Flagman e la mancata reazione del governo egiziano alle violazioni di Israele
Radio Beckwith evangelica

Continua la crisi diplomatica tra Egitto e Israele. Ieri è giunto il rapporto delle forze di pace delle Nazioni Unite dispiegate in Sinai, con il compito di controllare che non siano commesse violazioni del trattato di Camp David da entrambe le parti, che ha contribuito a fare un po’ di chiarezza sull’uccisione dei militari egiziani.

Il rapporto afferma che le forze ONU non sono state testimoni di nessuna infiltrazione entro i confini egiziani da parte di palestinesi armati. Sono state invece testimoni dello sconfinamento di militari israeliani, che hanno aperto il fuoco sugli egiziani (non si sa perché, il rapporto si limita a raccontare i fatti nudi e crudi). La sparatoria è avvenuta interamente in territorio egiziano. Dunque, Israele avrebbe commesso due violazioni del trattato di Camp David in un colpo solo. L’ironia è che era stato Israele, non tanto tempo fa, a invitare l’Egitto post-rivoluzionario a rispettare il trattato di pace. Ma c’è chi dei trattati internazionali può fare carta straccia e chi non può.

E di fronte a tali novità, il governo egiziano rimane in panne, intrappolato nella vicenda quasi kafkiana del ritiro dell’ambasciatore da Tel Aviv. Mentre i giornali di tutto il mondo ne hanno dato notizia, la verità è che il richiamo dell’ambasciatore, finora, non è avvenuto. E’ stato confermato e poi smentito più volte. Stessa nebulosità esiste a proposito delle scuse di Israele. Ci sono state oppure no? Il ministro della difesa israeliano Ehud Barak si è detto dispiaciuto per l’uccisione dei militari egiziani, ma il dispiacere (in arabo asaf) è altra cosa dalle scuse (i’tiraf). Qui entrano in gioco anche problemi di traduzione, tuttavia le presunte scuse di Barak sono avvenute solo oralmente, niente a che fare con scuse ufficiali e formali. L’Egitto ha detto che non basta, ma si è fermato qua, irritando ancora di più la popolazione egiziana.

Pertanto, nella notte, gli egiziani hanno deciso di far pervenire a Israele la propria personale protesta. Verso le due di notte, un giovane è salito sul tetto dell’ambasciata israeliana e ha sostituito la bandiera di Israele con quella egiziana. Ahmed Shahat, così si chiama il ragazzo, ha atteso il cambio di guardia davanti all’ambasciata, poi si è arrampicato sull’edificio vicino, tra le urla di incitazione della folla, radunata lì sotto da quasi due giorni. Ha scalato a mani nude 13 piani (qualcuno dice 21!). A metà della scalata, è saltato sull’edificio dell’ambasciata. In realtà, all’ottavo piano ha incrociato un poliziotto che avrebbe potuto fermarlo, ma questo l’ha lasciato andare, facendogli segno con il pollice alzato. Una volta in cima, ha afferrato la bandiera israeliana tra le urla giubilanti del pubblico e al suo posto ha messo quella egiziana. Infine, è tornato giù. A metà strada, una donna gli ha offerto di entrare dal balcone per riposarsi un po’, quindi è sceso in ascensore. In basso lo aspettava un’accoglienza festosa. Contemporaneamente all’impresa di Ahmed Shehat, il sito web di una radio israeliana è stato colpito da un gruppo di hacker, che l’hanno coperto con una bandiera egiziana.

Ahmed Shehat – che, come si è scoperto in seguito, è lo stesso giovane divenuto famoso per esser salito in punta al lampione più alto di piazza Tahrir, sempre sventolando la bandiera – è diventato una star in poche ore. Questa mattina, aprendo i giornali arabi, Twitter e Facebook, ho trovato sue foto, video e interviste dappertutto, oltre alla vignetta che vi allego. Flagman, l’hanno soprannominato, con un chiaro riferimento all’uomo ragno, ossia Spiderman. Una battuta che ha circolato ovunque diceva: “Prima della rivoluzione camminavamo rasente i muri, ora ci arrampichiamo sopra”.

L’apprezzamento per l’impresa di Ahmed Shahat è stato veramente generale, dando sfogo a una piccola parte della frustrazione provata dagli egiziani per la mancanza di una reazione dignitosa nei confronti di Israele da parte di Consiglio Militare e governo. Il messaggio che gli egiziani hanno voluto dare è stato proprio questo: se il nostro governo non fa nulla, si sappia che l’Egitto ora è cambiato e saremo noi a prendere l’iniziativa. E’ un messaggio valido anche per i militari al governo, naturalmente, i quali, in effetti, qualcosa hanno recepito. Non si può non notare, infatti, che la manifestazione davanti all’ambasciata israeliana questa volta non è stata repressa, come quella di qualche tempo fa, con idranti e gas lacrimogeno, nonostante in questo periodo i militari non abbiano lesinato le botte. L’esercito sa che, questa volta, dietro ai pochi manifestanti c’è tutto il paese, al quale deve almeno concedere di esprimere la propria collera.

Eppure, la famosa pagina “Siamo tutti Khaled Said”, dopo l’iniziale entusiasmo per l’azione di Ahmed Shahat, oggi si è chiesta: “è meglio esultare per essere riusciti a rimuovere la bandiera israeliana dall’ambasciata oppure fare ogni sforzo perché a novembre si tengano elezioni trasparenti e democratiche, affinché l’Egitto diventi forte abbastanza per far valere i propri diritti?”. Sì, pur capendo la rabbia degli egiziani, la penso anch’io così, perché come dicono i versi del poeta Farouq Shusha, pubblicati ieri sulla pagina del Movimento 6 Aprile: “Tra la guerra che nessuno vuole e il silenzio che non soddisfa nessuno, c’è molto che può essere fatto”.

