Il ritorno dello Stato di polizia
Radio Beckwith evangelica

Mentre è iniziato lo sciopero generale di studenti e docenti universitari, che minaccia di ritardare l’inizio dell’anno accademico, in Egitto si sta ancora cercando di fare chiarezza su quanto successo ieri notte all’ambasciata israeliana. Innanzitutto, è necessario aggiungere alcune cose. L’irruzione all’ambasciata israeliana, in realtà, è stata solo una fra vari atti di violenza accaduti al termine della manifestazione della “correzione della rotta”, venerdì 9 settembre.

Vi sono anche stati un tentativo di irruzione nella sede del Ministero degli Interni, un’altro alla Direzione della Sicurezza di Giza e un attacco all’ambasciata saudita (quest’ultimo motivato dal recente “incidente diplomatico” che ha visto coinvolti, in occasione dell’Aid, i pellegrini di ritorno dalla Umra – il pellegrinaggio minore nell’islam – i quali hanno inscenato rivolte agli aeroproti di Gedda e del Cairo, per protestare contro la disorganizzazione dei voli della compagnia aerea saudita).

Insomma, è stata una serata di violenze diffuse, il cui apice è stato, appunto, l’irruzione nell’ambasciata israeliana. Tra l’altro, contrariarmente a quanto dichiarato dalle stesse autorità israeliane, le testimonianze dei “protagonisti” affermano che l’irruzione nella sede diplomatica ci sia stata davvero e non soltanto in un appartamento-magazzino vicino. Si è anche parlato molto di un presunto coinvolgimento degli ultras dell’Ahly e dello Zamalek in questi atti di violenza, in particolare nell’attacco al Ministero degli Interni, per vendicarsi dei recenti arresti di molti di loro, alla fine di una partita di calcio tenutasi qualche giorno fa. Gli ultras c’erano di sicuro alla manifestazione di venerdì 9 settembre, tuttavia oggi hanno negato ufficialmente di essere responsabili delle aggressioni alle ambasciate o al Ministero degli Interni. Eppure, le testimonianze in diretta che ho seguito venerdì scorso dicevano il contrario, almeno per quanto riguarda il Ministero degli Interni…

A destra i rivoluzionari durante la rivoluzione, a sinistra gli stessi rivoluzionari dopo la rivoluzione

Le forze rivoluzionarie hanno duramente condannato l’attacco all’ambasciata israeliana, tuttavia hanno sollevato dubbi sull’identità del gruppo che ha fatto irruzione nell’edificio. La facilità con la quale hanno potuto entrare negli uffici deserti e completamente incustoditi (contrariarmente a quanto richiederebbe il protocollo, secondo il quale una qualche guardia deve sempre essere presente, anche quando gli impiegati e i diplomatici sono assenti), il fatto che, al contrario dei giovani che hanno rimosso la bandiera israeliana e distrutto il muro di protezione, le persone che hanno compiuto l’irruzione siano velocemente sparite, invece di raccogliere l’ovazione della folla, il ritardo dell’intervento delle forze di sicurezza egiziane e altri dettagli, hanno fatto dubitare molti. In particolare, qualcuno pensa che gli autori dell’irruzione possano essere stati un gruppo di baltagheya, già coinvolti nelle violenze settarie di Imbaba, noti per essere sempre stati al servizio del Partito Nazional Democratico.

Tuttavia, poco conta ora tutto questo, visto che molti comunque soni caduti nella trappola e hanno persino applaudito all’irruzione nell’ambasciata. Adesso bisognerà pagarne le conseguenze. E le prime conseguenze stanno arrivando in fretta. Il primo ministro Sharaf ha dato le dimissioni, come si paventava, ma il Consiglio Militare le ha rifiutate, mentre il pugno di ferro dei militari ha già cominciato a colpire con durezza, proprio a ridosso delle elezioni (se non saranno rimandate). Tanto per cominciare, tutti gli arrestati (fino a questo momento sono 111) saranno sottoposti alla corte marziale. Le leggi di emergenza sono state subito riattivate e rinforzate, assieme al potere delle forze di polizia. Il feldmaresciallo Tantawi e il Capo di Stato Maggiore Sami Anan hanno rifiutato di recarsi a testimoniare in tribunale, durante la sessione del processo di Mubarak prevista per oggi. Legittimo impedimento: la situazione di insicurezza nel paese, in seguito all’irruzione nell’ambasciata israeliana. La loro testimonianza è rimandata al 24 e 25 settembre, ma per ora l’accaduto ha permesso loro di togliersi agilmente dall’imbarazzo. Hanno tentato di sottrarsi ulteriormente proponendo una testimonianza scritta, ma il giudice Refaat ha rifiutato, insistendo per quella orale.

