Continua il processo di Mubarak
Radio Beckwith evangelica

Riprendo oggi la consueta cronaca dall’Egitto, dopo circa dieci giorni di interruzione. Il panorama politico non è sostanzialmente cambiato, tuttavia ci sono stati diversi avvenimenti rilevanti, ai quali darò sufficiente spazio suddividendoli in più newsletter. Comincerò dal processo di Mubarak, mentre nel frattempo, in piazza Tahrir, stanno nuovamente confluendo le masse per la ripresa delle proteste (ma di ciò parlerò domani).

Un poveraccio interroga un ricco e grasso signore, con la mascherina da ladro: “Dove l’hai preso questo?”, indicando il sacco pieno di denaro. E l’uomo grasso risponde, tirando la lingua del poveraccio: “E questa da dove l’hai presa?”

Da quando ci siamo lasciati, si sono tenute altre tre sessioni del processo di Mubarak e figli, riunificato ora con quello di Habib al-Adly, l’ex Ministro degli Interni del destituito rais. Nel corso di queste sessioni, che questa volta si sono tenute a telecamere spente, si sono alternati momenti farseschi, indignazione, colpi di scena, rabbia, ottimismo e altro ancora. Adesso, tuttavia, dopo l’iniziale “sbandamento procedurale”, il processo sembra essere entrato nel vivo.

La sessione del 5 settembre si è aperta con la consueta rissa, fuori dell’Accademia di Polizia che ospita il processo, tra pro e anti-Mubarak. Questa volta, però, la rissa c’è stata anche nell’aula di tribunale, tra gli avvocati dei campi avversi. Calmati gli animi, il processo ha finalmente potuto proseguire con l’ascolto dei primi testimoni. Mubarak era presente, sempre sdraiato su una barella con la sua tuta blu (firmata Lacoste, si dice), mentre Alaa e Gamal Mubarak, per la prima volta, sono arrivati ammanettati.

La prima brutta sorpresa è arrivata con la deposizione del testimone numero uno: il generale Hussein Moussa, capo del Dipartimento delle Comunicazioni della Sicurezza Centrale (cioè il corpo anti-sommossa). Moussa, contrariarmente alla sua testimonianza preliminare, ha scagionato al-Adly dall’accusa di aver ordinato l’uso di munizioni vere sui manifestanti, puntando invece il dito su un altro imputato, il generale Ahmed Ramzy, l’ex capo della Sicurezza Centrale. La sua testimonianza è quindi stata sostanzialmente confermata dai tre testimoni successivi, poi il processo è stato aggiornato al 7 settembre.

Le cose dunque si sono complicate per gli avvocati delle famiglie delle vittime e già si accusava il Procuratore Generale di non aver scelto i testimoni giusti. Tuttavia, successivamente, la situazione si è nuovamente ribaltata, come vedremo. Mercoledì 7 settembre il processo è ripreso. Fuori dell’Accademia, ad aspettare l’arrivo di Mubarak e compagnia, c’erano soltanto gli anti-Mubarak, mentre gli antagonisti sembravano aver abbandonato il campo. In compenso, c’erano gli ultras dell’Ahly, che ormai giocano un ruolo di primo piano nelle proteste di piazza. La sera prima, infatti, gli ultras erano stati attaccati allo stadio dalla polizia, perché avevano scandito slogan contro Habib al-Adly e Mubarak. I poliziotti, evidentemente punti sul vivo, hanno urlato di rimando (almeno a quanto dicono i racconti) di non insultare il loro ministro. Il loro ministro? Apriti cielo! Sono scoppiati scontri violenti con numerosi arresti. Il giorno dopo, gli ultras dell’Ahly si sono presentati davanti all’Accademia di Polizia per chiedere la scarcerazione dei loro colleghi e sostenere gli anti-Mubarak.

Comunque, nonostante le vivaci proteste esterne e un’altra rissa tra avvocati all’interno dell’aula del tribunale, il processo si è avviato di nuovo. Finalmente, gli avvocati dei familiari delle vittime hanno eletto un portavoce per evitare di parlare tutti insieme, cosa che irritava grandemente il giudice Ahmed Refaat, il quale aveva già più volte sospeso le sedute processuali per tale motivo. Anche il quinto testimone, un capitano delle forze di Sicurezza Centrale, ha negato l’uso di munizioni vere contro i manifestanti, sollevando grande indignazione e preoccupazione. Il giudice, tuttavia, l’ha subito posto sotto custodia cautelare per spergiuro (visto che, come gli altri prima di lui, aveva ritrattato la prima versione della sua testimonianza). Se non vado errata, tuttavia, il capitano è stato poi rilasciato alla fine della seduta.

