Ambasciata israeliana: complotto sì, complotto no
Radio Beckwith evangelica

Chi pensa che la questione dell’irruzione nell’ambasciata israeliana sia ormai dimenticata si sbaglia di grosso. Dopo un’incessante dibattere sull’identità degli autori dell’irruzione, venti movimenti politici hanno deciso di venire allo scoperto, rivendicando la paternità dell’azione e esprimendo solidarietà agli arrestati. Non sono gruppi di primo piano sulla scena pubblica, ma è interessante notarne la variegatezza.

I documenti dell’ambasciata israeliana che volano per aria

I nomi parlano da soli sul loro orientamento politico: Socialisti Rivoluzionari, “No ai processi militari”, Kifaya (questo è l’unico movimento famoso), Movimento dei Rivoluzionari Liberi, Movimento degli Egiziani Anti-sionisti, Democrazia Popolare Egiziana, Movimento dei Rivoluzionari di Gennaio per la Libertà e la Resistenza, Comitati Popolari per la Difesa della Rivoluzione, Movimento dei Giovani della Rivoluzione Araba (notare il singolare), Movimento “La voce della piazza”, Partito Laburista Democratico, Partito Laburista Islamico, Partito dell’Unione Araba, Centro Nazionale per i Comitati Popolari, Comitato Egiziano contro il Colonialismo e il Sionismo, Fronte Arabo Islamico per il Sostegno della Palestina, Movimento Bidaya (Inizio), Movimento Mish Wasiya.

L’incidente all’ambasciata israeliana mi fornisce anche l’occasione per dare un esempio del dibattito in corso in Egitto sulle relazioni con Israele, oggetto di molte domande dall’inizio della rivoluzione. Vi propongo la lettura di tre articoli che esprimono opinioni diverse sull’irruzione nell’ambasciata israeliana e suppergiù coprono l’intero “spettro” dei diversi punti di vista in Egitto. Ho volutamente tralasciato le opinioni degli islamisti, per mostrare come la questione non abbia nulla a che vedere con la religione, esistendo anche all’interno dell’area laica una grande diversità di vedute, alcune delle quali molto vicine alle posizioni degli islamisti.

Il primo articolo, comparso sul quotidiano al-Shorouq, è di Amr Hamzawi, noto intellettuale di area liberale, docente di scienze politiche all’Università del Cairo e fondatore del partito Misr al-Hurreya. Hamzawi esprime una netta condanna dell’attacco all’ambasciata israeliana.

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Il secondo articolo, anch’esso ospitato su al-Shorouq, è di Tamim al-Barghouthi, poeta, figlio della nota scrittrice egiziana Radwa Ashour e del poeta palestinese (profugo) Mourid al-Barghouthi. Tamim al-Barghouthi può definirsi come il tipico esempio di palestinese della diaspora di seconda generazione, che non ha mai potuto vivere sulla sua terra di origine. Il suo sostegno all’irruzione nell’ambasciata israeliana è privo di ambiguità.

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L’ultimo articolo, questa volta tradotto dall’inglese, è preso dal blog “The Arabist” di Issandr el-Amrani, scrittore e analista del Medio Oriente. Si può dire che l’opinione di el-Amrani sull’accaduto all’ambasciata israeliana sia un po’ una sintesi delle due precedenti: nessuna simpatia per Israele e la sua politica, ma netta condanna della violazione dell’ambasciata israeliana.

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Immagino che alcuni saranno turbati dai toni forti usati in alcuni casi nei confronti di Israele. Non voglio entrare nel merito, tuttavia mi limito a consigliare a queste persone di ascoltare con attenzione. Piaccia o non piaccia, questi toni e queste opinioni non rappresentano una minoranza nel mondo arabo. Tutt’altro. Non serve ignorarle, non serve reprimerle, non serve condannarle (si è sempre fatto e la situazione si è solo aggravata). Sarebbe un grave errore squalificarle sbrigativamente come fanatismo, innata predisposizione all’aggressività nei confronti di Israele o mancanza di autocritica. A queste posizioni, invece, se non vogliamo finire tutti nei guai, bisognerà dare una risposta ragionevole, giusta e concreta, come vado dicendo da tempo. Non c’è altra via, non si può aggirare lo scoglio. Non ci si può più nascondere dietro pur lodevoli dialoghi e iniziative di pace edulcorate che tranquillizzano le coscienze, ma non mutano sostanzialmente la situazione. La situazione, ora, è mutata da sé e noi dobbiamo prenderne atto. La posta in gioco è la vita di tantissime persone. Il mio è un semplice consiglio di osservatrice del mondo arabo, poi si può continuare a chiudere gli occhi, accusando chi punta il dito sulla piaga di essere violento, non dialogante, antisemita e tutto il corredo di accuse che si sente rivolgere chi cerca di comprendere la prospettiva degli arabi sulla questione palestinese (e su tante altre questioni). O chi denuncia apertamente delle ingiustize evidenti.

