Blogger incarcerato in fin di vita
Radio Beckwith evangelica

La questione dei diritti umani torna prepotentemente alla ribalta in questi giorni. Non passa giornata senza il racconto di qualche nuovo sopruso. Oggi è spuntato un video che testimonia un caso di tortura a Daqahliya, nel quale si vedono tre detenuti seviziati da uomini della polizia e dell’esercito.

La magistratura militare, con slancio democratico, ha subito annunciato che avvierà un’indagine, tuttavia nessuno crede veramente che si giungerà a qualche conclusione. Si apettano ancora i risultati delle inchieste di altri casi di tortura, come i famosi “test di verginità”.

Ciò che più rattrista è vedere quanto la cultura dei diritti umani sia misconosciuta, visto la discussione scoppiata oggi sui social networks a proposito di questo video. Tutto è iniziato con le dichiarazioni di una presentatrice televisiva in favore della tortura per detenuti non politici. Le affermazioni della “diva” hanno suscitato un vespaio di proteste, ma purtroppo hanno trovato anche molti sostenitori. Troppi.

Ma il caso che più preoccupa è quello del blogger Maikel Nabil, il primo prigioniero di coscienza del dopo-Mubarak, del cui arresto avevo parlato mesi fa. Maikel Nabil è in carcere dal 28 marzo, condannato da un tribunale militare a scontare tre anni per aver insultato le forze armate. Nabil, infatti, è stato tra i primi a denunciare nel suo blog le torture dei militari, quando ancora molti li osannavano. Tuttavia, al contrario di altri attivisti arrestati successivamente e poi rilasciati, come Asmaa Mahfouz e Louai Nagati, lui è stato duramente condannato. Per protesta, Maikel Nabil ha allora iniziato uno sciopero della fame che oggi ha raggiunto il trentaseiesimo giorno. Per ora non è servito a nulla. Il ragazzo è in fin di vita, secondo i medici. Non gli restano che pochi giorni, se non sarà soccroso, ma i militari non autorizzano il suo trasferimento in ospedale, neanche tenendo conto che il 4 ottobre si terrà il processo di appello. La famiglia di Maikel Nabil sta facendo di tutto per fargli avere le cure mediche che necessita, subendo inoltre costanti minacce. Ma niente, nulla si smuove.

Uno squalo (lo stato di emergenza) che dice all’uomo con il cartello (con su scritto “25 gennaio”): “Non aver paura… Hai mai sentito in vita tua di un pescecane che ha mangiato una persona?”.

Ciò che fa più rabbia è vedere la scarsa mobilitazione dell’opinione pubblica e degli attivisti che, per altri casi come questo, hanno smosso le montagne. La sfortuna di Maikel Nabil, infatti, è che le sue idee sono impopolari. Non è islamista, dunque non ha l’appoggio dei militanti dell’islam radicale. Non pare essere nemmeno di sinistra, né ha mai nascosto la sua apertura nei confronti di Israele, dunque non trova grande sostegno neanche nella società laica. Inoltre, ancor peggio, sembra essere un pacifista obiettore di coscienza. Si dice, infatti, che abbia rifiutato di prestare servizio nell’esercito e questo, per molti egiziani, è un torto gravissimo. Che Dio lo aiuti, o chiunque sia in grado di farlo.

Quanto è difficile, si diceva, affermare la cultura dei diritti umani, valida per tutti, indipendentemente dalle opinioni di ciascuno. E sì che – come ha fatto notare Rami Yaacoub – ciò che sta succedendo a Maikel Nabil rappresenta il probabile futuro di molti altri blogger e attivisti. Ma – come hanno fatto notare altri – questo è il risultato di decenni di regime di Mubarak, che ha reso le torture comuni e accettabili, all’insegna del mito della sicurezza e della stabilità.