Il colpo di scena del 7 settembre, tuttavia, anche se in realtà era atteso, è stato la decisione del giudice di convocare a testimoniare alcuni illustri personaggi: il feldmaresciallo Tantawi, attuale capo dello Stato e delle forze armate; Sami Anan, il Capo di Stato Maggiore; Omar Suleyman (chi si rivede!), ex Vice Presidente e capo dell’intelligence militare; Mansour el-Essawi, attuale Ministro degli Interni; e infine Mahmoud Wagdi, Ministro degli Interni durante i giorni della rivoluzione. Le loro testimonianze, che cominceranno domenica 11 settembre, avverranno in segreto, a porte completamente chiuse, senza la presenza dei mass media. Staremo a vedere…

Il morale di quanti già temevano una lunga serie di ritrattazioni dei testimoni, che avrebbero finito per scagionare la “banda Mubarak”, si è tuttavia risollevato con la quinta sessione del processo, tenutasi l’8 settembre. L’ottavo testimone, un comandante di polizia, ha infatti pienamente confermato che al-Adly avrebbe ordinato di disperdere i manifestanti con ogni mezzo possibile, munizioni vere incluse. L’ex Ministro avrebbe anche ordinato il blocco di internet e dei cellulari, dotando la polizia di armi automatiche per aiutare la Sicurezza Centrale nella repressione dei manifestanti. Il comandante, che di nome fa Essam Shawky, ha anche portato un CD come prova, contenente dei filmati in cui si vedrebbe la polizia sparare munizioni vere sui manifestanti.

Essam Shawky è già diventato un eroe, per due motivi: il primo è che non si è lasciato spaventare e non ha ritrattato, il secondo è che è un testimone “volontario”, ossia si è presentato spontaneamente a testimoniare. Molti ragazzi di Twitter hanno subito invocato una protezione speciale nei suoi confronti, dando per scontato che Shawky subirà minacce di morte (pare siano arrivate anche al giudice Refaat, anche se lui non ha confermato). Si spera inoltre che dia il buon esempio, incoraggiando altre testimonianze contro al-Adly e Mubarak.

E il nono testimone, infatti, ha sostanzialmente confermato le parole di Shawky, affermando anche che al-Adly avrebbe ordinato l’esecuzione di un fantomatico Piano 100, che non si sa bene in cosa consistesse ma, visto come sono andate le cose, si può ben intuire. E per la prima volta dall’inizio del processo, Gamal Mubarak ha dato segni di nervosismo.

Infine, il processo è stato aggiornato a domenica 11 settembre, giorno in cui il giudice sentirà la testimonianza di Tantawi. Sono in molti ad attendere una svolta decisiva nel processo. Ma sono anche in molti a credere che Tantawi dovrebbe essere nella gabbia degli imputati con Mubarak, non sul banco dei testimoni.