E non è finita. Durante la trasmissione tv della prima sessione di un altro maxi-processo, quello per la famosa “battaglia del cammello” del 2-3 febbraio, nel quale sono imputati alcuni dei più illustri uomini di Mubarak, gli uffici di al-Jazeera Mubashir Misr sono stati “invasi” dalle forze di sicurezza, da qualche elemento della nuova Sicurezza Nazionale e dalla raqaba, la Censura, tornata in piena attività. Un tecnico di al-Jazeera è stato arrestato. E’ stata inoltre annunciata un’indagine generale sulle licenze di trasmissione che investe 16 canali satellitari. “Oppress the press” – ha commentato qualcuno.

Finito qua? Per niente. Un giornalista di al-Jazeera, arrestato mentre relazionava sull’attacco all’ambasciata israeliana, è stato rilasciato oggi assieme ad altre persone, arrestate nella stessa occasione. Le loro testimonianze sono unanimi: sono stati tutti torturati atrocemente dall’esercito. “E’ stato peggio che al tempo di Mubarak” – ha commentato uno di loro, che probabilmente ha provato entrambi i “trattamenti”.

Ecco i primi frutti dell’irruzione nell’ambasciata israeliana. E ora? Visto il clima, c’è da temere che lo scontro tra militari e “rivoluzione irrudicibile”, tanto per dare un nome a coloro che insistono su tale scontro, si farà ancora più duro. E chi resterà pizzicato in mezzo? Certo, il confronto con il Consiglio Militare doveva esserci, ma c’erano altri modi forse. Sapremo presto, comunque, come evolverà la situazione.