Chi pensa che la questione dell'irruzione nell'ambasciata israeliana sia ormai dimenticata si sbaglia di grosso. Dopo un'incessante dibattere sull'identità degli autori dell'irruzione, venti movimenti politici hanno deciso di venire allo scoperto, rivendicando la paternità dell'azione e esprimendo solidarietà agli arrestati. Non sono gruppi di primo piano sulla scena pubblica, ma è interessante notarne la variegatezza. [caption id="attachment_779" align="alignright" width="300"] I documenti dell'ambasciata israeliana che volano per aria[/caption] I nomi parlano da soli sul loro orientamento politico: Socialisti Rivoluzionari, "No ai processi militari", Kifaya (questo è l'unico movimento famoso), Movimento dei Rivoluzionari Liberi, Movimento degli Egiziani Anti-sionisti, Democrazia Popolare Egiziana, Movimento dei Rivoluzionari di Gennaio per la Libertà e la Resistenza, Comitati Popolari per la Difesa della Rivoluzione, Movimento dei Giovani della Rivoluzione Araba (notare il singolare), Movimento "La voce della piazza", Partito Laburista Democratico, Partito Laburista Islamico, Partito dell'Unione Araba, Centro Nazionale per i Comitati Popolari, Comitato Egiziano contro il Colonialismo e il Sionismo, Fronte Arabo Islamico per il Sostegno della Palestina, Movimento Bidaya (Inizio), Movimento Mish Wasiya. L'incidente all'ambasciata israeliana mi fornisce anche l'occasione per dare un esempio del dibattito in corso in Egitto sulle relazioni con Israele, oggetto di molte domande dall'inizio della rivoluzione. Vi propongo la lettura di tre articoli che esprimono opinioni diverse sull'irruzione nell'ambasciata israeliana e suppergiù coprono l'intero "spettro" dei diversi punti di vista in Egitto. Ho volutamente tralasciato le opinioni degli islamisti, per mostrare come la questione non abbia nulla a che vedere con la religione, esistendo anche all'interno dell'area laica una grande diversità di vedute, alcune delle quali molto vicine alle posizioni degli islamisti. Il primo articolo, comparso sul quotidiano al-Shorouq, è di Amr Hamzawi, noto intellettuale di area liberale, docente di scienze politiche all'Università del Cairo e fondatore del partito Misr al-Hurreya. Hamzawi esprime una netta condanna dell'attacco all'ambasciata israeliana. Scarica il PDF Il secondo articolo, anch'esso ospitato su al-Shorouq, è di Tamim al-Barghouthi, poeta, figlio della nota scrittrice egiziana Radwa Ashour e del poeta palestinese (profugo) Mourid al-Barghouthi. Tamim al-Barghouthi può definirsi come il tipico esempio di palestinese della diaspora di seconda generazione, che non ha mai potuto vivere sulla sua terra di origine. Il suo sostegno all'irruzione nell'ambasciata israeliana è privo di ambiguità. Scarica il PDF L'ultimo articolo, questa volta tradotto dall'inglese, è preso dal blog "The Arabist" di Issandr el-Amrani, scrittore e analista del Medio Oriente. Si può dire che l'opinione di el-Amrani sull'accaduto all'ambasciata israeliana sia un po' una sintesi delle due precedenti: nessuna simpatia per Israele e la sua politica, ma netta condanna della violazione dell'ambasciata israeliana. Scarica il PDF Immagino che alcuni saranno turbati dai toni forti usati in alcuni casi nei confronti di Israele. Non voglio entrare nel merito, tuttavia mi limito a consigliare a queste persone di ascoltare con attenzione. Piaccia o non piaccia, questi toni e queste opinioni non rappresentano una minoranza nel mondo arabo. Tutt'altro. Non serve ignorarle, non serve reprimerle, non serve condannarle (si è sempre fatto e la situazione si è solo aggravata). Sarebbe un grave errore squalificarle sbrigativamente come fanatismo, innata predisposizione all'aggressività nei confronti di Israele o mancanza di autocritica. A queste posizioni, invece, se non vogliamo finire tutti nei guai, bisognerà dare una risposta ragionevole, giusta e concreta, come vado dicendo da tempo. Non c'è altra via, non si può aggirare lo scoglio. Non ci si può più nascondere dietro pur lodevoli dialoghi e iniziative di pace edulcorate che tranquillizzano le coscienze, ma non mutano sostanzialmente la situazione. La situazione, ora, è mutata da sé e noi dobbiamo prenderne atto. La posta in gioco è la vita di tantissime persone. Il mio è un semplice consiglio di osservatrice del mondo arabo, poi si può continuare a chiudere gli occhi, accusando chi punta il dito sulla piaga di essere violento, non dialogante, antisemita e tutto il corredo di accuse che si sente rivolgere chi cerca di comprendere la prospettiva degli arabi sulla questione palestinese (e su tante altre questioni). O chi denuncia apertamente delle ingiustize evidenti.