questi terroristi e le forze di sicurezza egiziane al loro inseguimento, causando quattro vittime (anche uno dei terroristi sarebbe rimasto ucciso). Un altro militare egiziano è stato ferito.

La seconda versione è quella dei testimoni oculari della zona. Secondo loro, gli egiziani sono stati uccisi da un bombardamento di aerei israeliani. I ricognitori israeliani sarebbero stati impegnati a controllare il confine tra Taba e Gaza dal cielo, mentre gli egiziani lo battevano a tappeto da terra, con rafforzate misure di sicurezza.

L’ultima versione è quella riportata dai mass media israeliani, i quali hanno riferito che le forze di difesa israeliane sarebbero entrate nel Sinai all’inseguimento dei terroristi, quindi ci sarebbero stati scontri a fuoco con le forze di sicurezza egiziane. Il portavoce dell’esercito israeliano, alla radio, avrebbe affermato che l’uccisione degli egiziani non è stata intenzionale, assicurando che le forze di sicurezza egiziane non sono coinvolte negli attentati di Eilat.

La manifestazione davanti all’ambasciata israeliana del Cairo

Chiaramente, e indipendentemente da quale versione sia più vicina alla verità, la notizia dell’uccisione dei tre egiziani (nel pomeriggio sono girate notizie di altri soldati morti, in altri incidenti poco chiari) ha provocato una reazione dura e compatta della popolazione egiziana. La condanna nei confronti di Israele è stata unanime. Dai liberali agli islamisti, tutti hanno alzato la voce per chiedere una reazione forte. Anzi, c’è chi suggerisce che questo incidente diplomatico sia giunto a proposito per il Consiglio Militare, perché capace di ricompattare il paese – attualmente diviso sull’ipotesi di uno stato civile o religioso – sotto la propria guida. E magari si potrebbe protrarre la durata del governo militare, con il pretesto di una situazione di emergenza ai confini…

In effetti, il Consiglio Militare è duramente sotto accusa, sia per l’assenza di informazione trasparante su quanto sta succedendo in Sinai, sia per la scontata debole risposta a quella che è considerata un’ulteriore umiliazione da parte di Israele. Migliaia di persone di tutti i colori politici sono scesi in piazza, a manifestare davanti all’ambasciata israeliana per chiedere la cacciata dell’ambasciatore.

E dopo ore di protesta è arrivata la reazione ufficiale del governo egiziano. Inizialmente, si è parlato del ritiro dell’ambasciatore da Tel Aviv (notizia data anche dai mass media italiani), ma poco fa il governo ha fatto una clamorosa marcia indietro, con una pesante figuraccia di fronte all’opinione pubblica che, per una volta, si era illusa: l’Egitto non ha richiamato il proprio ambasciatore, ha soltanto convocato quello israeliano; il testo della dichiarazione del governo in cui se ne dava l’annuncio era solo una bozza.

Pare ovvio che il Consiglio Militare e il governo si trovino pizzicati tra la furente domanda popolare di informazione e giustizia, e le pressioni internazionali, probabilmente americane. I militari si barcamenano come possono, solo che questa volta la pazienza degli egiziani è davvero colma. Alcuni ragazzi di Tahrir, tuttavia, commentano che tali incidenti, cioè l’uccisione di militari egiziani da parte degli israeliani, sono sempre successi. Anche la rappresaglia su Gaza non è una novità, anzi i raid erano già in corso da una settimana, prima degli attentati di Eilat. In tutte queste occasioni, l’Egitto non ha mai alzato la voce in maniera efficace. Dunque, si chiedono i ragazzi, che c’è di nuovo? Finirà tutto in una nuvola di fumo, come sempre. Ciò che è cambiato, tuttavia – ed è ciò che personalmente mi preoccupa – è il sentimento degli egiziani, che ora si sentono più forti di quel che siano in realtà. La rabbia repressa e la frustrazione, prima o poi, si sfogano. Ed è veramente triste che, per evitare escalation peggiori, si debba sperare in un ritorno alla “normalità”, con la sottomissione dell’Egitto ogniqualvolta subisca una violazione dei propri diritti, mentre i civili di Gaza pagano il prezzo più alto di tutti.

