La manifestazione elettronica contro i processi militari ai civili
Radio Beckwith evangelica

Poiché piazza Tahrir è ancora in mano ai militari, e gli egiziani sono stanchi dei sit-in di lunga durata che bloccano traffico e altre attività nel centro città, i giovani della rivoluzione ne hanno inventata un’altra, in attesa della ripresa ufficiale delle proteste, prevista per il prossimo 9 settembre: la manifestazione elettronica.

Una donna (l’Egitto) cammina in direzione della Nahda (Rinascimento), ma quattro omini grigi la trattengono. Gli omini si chiamano: settarismo, demagogia, fanatismo e ignoranza.

Ieri sera si è tenuta la prima del suo genere contro i processi militari dei civili, tema giunto, ormai, a coinvolgere anche gli intellettuali e un vasto pubblico, grazie a un ostinato lavoro di sensibilizzazione portato avanti da un gruppo di attivisti. Dalle 22 alle 23 di ieri sera, dunque, le pagine Facebook del Consiglio Militare, del Consiglio dei Ministri, della Procura Generale e del Ministero degli Interni sono state bersagliate a turno, per 15 minuti ciascuna, con la frase “No ai processi militari di civili”. La rivoluzione continua a muoversi a cavallo tra il mondo reale e quello virtuale…

E restando nell’ambito delle proteste informatiche, prende il via in questi giorni, in occasione dell’Aid al-Fitr, la festa con la quale si conclude il mese di digiuno del Ramadan, un’altra campagna, quella contro le molestie sessuali, piaga diffusa nelle strade egiziane (e non solo nelle strade, anche sul posto di lavoro, ecc.). La campagna è organizzata dai fondatori del sito web Harassmap, ossia “La mappa delle molestie sessuali“. Come dice il nome, il sito mantiene una cartina che registra in tempo quasi reale gli episodi di molestie sessuali nella città del Cairo, denunciati dalle donne. La campagna si muove su due fronti: informare i possibili molestatori della gravità dei loro atti (spesso neanche se ne rendono conto) e istruire le donne su come difendersi. Iniziativa lodevole, perché non è facile parlare di questo problema in Egitto.

C’è un’altra notizia, tuttavia, che desidero ricordare, perché riguarda uno di quegli avvenimenti sistematicamente ignorati dai mass media occidentali, che invece andrebbero sottolineati. Se nessun altro lo fa, lo farò io. Qualche giorno fa, a Shubra, uno dei quartieri del Cairo più poveri, si è sfiorato l’ennesimo episodio di violenza settaria. Tuttavia, le violenze non ci sono state ed è interessante capire perché. Tutto è iniziato con una ragazza musulmana che è stata molestata per strada da un ragazzo cristiano (come dicevo prima, si tratta di ordinaria amministrazione in Egitto). Ne è nata una baruffa tra le famiglie dei ragazzi coinvolti, che stava per trasformarsi in conflitto settario, come era già successo a Imbaba il 7 maggio scorso. Il prete locale ha ricevuto minacce, da parte di musulmani, che volevano incendiare la chiesa. A questo punto, però, c’è stata una sana reazione preventiva. Da un lato, polizia ed esercito (finalmente!) si sono prontamente schierati nella zona. Dall’altro, diversi giovani della rivoluzione (musulmani e cristiani, ovviamente) si sono tempestivamente attivati per formare un comitato di protezione della chiesa. Ma non si sono limitati a questo, hanno anche iniziato a girare casa per casa, spiegando alle persone la situazione e invitandole a non lasciarsi trascinare in un nuovo conflitto settario. Risultato: nessuna violenza e tante vite salvate. La lezione di unità data dalla rivoluzione, dunque, comincia a dare frutti anche al di fuori di piazza Tahrir.

E la crisi diplomatica con Israele? Prosegue, naturalmente, ma sembra che si muova lungo percorsi sotterranei, con contrattazioni al di fuori delle ufficialità. Il Consiglio Militare sembra aver convinto gli impiegati dell’ambasciata israeliana del Cairo a non rimettere la bandiera al suo posto, per non riaccendere l’ira della piazza. Ora, infatti, i manifestanti hanno quasi tutti interrotto il sit-in, dopo che la prevista milioniya di venerdì scorso non ha riscontrato il successo atteso. Nel frattempo, l’Egitto sta valutando l’istituzione di una zona isolata sul confine con Gaza, preparandosi inoltre alla distruzione dei tanti tunnel illegali che conducono alla Striscia (cosa che dovrebbe far piacere a Israele). In cambio, anche se ci sono forti opposizioni interne, Israele sta esaminando la possibilità di consentire un maggior dispiegamento di forze egiziane nel Sinai, proibito dal trattato di pace. In effetti, come si può accusare l’Egitto di trascurare la sicurezza del confine a nord del Sinai, se questo trattato gli impone di tenere l’esercito a chilometri e chilometri di distanza? Ma forse Israele si sta ora convincendo che è opportuno scendere a più miti consigli, spaventato dalla violenta reazione della popolazione egiziana.

Ci sarebbe un altro modo, tuttavia, di rendere il Sinai un posto sicuro. Se ne sta discutendo. La soluzione sarebbe semplice: popolarlo, dotandolo di infrastrutture adeguate. Aiuterebbe anche a risolvere il problema dell’affollamento delle città. E’ un progetto che il regime di Mubarak ha ignorato per decenni, limitandosi a sviluppare e porre in sicurezza le località balneari come Sharm el-Sheykh. Naturalmente, per un progetto di tale portata ci vorrà tempo, ma è un’idea che molti prendono seriamente in considerazione. Qualche giorno fa, se non sbaglio, è stata finalmente approvata una legge che consente agli abitanti del Sinai di possedere le proprie terre. Forse è un inizio.