Mentre è iniziato lo sciopero generale di studenti e docenti universitari, che minaccia di ritardare l'inizio dell'anno accademico, in Egitto si sta ancora cercando di fare chiarezza su quanto successo ieri notte all'ambasciata israeliana. Innanzitutto, è necessario aggiungere alcune cose. L'irruzione all'ambasciata israeliana, in realtà, è stata solo una fra vari atti di violenza accaduti al termine della manifestazione della "correzione della rotta", venerdì 9 settembre. Vi sono anche stati un tentativo di irruzione nella sede del Ministero degli Interni, un'altro alla Direzione della Sicurezza di Giza e un attacco all'ambasciata saudita (quest'ultimo motivato dal recente "incidente diplomatico" che ha visto coinvolti, in occasione dell'Aid, i pellegrini di ritorno dalla Umra - il pellegrinaggio minore nell'islam - i quali hanno inscenato rivolte agli aeroproti di Gedda e del Cairo, per protestare contro la disorganizzazione dei voli della compagnia aerea saudita). Insomma, è stata una serata di violenze diffuse, il cui apice è stato, appunto, l'irruzione nell'ambasciata israeliana. Tra l'altro, contrariarmente a quanto dichiarato dalle stesse autorità israeliane, le testimonianze dei "protagonisti" affermano che l'irruzione nella sede diplomatica ci sia stata davvero e non soltanto in un appartamento-magazzino vicino. Si è anche parlato molto di un presunto coinvolgimento degli ultras dell'Ahly e dello Zamalek in questi atti di violenza, in particolare nell'attacco al Ministero degli Interni, per vendicarsi dei recenti arresti di molti di loro, alla fine di una partita di calcio tenutasi qualche giorno fa. Gli ultras c'erano di sicuro alla manifestazione di venerdì 9 settembre, tuttavia oggi hanno negato ufficialmente di essere responsabili delle aggressioni alle ambasciate o al Ministero degli Interni. Eppure, le testimonianze in diretta che ho seguito venerdì scorso dicevano il contrario, almeno per quanto riguarda il Ministero degli Interni... [caption id="attachment_760" align="alignleft" width="300"] A destra i rivoluzionari durante la rivoluzione, a sinistra gli stessi rivoluzionari dopo la rivoluzione[/caption] Le forze rivoluzionarie hanno duramente condannato l'attacco all'ambasciata israeliana, tuttavia hanno sollevato dubbi sull'identità del gruppo che ha fatto irruzione nell'edificio. La facilità con la quale hanno potuto entrare negli uffici deserti e completamente incustoditi (contrariarmente a quanto richiederebbe il protocollo, secondo il quale una qualche guardia deve sempre essere presente, anche quando gli impiegati e i diplomatici sono assenti), il fatto che, al contrario dei giovani che hanno rimosso la bandiera israeliana e distrutto il muro di protezione, le persone che hanno compiuto l'irruzione siano velocemente sparite, invece di raccogliere l'ovazione della folla, il ritardo dell'intervento delle forze di sicurezza egiziane e altri dettagli, hanno fatto dubitare molti. In particolare, qualcuno pensa che gli autori dell'irruzione possano essere stati un gruppo di baltagheya, già coinvolti nelle violenze settarie di Imbaba, noti per essere sempre stati al servizio del Partito Nazional Democratico. Tuttavia, poco conta ora tutto questo, visto che molti comunque soni caduti nella trappola e hanno persino applaudito all'irruzione nell'ambasciata. Adesso bisognerà pagarne le conseguenze. E le prime conseguenze stanno arrivando in fretta. Il primo ministro Sharaf ha dato le dimissioni, come si paventava, ma il Consiglio Militare le ha rifiutate, mentre il pugno di ferro dei militari ha già cominciato a colpire con durezza, proprio a ridosso delle elezioni (se non saranno rimandate). Tanto per cominciare, tutti gli arrestati (fino a questo momento sono 111) saranno sottoposti alla corte marziale. Le leggi di emergenza sono state subito riattivate e rinforzate, assieme al potere delle forze di polizia. Il feldmaresciallo Tantawi e il Capo di Stato Maggiore Sami Anan hanno rifiutato di recarsi a testimoniare in tribunale, durante la sessione del processo di Mubarak prevista per oggi. Legittimo impedimento: la situazione di insicurezza nel paese, in seguito all'irruzione nell'ambasciata israeliana. La loro testimonianza è rimandata al 24 e 25 settembre, ma per ora l'accaduto ha permesso loro di togliersi agilmente dall'imbarazzo. Hanno tentato di sottrarsi ulteriormente proponendo una testimonianza scritta, ma il giudice Refaat ha rifiutato, insistendo per quella orale. E non è finita. Durante la trasmissione tv della prima sessione di un altro maxi-processo, quello per la famosa "battaglia del cammello" del 2-3 febbraio, nel quale sono imputati alcuni dei più illustri uomini di Mubarak, gli uffici di al-Jazeera Mubashir Misr sono stati "invasi" dalle forze di sicurezza, da qualche elemento della nuova Sicurezza Nazionale e dalla raqaba, la Censura, tornata in piena attività. Un tecnico di al-Jazeera è stato arrestato. E' stata inoltre annunciata un'indagine generale sulle licenze di trasmissione che investe 16 canali satellitari. "Oppress the press" - ha commentato qualcuno. Finito qua? Per niente. Un giornalista di al-Jazeera, arrestato mentre relazionava sull'attacco all'ambasciata israeliana, è stato rilasciato oggi assieme ad altre persone, arrestate nella stessa occasione. Le loro testimonianze sono unanimi: sono stati tutti torturati atrocemente dall'esercito. "E' stato peggio che al tempo di Mubarak" - ha commentato uno di loro, che probabilmente ha provato entrambi i "trattamenti". Ecco i primi frutti dell'irruzione nell'ambasciata israeliana. E ora? Visto il clima, c'è da temere che lo scontro tra militari e "rivoluzione irrudicibile", tanto per dare un nome a coloro che insistono su tale scontro, si farà ancora più duro. E chi resterà pizzicato in mezzo? Certo, il confronto con il Consiglio Militare doveva esserci, ma c'erano altri modi forse. Sapremo presto, comunque, come evolverà la situazione.