Tra il risentimento verso Israele e le speranze per la Libia
Radio Beckwith evangelica

Non ci sono grandi novità a proposito della crisi del Sinai, le relazioni con Israele sono sempre abbastanza tese. L’ambasciatore non è stato ritirato ed è quasi sicuro che non sarà ritirato nemmeno in futuro. Pare che il governo avesse in effetti già preparato il provvedimento, ma poi il feldmaresciallo Tantawi si è opposto. Questo spiegherebbe il giallo della “bozza” dell’annuncio del ritiro, apparsa sul sito del Consiglio dei MInistri e poi cancellata. Anche le scuse di Israele sono state smentite. E’ stato lo stesso Ehud Barak a dirlo, spiegando di aver soltanto espresso il proprio rammarico per la morte dei soldati egiziani.

A proposito, una precisazione: nella scorsa newsletter ho parlato di un rapporto delle forze ONU che testimonia dello sconfinamento delle truppe israeliane in territorio egiziano. In realtà non si tratta di forze ONU (caschi blu), ma delle Forze e degli Osservatori Multinazionali (caschi arancione). Infatti, quando fu firmato il trattato di pace tra Israele ed Egitto, nel 1979, fu richiesto l’invio delle forze di pace ONU nel Sinai. Tuttavia, l’Unione Sovietica si oppose, costringendo Stati Uniti, Israele ed Egitto a cercare un’altra soluzione. Furono create così le Forze Multinazionali, con la partecipazione di 11 stati, tra cui l’Italia. La sede delle Forze Multinazionali si trova proprio a Roma.

Il contenuto del rapporto dei caschi arancione, comunque, è quello di cui ho già parlato. Oggi, tuttavia, è stato reso noto anche il rapporto della Procura Generale egiziana, che ha confermato una terza violazione: l’uso di munizioni non ammesse internazionalmente (le cartucce che esplodono una volta entrate nel corpo). Pertanto, la società egiziana continua a protestare vivacemente. Una delegazione costituita da politici e personalità pubbliche ha chiesto formalmente al governo una serie di azioni: il ritiro dell’ambasciatore egiziano da Tel Aviv, l’espulsione di quello israeliano al Cairo (che, in realtà, pare non sia al Cairo in questo momento, cosa che ha dato adito a ulteriori confusioni), la cessazione della vendita del gas a Israele e la revisione del trattato di Camp David. Oltre all’avvio di un’inchiesta seria, naturalmente. Tali richieste, quasi sicuramente, non avranno nessun seguito, perché il Consiglio Militare, con il fiato americano sul collo, non è assolutamente disposto ad accoglierle. Ma almeno, questa volta, gli egiziani hanno fatto sentire la propria opinione.

Nel frattempo, non si sono spente né la disputa sui principi sovracostituzionali, né la battaglia contro i processi militari. Per quanto riguarda i primi, è ancora in corso la consultazione con le forze politiche del paese che devono approvarli. Gli islamisti, per ora, non ne vogliono sapere. Per quanto riguarda i processi militari, è iniziato oggi lo sciopero della fame di Maikel Nabil, il primo blogger ad essere arrestato dopo la rivoluzione per aver insultato le forze armate (ne avevo parlato in una newsletter di aprile). Maikel Nabil, che si distingue per le sue posizioni pro-israeliane (che forse non l’hanno aiutato molto nell’ottenere il sostegno pubblico), è stato condannato a ben 3 anni di carcere. Ha deciso quindi, dopo che il Consiglio Militare ha recentemente lasciato cadere le accuse nei confronti di altri attivisti, di iniziare uno sciopero della fame. La blogosfera, questa volta, si mostra molto più solidale.

Un’ultima notizia che può apparire bizzarra: la Gama’a Islamiya ha incluso, nei membri fondatori del suo nuovo partito, alcuni copti e diverse donne. Anche altri partiti salafiti hanno fatto la stessa cosa, nonostante le loro notorie posizioni discriminatorie nei loro confronti. Tale notizia, tuttavia, sembra meno strana se si pensa che la legge non ammette partiti di ispirazione religiosa. La presenza di qualche copto può servire ad aggirare la legge. Vorrei sapere, tuttavia, chi sono i copti che hanno accettato di far parte dei partiti salafiti….

Bisogna riconoscere, tuttavia, che gran parte dell’attenzione egiziana, in questi giorni, è rivolta alla Libia. Gli egiziani stanno con il fiato sospeso, quasi quanto lo sono stati per Mubarak. Hanno molta speranza che il futuro della Libia possa essere migliore, rafforzando anche quello dei due vicini, Tunisia ed Egitto. Sempre che la NATO non tiri fuori gli artigli per accaparrarsi il predominio sulla nuova Libia, questo è il timore diffuso. Intanto, stanno a guardare con grande partecipazione.