Poiché piazza Tahrir è ancora in mano ai militari, e gli egiziani sono stanchi dei sit-in di lunga durata che bloccano traffico e altre attività nel centro città, i giovani della rivoluzione ne hanno inventata un'altra, in attesa della ripresa ufficiale delle proteste, prevista per il prossimo 9 settembre: la manifestazione elettronica. [caption id="attachment_729" align="alignright" width="300"] Una donna (l'Egitto) cammina in direzione della Nahda (Rinascimento), ma quattro omini grigi la trattengono. Gli omini si chiamano: settarismo, demagogia, fanatismo e ignoranza.[/caption] Ieri sera si è tenuta la prima del suo genere contro i processi militari dei civili, tema giunto, ormai, a coinvolgere anche gli intellettuali e un vasto pubblico, grazie a un ostinato lavoro di sensibilizzazione portato avanti da un gruppo di attivisti. Dalle 22 alle 23 di ieri sera, dunque, le pagine Facebook del Consiglio Militare, del Consiglio dei Ministri, della Procura Generale e del Ministero degli Interni sono state bersagliate a turno, per 15 minuti ciascuna, con la frase "No ai processi militari di civili". La rivoluzione continua a muoversi a cavallo tra il mondo reale e quello virtuale... E restando nell'ambito delle proteste informatiche, prende il via in questi giorni, in occasione dell'Aid al-Fitr, la festa con la quale si conclude il mese di digiuno del Ramadan, un'altra campagna, quella contro le molestie sessuali, piaga diffusa nelle strade egiziane (e non solo nelle strade, anche sul posto di lavoro, ecc.). La campagna è organizzata dai fondatori del sito web Harassmap, ossia "La mappa delle molestie sessuali". Come dice il nome, il sito mantiene una cartina che registra in tempo quasi reale gli episodi di molestie sessuali nella città del Cairo, denunciati dalle donne. La campagna si muove su due fronti: informare i possibili molestatori della gravità dei loro atti (spesso neanche se ne rendono conto) e istruire le donne su come difendersi. Iniziativa lodevole, perché non è facile parlare di questo problema in Egitto. C'è un'altra notizia, tuttavia, che desidero ricordare, perché riguarda uno di quegli avvenimenti sistematicamente ignorati dai mass media occidentali, che invece andrebbero sottolineati. Se nessun altro lo fa, lo farò io. Qualche giorno fa, a Shubra, uno dei quartieri del Cairo più poveri, si è sfiorato l'ennesimo episodio di violenza settaria. Tuttavia, le violenze non ci sono state ed è interessante capire perché. Tutto è iniziato con una ragazza musulmana che è stata molestata per strada da un ragazzo cristiano (come dicevo prima, si tratta di ordinaria amministrazione in Egitto). Ne è nata una baruffa tra le famiglie dei ragazzi coinvolti, che stava per trasformarsi in conflitto settario, come era già successo a Imbaba il 7 maggio scorso. Il prete locale ha ricevuto minacce, da parte di musulmani, che volevano incendiare la chiesa. A questo punto, però, c'è stata una sana reazione preventiva. Da un lato, polizia ed esercito (finalmente!) si sono prontamente schierati nella zona. Dall'altro, diversi giovani della rivoluzione (musulmani e cristiani, ovviamente) si sono tempestivamente attivati per formare un comitato di protezione della chiesa. Ma non si sono limitati a questo, hanno anche iniziato a girare casa per casa, spiegando alle persone la situazione e invitandole a non lasciarsi trascinare in un nuovo conflitto settario. Risultato: nessuna violenza e tante vite salvate. La lezione di unità data dalla rivoluzione, dunque, comincia a dare frutti anche al di fuori di piazza Tahrir. E la crisi diplomatica con Israele? Prosegue, naturalmente, ma sembra che si muova lungo percorsi sotterranei, con contrattazioni al di fuori delle ufficialità. Il Consiglio Militare sembra aver convinto gli impiegati dell'ambasciata israeliana del Cairo a non rimettere la bandiera al suo posto, per non riaccendere l'ira della piazza. Ora, infatti, i manifestanti hanno quasi tutti interrotto il sit-in, dopo che la prevista milioniya di venerdì scorso non ha riscontrato il successo atteso. Nel frattempo, l'Egitto sta valutando l'istituzione di una zona isolata sul confine con Gaza, preparandosi inoltre alla distruzione dei tanti tunnel illegali che conducono alla Striscia (cosa che dovrebbe far piacere a Israele). In cambio, anche se ci sono forti opposizioni interne, Israele sta esaminando la possibilità di consentire un maggior dispiegamento di forze egiziane nel Sinai, proibito dal trattato di pace. In effetti, come si può accusare l'Egitto di trascurare la sicurezza del confine a nord del Sinai, se questo trattato gli impone di tenere l'esercito a chilometri e chilometri di distanza? Ma forse Israele si sta ora convincendo che è opportuno scendere a più miti consigli, spaventato dalla violenta reazione della popolazione egiziana. Ci sarebbe un altro modo, tuttavia, di rendere il Sinai un posto sicuro. Se ne sta discutendo. La soluzione sarebbe semplice: popolarlo, dotandolo di infrastrutture adeguate. Aiuterebbe anche a risolvere il problema dell'affollamento delle città. E' un progetto che il regime di Mubarak ha ignorato per decenni, limitandosi a sviluppare e porre in sicurezza le località balneari come Sharm el-Sheykh. Naturalmente, per un progetto di tale portata ci vorrà tempo, ma è un'idea che molti prendono seriamente in considerazione. Qualche giorno fa, se non sbaglio, è stata finalmente approvata una legge che consente agli abitanti del Sinai di possedere le proprie terre. Forse è un inizio.