La lunga notte della cacciata dell’ambasciatore israeliano
Radio Beckwith evangelica

Ieri, in piazza Tahrir e varie città egiziane, si è tenuta la manifestazione della “correzione della rotta”, che tuttavia è ampiamente uscita dal selciato. E’ stata una bella manifestazione fino alle 6 di sera, anche se non è stata una manifestazione del milione, ma solo di decine di migliaia di persone. Finalmente piazza Tahrir era libera da militari e forze di sicurezza, che hanno abbandonato il campo, lasciando il compito di proteggere la manifestazione in mano ai dimostranti. Avrei voluto raccontare in dettaglio i vari aspetti di questa manifestazione, con le marce partite da più punti della città per confluire infine in piazza Tahrir. C’era la marcia dei contadini, che hanno per lo più disertato la celebrazione indetta dal Consiglio Militare per il loro giorno di festa nazionale e si sono invece riversati in piazza. C’era una marcia dei copti, partita da Shubra. C’era la marcia dei giudici, con un’importante iniziativa per l’indipendenza della magistratura che ha avuto grande successo. Tutti questi manifestanti pacifici, che hanno dimostrato civilmente e allegramente, questa mattina si sentono dei perdenti, dopo quel che è successo all’ambasciata israeliana. Invece di rallegrarsi per la riuscita della giornata di proteste, almeno fino alle 6 di sera, si contano morti e feriti.

Al termine della milioniya di ieri, migliaia di manifestanti si sono spostati sotto l’ambasciata israeliana, ancora furibondi per l’uccisione dei militari egiziani sul confine da parte delle forze di difesa israeliane e ancora indignati per la costruzione del muro attorno all’edificio. Quel muro è stato il primo obiettivo dei manifestanti, che l’hanno buttato giù, pezzo dopo pezzo, a mani nude o usando dei martelli. Ma non si sono fermati qui, sono anche riusciti a rimuovere per la seconda volta la bandiera israeliana, anche dalla nuova posizione dove era stata messa, molto più difficile da raggiungere. Si sono arrampicati in quattro, questa volta. L’hanno presa, strappata e bruciata.

Fin qua, il plauso è stato generale, quando la notizia si è diffusa tra i manifestanti ancora in giro per il Cairo, che dimostravano in altri luoghi, come il Maspero o il Club dei Giudici. Poi, però, si è superato il limite, forse anche in seguito alla manovra azzardata di una vettura delle forze di sicurezza che ha quasi investito decine di persone, ricordando i tristi fatti del 28 gennaio, il “venerdì della collera”. Alcuni manifestanti sono quindi riusciti a fare irruzione nell’edificio dell’ambasciata. Secondo le stesse fonti israeliane, non sono entrati negli uffici diplomatici, ma solo in un appartamento che l’ambasciata usava come magazzino di documenti. Questi documenti sono stati fatti letteralmente volare dalle finestre, mentre i manifestanti fuori del palazzo ne raccoglievano il più possibile. “Questo è il nostro Wikileaks!” – ha commentato qualcuno. Tuttavia, i documenti in questione non erano altro che banale corrispondenza (scritta in arabo), o comunque nulla di segreto.

 

L’ambasciatore israeliano, spaventato, è fuggito a gambe levate a Tel Aviv, con la famiglia, lasciando il console a guardia dell’ambasciata (che pare fosse vuota al momento dell’irruzione). Poi è arrivato l’esercito (con molto ritardo) a protezione dell’ambasciata, ma intanto è scoppiato il putiferio. Gas lacrimogeni, proiettili di gomma, incendi, feriti… E oggi si parla delle dimissioni del primo ministro Sharaf. che ha convocato d’urgenza il governo per valutare la situazione.