Non ci sono grandi novità a proposito della crisi del Sinai, le relazioni con Israele sono sempre abbastanza tese. L'ambasciatore non è stato ritirato ed è quasi sicuro che non sarà ritirato nemmeno in futuro. Pare che il governo avesse in effetti già preparato il provvedimento, ma poi il feldmaresciallo Tantawi si è opposto. Questo spiegherebbe il giallo della "bozza" dell'annuncio del ritiro, apparsa sul sito del Consiglio dei MInistri e poi cancellata. Anche le scuse di Israele sono state smentite. E' stato lo stesso Ehud Barak a dirlo, spiegando di aver soltanto espresso il proprio rammarico per la morte dei soldati egiziani. A proposito, una precisazione: nella scorsa newsletter ho parlato di un rapporto delle forze ONU che testimonia dello sconfinamento delle truppe israeliane in territorio egiziano. In realtà non si tratta di forze ONU (caschi blu), ma delle Forze e degli Osservatori Multinazionali (caschi arancione). Infatti, quando fu firmato il trattato di pace tra Israele ed Egitto, nel 1979, fu richiesto l'invio delle forze di pace ONU nel Sinai. Tuttavia, l'Unione Sovietica si oppose, costringendo Stati Uniti, Israele ed Egitto a cercare un'altra soluzione. Furono create così le Forze Multinazionali, con la partecipazione di 11 stati, tra cui l'Italia. La sede delle Forze Multinazionali si trova proprio a Roma. Il contenuto del rapporto dei caschi arancione, comunque, è quello di cui ho già parlato. Oggi, tuttavia, è stato reso noto anche il rapporto della Procura Generale egiziana, che ha confermato una terza violazione: l'uso di munizioni non ammesse internazionalmente (le cartucce che esplodono una volta entrate nel corpo). Pertanto, la società egiziana continua a protestare vivacemente. Una delegazione costituita da politici e personalità pubbliche ha chiesto formalmente al governo una serie di azioni: il ritiro dell'ambasciatore egiziano da Tel Aviv, l'espulsione di quello israeliano al Cairo (che, in realtà, pare non sia al Cairo in questo momento, cosa che ha dato adito a ulteriori confusioni), la cessazione della vendita del gas a Israele e la revisione del trattato di Camp David. Oltre all'avvio di un'inchiesta seria, naturalmente. Tali richieste, quasi sicuramente, non avranno nessun seguito, perché il Consiglio Militare, con il fiato americano sul collo, non è assolutamente disposto ad accoglierle. Ma almeno, questa volta, gli egiziani hanno fatto sentire la propria opinione. Nel frattempo, non si sono spente né la disputa sui principi sovracostituzionali, né la battaglia contro i processi militari. Per quanto riguarda i primi, è ancora in corso la consultazione con le forze politiche del paese che devono approvarli. Gli islamisti, per ora, non ne vogliono sapere. Per quanto riguarda i processi militari, è iniziato oggi lo sciopero della fame di Maikel Nabil, il primo blogger ad essere arrestato dopo la rivoluzione per aver insultato le forze armate (ne avevo parlato in una newsletter di aprile). Maikel Nabil, che si distingue per le sue posizioni pro-israeliane (che forse non l'hanno aiutato molto nell'ottenere il sostegno pubblico), è stato condannato a ben 3 anni di carcere. Ha deciso quindi, dopo che il Consiglio Militare ha recentemente lasciato cadere le accuse nei confronti di altri attivisti, di iniziare uno sciopero della fame. La blogosfera, questa volta, si mostra molto più solidale. Un'ultima notizia che può apparire bizzarra: la Gama'a Islamiya ha incluso, nei membri fondatori del suo nuovo partito, alcuni copti e diverse donne. Anche altri partiti salafiti hanno fatto la stessa cosa, nonostante le loro notorie posizioni discriminatorie nei loro confronti. Tale notizia, tuttavia, sembra meno strana se si pensa che la legge non ammette partiti di ispirazione religiosa. La presenza di qualche copto può servire ad aggirare la legge. Vorrei sapere, tuttavia, chi sono i copti che hanno accettato di far parte dei partiti salafiti.... Bisogna riconoscere, tuttavia, che gran parte dell'attenzione egiziana, in questi giorni, è rivolta alla Libia. Gli egiziani stanno con il fiato sospeso, quasi quanto lo sono stati per Mubarak. Hanno molta speranza che il futuro della Libia possa essere migliore, rafforzando anche quello dei due vicini, Tunisia ed Egitto. Sempre che la NATO non tiri fuori gli artigli per accaparrarsi il predominio sulla nuova Libia, questo è il timore diffuso. Intanto, stanno a guardare con grande partecipazione.