Che dire della crisi del Sinai? La situazione creatasi nella penisola è l'ultima cosa che ci si poteva augurare in questo momento. Risveglia tanti fantasmi mai realmente sopiti, con risvolti potenzialmente pericolosi. [caption id="attachment_715" align="alignright" width="219"] Una cartina con la suddivisione del Sinai in zone a diversa densità di militarizzazione, come stabilito dal trattato di Camp David. La zona C, in tempi normali, deve restare completamente demilitarizzata.[/caption] Chi ha legami con il Medio Oriente dovrebbe abituarsi a vivere in uno stato di angoscia quasi permanente, ma in realtà è impossibile. Oggi mi costa fatica scrivere, perché sono profondamente preoccupata, anche se spero che la crisi sarà contenuta. Per esorcizzare la preoccupazione, dunque, tenterò semplicemente di riferire i fatti, visti dalla prospettiva egiziana, lasciando a voi analisi e riflessioni. Non è affatto facile ricostruire quanto accaduto in Sinai. L'Egitto è nella confusione quasi totale, preso in mezzo a versioni totalmente contrastanti, nessuna delle quali pare affidabile. Ciò che è certo è l'uccisione, venerdì notte, di due soldati egiziani e un poliziotto delle forze di sicurezza centrali nella zona di el-Kuntila, 20 km a nord di Taba. Ricordo inoltre che da giorni è in corso una vasta operazione militare nel Sinai, a caccia delle bande armate di terroristi che il 29 luglio scorso hanno terrorizzato la popolazione di el-Arish, attaccando una stazione di polizia. Nel tentativo di fare un po' di chiarezza, il quotidiano al-Shorouk ha raccolto tre delle versioni che circolavano ieri sull'uccisione dei militari egiziani. La prima è quella ufficiale egiziana. Nella notte di venerdì, il commando di terroristi responsabile degli attentati di Eilat si è diviso in due gruppi. Uno di questi si è infiltrato entro i confini egiziani, rifugiandosi in una zona montuosa di difficile accesso. C'è quindi stato uno scontro a fuoco tra questi terroristi e le forze di sicurezza egiziane al loro inseguimento, causando quattro vittime (anche uno dei terroristi sarebbe rimasto ucciso). Un altro militare egiziano è stato ferito. La seconda versione è quella dei testimoni oculari della zona. Secondo loro, gli egiziani sono stati uccisi da un bombardamento di aerei israeliani. I ricognitori israeliani sarebbero stati impegnati a controllare il confine tra Taba e Gaza dal cielo, mentre gli egiziani lo battevano a tappeto da terra, con rafforzate misure di sicurezza. L'ultima versione è quella riportata dai mass media israeliani, i quali hanno riferito che le forze di difesa israeliane sarebbero entrate nel Sinai all'inseguimento dei terroristi, quindi ci sarebbero stati scontri a fuoco con le forze di sicurezza egiziane. Il portavoce dell'esercito israeliano, alla radio, avrebbe affermato che l'uccisione degli egiziani non è stata intenzionale, assicurando che le forze di sicurezza egiziane non sono coinvolte negli attentati di Eilat. [caption id="attachment_714" align="alignleft" width="300"] La manifestazione davanti all'ambasciata israeliana del Cairo[/caption] Chiaramente, e indipendentemente da quale versione sia più vicina alla verità, la notizia dell'uccisione dei tre egiziani (nel pomeriggio sono girate notizie di altri soldati morti, in altri incidenti poco chiari) ha provocato una reazione dura e compatta della popolazione egiziana. La condanna nei confronti di Israele è stata unanime. Dai liberali agli islamisti, tutti hanno alzato la voce per chiedere una reazione forte. Anzi, c'è chi suggerisce che questo incidente diplomatico sia giunto a proposito per il Consiglio Militare, perché capace di ricompattare il paese - attualmente diviso sull'ipotesi di uno stato civile o religioso - sotto la propria guida. E magari si potrebbe protrarre la durata del governo militare, con il pretesto di una situazione di emergenza ai confini... In effetti, il Consiglio Militare è duramente sotto accusa, sia per l'assenza di informazione trasparante su quanto sta succedendo in Sinai, sia per la scontata debole risposta a quella che è considerata un'ulteriore umiliazione da parte di Israele. Migliaia di persone di tutti i colori politici sono scesi in piazza, a manifestare davanti all'ambasciata israeliana per chiedere la cacciata dell'ambasciatore. E dopo ore di protesta è arrivata la reazione ufficiale del governo egiziano. Inizialmente, si è parlato del ritiro dell'ambasciatore da Tel Aviv (notizia data anche dai mass media italiani), ma poco fa il governo ha fatto una clamorosa marcia indietro, con una pesante figuraccia di fronte all'opinione pubblica che, per una volta, si era illusa: l'Egitto non ha richiamato il proprio ambasciatore, ha soltanto convocato quello israeliano; il testo della dichiarazione del governo in cui se ne dava l'annuncio era solo una bozza. Pare ovvio che il Consiglio Militare e il governo si trovino pizzicati tra la furente domanda popolare di informazione e giustizia, e le pressioni internazionali, probabilmente americane. I militari si barcamenano come possono, solo che questa volta la pazienza degli egiziani è davvero colma. Alcuni ragazzi di Tahrir, tuttavia, commentano che tali incidenti, cioè l'uccisione di militari egiziani da parte degli israeliani, sono sempre successi. Anche la rappresaglia su Gaza non è una novità, anzi i raid erano già in corso da una settimana, prima degli attentati di Eilat. In tutte queste occasioni, l'Egitto non ha mai alzato la voce in maniera efficace. Dunque, si chiedono i ragazzi, che c'è di nuovo? Finirà tutto in una nuvola di fumo, come sempre. Ciò che è cambiato, tuttavia - ed è ciò che personalmente mi preoccupa - è il sentimento degli egiziani, che ora si sentono più forti di quel che siano in realtà. La rabbia repressa e la frustrazione, prima o poi, si sfogano. Ed è veramente triste che, per evitare escalation peggiori, si debba sperare in un ritorno alla "normalità", con la sottomissione dell'Egitto ogniqualvolta subisca una violazione dei propri diritti, mentre i civili di Gaza pagano il prezzo più alto di tutti.