Riprendo oggi la consueta cronaca dall'Egitto, dopo circa dieci giorni di interruzione. Il panorama politico non è sostanzialmente cambiato, tuttavia ci sono stati diversi avvenimenti rilevanti, ai quali darò sufficiente spazio suddividendoli in più newsletter. Comincerò dal processo di Mubarak, mentre nel frattempo, in piazza Tahrir, stanno nuovamente confluendo le masse per la ripresa delle proteste (ma di ciò parlerò domani). [caption id="attachment_740" align="alignright" width="300"] Un poveraccio interroga un ricco e grasso signore, con la mascherina da ladro: "Dove l'hai preso questo?", indicando il sacco pieno di denaro. E l'uomo grasso risponde, tirando la lingua del poveraccio: "E questa da dove l'hai presa?"[/caption] Da quando ci siamo lasciati, si sono tenute altre tre sessioni del processo di Mubarak e figli, riunificato ora con quello di Habib al-Adly, l'ex Ministro degli Interni del destituito rais. Nel corso di queste sessioni, che questa volta si sono tenute a telecamere spente, si sono alternati momenti farseschi, indignazione, colpi di scena, rabbia, ottimismo e altro ancora. Adesso, tuttavia, dopo l'iniziale "sbandamento procedurale", il processo sembra essere entrato nel vivo. La sessione del 5 settembre si è aperta con la consueta rissa, fuori dell'Accademia di Polizia che ospita il processo, tra pro e anti-Mubarak. Questa volta, però, la rissa c'è stata anche nell'aula di tribunale, tra gli avvocati dei campi avversi. Calmati gli animi, il processo ha finalmente potuto proseguire con l'ascolto dei primi testimoni. Mubarak era presente, sempre sdraiato su una barella con la sua tuta blu (firmata Lacoste, si dice), mentre Alaa e Gamal Mubarak, per la prima volta, sono arrivati ammanettati. La prima brutta sorpresa è arrivata con la deposizione del testimone numero uno: il generale Hussein Moussa, capo del Dipartimento delle Comunicazioni della Sicurezza Centrale (cioè il corpo anti-sommossa). Moussa, contrariarmente alla sua testimonianza preliminare, ha scagionato al-Adly dall'accusa di aver ordinato l'uso di munizioni vere sui manifestanti, puntando invece il dito su un altro imputato, il generale Ahmed Ramzy, l'ex capo della Sicurezza Centrale. La sua testimonianza è quindi stata sostanzialmente confermata dai tre testimoni successivi, poi il processo è stato aggiornato al 7 settembre. Le cose dunque si sono complicate per gli avvocati delle famiglie delle vittime e già si accusava il Procuratore Generale di non aver scelto i testimoni giusti. Tuttavia, successivamente, la situazione si è nuovamente ribaltata, come vedremo. Mercoledì 7 settembre il processo è ripreso. Fuori dell'Accademia, ad aspettare l'arrivo di Mubarak e compagnia, c'erano soltanto gli anti-Mubarak, mentre gli antagonisti sembravano aver abbandonato il campo. In compenso, c'erano gli ultras dell'Ahly, che ormai giocano un ruolo di primo piano nelle proteste di piazza. La sera prima, infatti, gli ultras erano stati attaccati allo stadio dalla polizia, perché avevano scandito slogan contro Habib al-Adly e Mubarak. I poliziotti, evidentemente punti sul vivo, hanno urlato di rimando (almeno a quanto dicono i racconti) di non insultare il loro ministro. Il loro ministro? Apriti cielo! Sono scoppiati scontri violenti con numerosi arresti. Il giorno dopo, gli ultras dell'Ahly si sono presentati davanti all'Accademia di Polizia per chiedere la scarcerazione dei loro colleghi e sostenere gli anti-Mubarak. Comunque, nonostante le vivaci proteste esterne e un'altra rissa tra avvocati all'interno dell'aula del tribunale, il processo si è avviato di nuovo. Finalmente, gli avvocati dei familiari delle vittime hanno eletto un portavoce per evitare di parlare tutti insieme, cosa che irritava grandemente il giudice Ahmed Refaat, il quale aveva già più volte sospeso le sedute processuali per tale motivo. Anche il quinto testimone, un capitano delle forze di Sicurezza Centrale, ha negato l'uso di munizioni vere contro i manifestanti, sollevando grande indignazione e preoccupazione. Il giudice, tuttavia, l'ha subito posto sotto custodia cautelare per spergiuro (visto che, come gli altri prima di lui, aveva ritrattato la prima versione della sua testimonianza). Se non vado errata, tuttavia, il capitano è stato poi rilasciato alla fine della seduta. Il colpo di scena del 7 settembre, tuttavia, anche se in realtà era atteso, è stato la decisione del giudice di convocare a testimoniare alcuni illustri personaggi: il feldmaresciallo Tantawi, attuale capo dello Stato e delle forze armate; Sami Anan, il Capo di Stato Maggiore; Omar Suleyman (chi si rivede!), ex Vice Presidente e capo dell'intelligence militare; Mansour el-Essawi, attuale Ministro degli Interni; e infine Mahmoud Wagdi, Ministro degli Interni durante i giorni della rivoluzione. Le loro testimonianze, che cominceranno domenica 11 settembre, avverranno in segreto, a porte completamente chiuse, senza la presenza dei mass media. Staremo a vedere... Il morale di quanti già temevano una lunga serie di ritrattazioni dei testimoni, che avrebbero finito per scagionare la "banda Mubarak", si è tuttavia risollevato con la quinta sessione del processo, tenutasi l'8 settembre. L'ottavo testimone, un comandante di polizia, ha infatti pienamente confermato che al-Adly avrebbe ordinato di disperdere i manifestanti con ogni mezzo possibile, munizioni vere incluse. L'ex Ministro avrebbe anche ordinato il blocco di internet e dei cellulari, dotando la polizia di armi automatiche per aiutare la Sicurezza Centrale nella repressione dei manifestanti. Il comandante, che di nome fa Essam Shawky, ha anche portato un CD come prova, contenente dei filmati in cui si vedrebbe la polizia sparare munizioni vere sui manifestanti. Essam Shawky è già diventato un eroe, per due motivi: il primo è che non si è lasciato spaventare e non ha ritrattato, il secondo è che è un testimone "volontario", ossia si è presentato spontaneamente a testimoniare. Molti ragazzi di Twitter hanno subito invocato una protezione speciale nei suoi confronti, dando per scontato che Shawky subirà minacce di morte (pare siano arrivate anche al giudice Refaat, anche se lui non ha confermato). Si spera inoltre che dia il buon esempio, incoraggiando altre testimonianze contro al-Adly e Mubarak. E il nono testimone, infatti, ha sostanzialmente confermato le parole di Shawky, affermando anche che al-Adly avrebbe ordinato l'esecuzione di un fantomatico Piano 100, che non si sa bene in cosa consistesse ma, visto come sono andate le cose, si può ben intuire. E per la prima volta dall'inizio del processo, Gamal Mubarak ha dato segni di nervosismo. Infine, il processo è stato aggiornato a domenica 11 settembre, giorno in cui il giudice sentirà la testimonianza di Tantawi. Sono in molti ad attendere una svolta decisiva nel processo. Ma sono anche in molti a credere che Tantawi dovrebbe essere nella gabbia degli imputati con Mubarak, non sul banco dei testimoni.