E gli egiziani, su questi fatti, si sono spaccati. Per quanto ho visto e sentito, finora, la maggioranza ha condannato l’irruzione nell’ambasciata. Per carità, nessuno si dispiace nel veder andar via l’ambasciatore israeliano, perché – come ho già ricordato altre volte – il sentimento anti-israeliano, in Egitto, è trasversale, seppur con gradazioni e sfumature diverse. Tuttavia, si voleva una reazione di altro genere alle arroganti violazioni di Israele, più recenti e non. Si chiedeva una risposta decisa da parte delle autorità a livello diplomatico e politico. Il fatto che questa risposta non ci sia stata, né in Egitto né all’estero (basti dire che Obama si è dichiarato preoccupato per l’assalto all’ambasciata israeliana, ma non ha detto nulla quando i militari egiziani sono stati uccisi nel loro territorio, senza scuse da parte di Israele) ha sicuramente esacerbato gli animi, scatenando gli eventi di questa notte. Da tempo vado dicendo che la cosiddetta questione israelo-palestinese non è affatto israelo-palestinese, ma coinvolge profondamente tutti i paesi della regione. Anzi, per certi versi, il contesto in cui si sviluppa il conflitto è persino più problematico. Tuttavia, secondo la maggioranza degli egiziani, l’irruzione di questa notte è stata una mossa stupida, che avrà solo effetti negativi sul processo democratico del paese, dando il giusto pretesto al Consiglio Militare di restare in carica più a lungo, o forse di imporre un proprio esponente a guida del paese, e comunque di attuare una maggiore repressione delle proteste.

Su Twitter, ieri sera, ho assistito alla discussione più feroce dall’inizio della rivoluzione. Molti erano furibondi con i manifestanti che hanno fatto irruzione nell’ambasciata. Hanno dato loro degli idioti, accusandoli di aver perso di vista i veri obiettivi della rivoluzione. Ramy Yaacoub, ad esempio, tra i suoi tanti tweet rabbiosi e lucidi di ieri sera, ne ha scritto uno esemplare: “Sapevate che il 40% degli egiziani vive con meno di due dollari al giorno? Avete trovato del cibo, per loro, nell’ambasciata israeliana?” e “La Palestina è libera ora?”. Wael Ghonim, sulla pagina Facebook “Siamo tutti Khaled Said”, ha definito l’assalto all’ambasciata come un “atto da adolescenti, inaccettabile e ingiustificabile, persino nei confronti dell’ambasciata israeliana”. Qualcuno ha commentato che purtroppo “Nasser è ancora tra noi”, con tutte le rovinose conseguenze del caso. Bisognava invece concentrarsi sugli obiettivi originari della rivoluzione: democrazia, diritti, lotta alla corruzione, giustizia sociale. Ma si è voluto agire d’istinto, con estrema stupidità, senza pensare, privi di sguardo lungimirante. Così la pensano molti giovani della rivoluzione e molti altri egiziani.

La condanna dunque è stata durissima, ma naturalmente ci sono stati anche coloro che hanno approvato senza riserve. Hanno risposto alle accuse con un: “La rivoluzione è la rivoluzione”. Sì perché, a ben analizzare le cose, i responsabili e i sostenitori dell’irruzione nell’ambasciata israeliana sono soprattutto gli esponenti di una sinistra radicale che sembra vivere di rivoluzione. La rivoluzione come ideale di vita, si potrebbe dire, invece che come mezzo al quale ricorrere solo quando null’altra opzione è possibile, senza dimenticare di usare la testa. Sembrano essere gli innamorati del mito delle guerriglie latino-americane. Eppure, sembrano tutti appartenere a una confortevole borghesia. Anche se negli anni hanno patito arresti e torture, non sono loro, tuttavia, a morire di fame.

Tutti temevano gli islamisti, pensando che si sarebbero lanciati a capofitto ad attaccare Israele non appena ne avessero avuto la possibilità. Non c’erano, ieri sera, sotto l’ambasciata israeliana. C’erano invece molti radicali di sinistra. Gli islamisti, credo, se la stanno ridendo, preparandosi per le elezioni. Potranno dire di essere loro i veri democratici.