Continua la crisi diplomatica tra Egitto e Israele. Ieri è giunto il rapporto delle forze di pace delle Nazioni Unite dispiegate in Sinai, con il compito di controllare che non siano commesse violazioni del trattato di Camp David da entrambe le parti, che ha contribuito a fare un po' di chiarezza sull'uccisione dei militari egiziani. Il rapporto afferma che le forze ONU non sono state testimoni di nessuna infiltrazione entro i confini egiziani da parte di palestinesi armati. Sono state invece testimoni dello sconfinamento di militari israeliani, che hanno aperto il fuoco sugli egiziani (non si sa perché, il rapporto si limita a raccontare i fatti nudi e crudi). La sparatoria è avvenuta interamente in territorio egiziano. Dunque, Israele avrebbe commesso due violazioni del trattato di Camp David in un colpo solo. L'ironia è che era stato Israele, non tanto tempo fa, a invitare l'Egitto post-rivoluzionario a rispettare il trattato di pace. Ma c'è chi dei trattati internazionali può fare carta straccia e chi non può. E di fronte a tali novità, il governo egiziano rimane in panne, intrappolato nella vicenda quasi kafkiana del ritiro dell'ambasciatore da Tel Aviv. Mentre i giornali di tutto il mondo ne hanno dato notizia, la verità è che il richiamo dell'ambasciatore, finora, non è avvenuto. E' stato confermato e poi smentito più volte. Stessa nebulosità esiste a proposito delle scuse di Israele. Ci sono state oppure no? Il ministro della difesa israeliano Ehud Barak si è detto dispiaciuto per l'uccisione dei militari egiziani, ma il dispiacere (in arabo asaf) è altra cosa dalle scuse (i'tiraf). Qui entrano in gioco anche problemi di traduzione, tuttavia le presunte scuse di Barak sono avvenute solo oralmente, niente a che fare con scuse ufficiali e formali. L'Egitto ha detto che non basta, ma si è fermato qua, irritando ancora di più la popolazione egiziana. Pertanto, nella notte, gli egiziani hanno deciso di far pervenire a Israele la propria personale protesta. Verso le due di notte, un giovane è salito sul tetto dell'ambasciata israeliana e ha sostituito la bandiera di Israele con quella egiziana. Ahmed Shahat, così si chiama il ragazzo, ha atteso il cambio di guardia davanti all'ambasciata, poi si è arrampicato sull'edificio vicino, tra le urla di incitazione della folla, radunata lì sotto da quasi due giorni. Ha scalato a mani nude 13 piani (qualcuno dice 21!). A metà della scalata, è saltato sull'edificio dell'ambasciata. In realtà, all'ottavo piano ha incrociato un poliziotto che avrebbe potuto fermarlo, ma questo l'ha lasciato andare, facendogli segno con il pollice alzato. Una volta in cima, ha afferrato la bandiera israeliana tra le urla giubilanti del pubblico e al suo posto ha messo quella egiziana. Infine, è tornato giù. A metà strada, una donna gli ha offerto di entrare dal balcone per riposarsi un po', quindi è sceso in ascensore. In basso lo aspettava un'accoglienza festosa. Contemporaneamente all'impresa di Ahmed Shehat, il sito web di una radio israeliana è stato colpito da un gruppo di hacker, che l'hanno coperto con una bandiera egiziana. Ahmed Shehat - che, come si è scoperto in seguito, è lo stesso giovane divenuto famoso per esser salito in punta al lampione più alto di piazza Tahrir, sempre sventolando la bandiera - è diventato una star in poche ore. Questa mattina, aprendo i giornali arabi, Twitter e Facebook, ho trovato sue foto, video e interviste dappertutto, oltre alla vignetta che vi allego. Flagman, l'hanno soprannominato, con un chiaro riferimento all'uomo ragno, ossia Spiderman. Una battuta che ha circolato ovunque diceva: "Prima della rivoluzione camminavamo rasente i muri, ora ci arrampichiamo sopra". L'apprezzamento per l'impresa di Ahmed Shahat è stato veramente generale, dando sfogo a una piccola parte della frustrazione provata dagli egiziani per la mancanza di una reazione dignitosa nei confronti di Israele da parte di Consiglio Militare e governo. Il messaggio che gli egiziani hanno voluto dare è stato proprio questo: se il nostro governo non fa nulla, si sappia che l'Egitto ora è cambiato e saremo noi a prendere l'iniziativa. E' un messaggio valido anche per i militari al governo, naturalmente, i quali, in effetti, qualcosa hanno recepito. Non si può non notare, infatti, che la manifestazione davanti all'ambasciata israeliana questa volta non è stata repressa, come quella di qualche tempo fa, con idranti e gas lacrimogeno, nonostante in questo periodo i militari non abbiano lesinato le botte. L'esercito sa che, questa volta, dietro ai pochi manifestanti c'è tutto il paese, al quale deve almeno concedere di esprimere la propria collera. Eppure, la famosa pagina "Siamo tutti Khaled Said", dopo l'iniziale entusiasmo per l'azione di Ahmed Shahat, oggi si è chiesta: "è meglio esultare per essere riusciti a rimuovere la bandiera israeliana dall'ambasciata oppure fare ogni sforzo perché a novembre si tengano elezioni trasparenti e democratiche, affinché l'Egitto diventi forte abbastanza per far valere i propri diritti?". Sì, pur capendo la rabbia degli egiziani, la penso anch'io così, perché come dicono i versi del poeta Farouq Shusha, pubblicati ieri sulla pagina del Movimento 6 Aprile: "Tra la guerra che nessuno vuole e il silenzio che non soddisfa nessuno, c'è molto che può essere fatto".