Ieri, in piazza Tahrir e varie città egiziane, si è tenuta la manifestazione della "correzione della rotta", che tuttavia è ampiamente uscita dal selciato. E' stata una bella manifestazione fino alle 6 di sera, anche se non è stata una manifestazione del milione, ma solo di decine di migliaia di persone. Finalmente piazza Tahrir era libera da militari e forze di sicurezza, che hanno abbandonato il campo, lasciando il compito di proteggere la manifestazione in mano ai dimostranti. Avrei voluto raccontare in dettaglio i vari aspetti di questa manifestazione, con le marce partite da più punti della città per confluire infine in piazza Tahrir. C'era la marcia dei contadini, che hanno per lo più disertato la celebrazione indetta dal Consiglio Militare per il loro giorno di festa nazionale e si sono invece riversati in piazza. C'era una marcia dei copti, partita da Shubra. C'era la marcia dei giudici, con un'importante iniziativa per l'indipendenza della magistratura che ha avuto grande successo. Tutti questi manifestanti pacifici, che hanno dimostrato civilmente e allegramente, questa mattina si sentono dei perdenti, dopo quel che è successo all'ambasciata israeliana. Invece di rallegrarsi per la riuscita della giornata di proteste, almeno fino alle 6 di sera, si contano morti e feriti. Al termine della milioniya di ieri, migliaia di manifestanti si sono spostati sotto l'ambasciata israeliana, ancora furibondi per l'uccisione dei militari egiziani sul confine da parte delle forze di difesa israeliane e ancora indignati per la costruzione del muro attorno all'edificio. Quel muro è stato il primo obiettivo dei manifestanti, che l'hanno buttato giù, pezzo dopo pezzo, a mani nude o usando dei martelli. Ma non si sono fermati qui, sono anche riusciti a rimuovere per la seconda volta la bandiera israeliana, anche dalla nuova posizione dove era stata messa, molto più difficile da raggiungere. Si sono arrampicati in quattro, questa volta. L'hanno presa, strappata e bruciata. Fin qua, il plauso è stato generale, quando la notizia si è diffusa tra i manifestanti ancora in giro per il Cairo, che dimostravano in altri luoghi, come il Maspero o il Club dei Giudici. Poi, però, si è superato il limite, forse anche in seguito alla manovra azzardata di una vettura delle forze di sicurezza che ha quasi investito decine di persone, ricordando i tristi fatti del 28 gennaio, il "venerdì della collera". Alcuni manifestanti sono quindi riusciti a fare irruzione nell'edificio dell'ambasciata. Secondo le stesse fonti israeliane, non sono entrati negli uffici diplomatici, ma solo in un appartamento che l'ambasciata usava come magazzino di documenti. Questi documenti sono stati fatti letteralmente volare dalle finestre, mentre i manifestanti fuori del palazzo ne raccoglievano il più possibile. "Questo è il nostro Wikileaks!" - ha commentato qualcuno. Tuttavia, i documenti in questione non erano altro che banale corrispondenza (scritta in arabo), o comunque nulla di segreto.   L'ambasciatore israeliano, spaventato, è fuggito a gambe levate a Tel Aviv, con la famiglia, lasciando il console a guardia dell'ambasciata (che pare fosse vuota al momento dell'irruzione). Poi è arrivato l'esercito (con molto ritardo) a protezione dell'ambasciata, ma intanto è scoppiato il putiferio. Gas lacrimogeni, proiettili di gomma, incendi, feriti... E oggi si parla delle dimissioni del primo ministro Sharaf. che ha convocato d'urgenza il governo per valutare la situazione. E gli egiziani, su questi fatti, si sono spaccati. Per quanto ho visto e sentito, finora, la maggioranza ha condannato l'irruzione nell'ambasciata. Per carità, nessuno si dispiace nel veder andar via l'ambasciatore israeliano, perché - come ho già ricordato altre volte - il sentimento anti-israeliano, in Egitto, è trasversale, seppur con gradazioni e sfumature diverse. Tuttavia, si voleva una reazione di altro genere alle arroganti violazioni di Israele, più recenti e non. Si chiedeva una risposta decisa da parte delle autorità a livello diplomatico e politico. Il fatto che questa risposta non ci sia stata, né in Egitto né all'estero (basti dire che Obama si è dichiarato preoccupato per l'assalto all'ambasciata israeliana, ma non ha detto nulla quando i militari egiziani sono stati uccisi nel loro territorio, senza scuse da parte di Israele) ha sicuramente esacerbato gli animi, scatenando gli eventi di questa notte. Da tempo vado dicendo che la cosiddetta questione israelo-palestinese non è affatto israelo-palestinese, ma coinvolge profondamente tutti i paesi della regione. Anzi, per certi versi, il contesto in cui si sviluppa il conflitto è persino più problematico. Tuttavia, secondo la maggioranza degli egiziani, l'irruzione di questa notte è stata una mossa stupida, che avrà solo effetti negativi sul processo democratico del paese, dando il giusto pretesto al Consiglio Militare di restare in carica più a lungo, o forse di imporre un proprio esponente a guida del paese, e comunque di attuare una maggiore repressione delle proteste. Su Twitter, ieri sera, ho assistito alla discussione più feroce dall'inizio della rivoluzione. Molti erano furibondi con i manifestanti che hanno fatto irruzione nell'ambasciata. Hanno dato loro degli idioti, accusandoli di aver perso di vista i veri obiettivi della rivoluzione. Ramy Yaacoub, ad esempio, tra i suoi tanti tweet rabbiosi e lucidi di ieri sera, ne ha scritto uno esemplare: "Sapevate che il 40% degli egiziani vive con meno di due dollari al giorno? Avete trovato del cibo, per loro, nell'ambasciata israeliana?" e "La Palestina è libera ora?". Wael Ghonim, sulla pagina Facebook "Siamo tutti Khaled Said", ha definito l'assalto all'ambasciata come un "atto da adolescenti, inaccettabile e ingiustificabile, persino nei confronti dell'ambasciata israeliana". Qualcuno ha commentato che purtroppo "Nasser è ancora tra noi", con tutte le rovinose conseguenze del caso. Bisognava invece concentrarsi sugli obiettivi originari della rivoluzione: democrazia, diritti, lotta alla corruzione, giustizia sociale. Ma si è voluto agire d'istinto, con estrema stupidità, senza pensare, privi di sguardo lungimirante. Così la pensano molti giovani della rivoluzione e molti altri egiziani. La condanna dunque è stata durissima, ma naturalmente ci sono stati anche coloro che hanno approvato senza riserve. Hanno risposto alle accuse con un: "La rivoluzione è la rivoluzione". Sì perché, a ben analizzare le cose, i responsabili e i sostenitori dell'irruzione nell'ambasciata israeliana sono soprattutto gli esponenti di una sinistra radicale che sembra vivere di rivoluzione. La rivoluzione come ideale di vita, si potrebbe dire, invece che come mezzo al quale ricorrere solo quando null'altra opzione è possibile, senza dimenticare di usare la testa. Sembrano essere gli innamorati del mito delle guerriglie latino-americane. Eppure, sembrano tutti appartenere a una confortevole borghesia. Anche se negli anni hanno patito arresti e torture, non sono loro, tuttavia, a morire di fame. Tutti temevano gli islamisti, pensando che si sarebbero lanciati a capofitto ad attaccare Israele non appena ne avessero avuto la possibilità. Non c'erano, ieri sera, sotto l'ambasciata israeliana. C'erano invece molti radicali di sinistra. Gli islamisti, credo, se la stanno ridendo, preparandosi per le elezioni. Potranno dire di essere loro i veri democratici.