Se non altro, tuttavia, un briciolo di giustizia oggi è stata ristabilita. L’ex Ministro dell’Informazione Anas al-Fiqqi è stato condannato a sette anni di carcere per sperpero di denaro pubblico, assieme al suo assistente Osama al-Sheykh (cinque anni). Continuano invece gli scioperi, coordinati dalla Federazione Egiziana Indipendente dei Sindacati, nata a gennaio. Lo sciopero dei trasporti, che secondo il governo sembrava essere stato sospeso, è invece ripreso. Scesi in piazza persino i poliziotti di Maadi, a sud del Cairo, per protestare contro l’aumento di ore del turno di lavoro.

La questione dei diritti umani torna prepotentemente alla ribalta in questi giorni. Non passa giornata senza il racconto di qualche nuovo sopruso. Oggi è spuntato un video che testimonia un caso di tortura a Daqahliya, nel quale si vedono tre detenuti seviziati da uomini della polizia e dell'esercito. La magistratura militare, con slancio democratico, ha subito annunciato che avvierà un'indagine, tuttavia nessuno crede veramente che si giungerà a qualche conclusione. Si apettano ancora i risultati delle inchieste di altri casi di tortura, come i famosi "test di verginità". Ciò che più rattrista è vedere quanto la cultura dei diritti umani sia misconosciuta, visto la discussione scoppiata oggi sui social networks a proposito di questo video. Tutto è iniziato con le dichiarazioni di una presentatrice televisiva in favore della tortura per detenuti non politici. Le affermazioni della "diva" hanno suscitato un vespaio di proteste, ma purtroppo hanno trovato anche molti sostenitori. Troppi. Ma il caso che più preoccupa è quello del blogger Maikel Nabil, il primo prigioniero di coscienza del dopo-Mubarak, del cui arresto avevo parlato mesi fa. Maikel Nabil è in carcere dal 28 marzo, condannato da un tribunale militare a scontare tre anni per aver insultato le forze armate. Nabil, infatti, è stato tra i primi a denunciare nel suo blog le torture dei militari, quando ancora molti li osannavano. Tuttavia, al contrario di altri attivisti arrestati successivamente e poi rilasciati, come Asmaa Mahfouz e Louai Nagati, lui è stato duramente condannato. Per protesta, Maikel Nabil ha allora iniziato uno sciopero della fame che oggi ha raggiunto il trentaseiesimo giorno. Per ora non è servito a nulla. Il ragazzo è in fin di vita, secondo i medici. Non gli restano che pochi giorni, se non sarà soccroso, ma i militari non autorizzano il suo trasferimento in ospedale, neanche tenendo conto che il 4 ottobre si terrà il processo di appello. La famiglia di Maikel Nabil sta facendo di tutto per fargli avere le cure mediche che necessita, subendo inoltre costanti minacce. Ma niente, nulla si smuove. [caption id="attachment_826" align="alignleft" width="300"] Uno squalo (lo stato di emergenza) che dice all'uomo con il cartello (con su scritto "25 gennaio"): "Non aver paura... Hai mai sentito in vita tua di un pescecane che ha mangiato una persona?".[/caption] Ciò che fa più rabbia è vedere la scarsa mobilitazione dell'opinione pubblica e degli attivisti che, per altri casi come questo, hanno smosso le montagne. La sfortuna di Maikel Nabil, infatti, è che le sue idee sono impopolari. Non è islamista, dunque non ha l'appoggio dei militanti dell'islam radicale. Non pare essere nemmeno di sinistra, né ha mai nascosto la sua apertura nei confronti di Israele, dunque non trova grande sostegno neanche nella società laica. Inoltre, ancor peggio, sembra essere un pacifista obiettore di coscienza. Si dice, infatti, che abbia rifiutato di prestare servizio nell'esercito e questo, per molti egiziani, è un torto gravissimo. Che Dio lo aiuti, o chiunque sia in grado di farlo. Quanto è difficile, si diceva, affermare la cultura dei diritti umani, valida per tutti, indipendentemente dalle opinioni di ciascuno. E sì che - come ha fatto notare Rami Yaacoub - ciò che sta succedendo a Maikel Nabil rappresenta il probabile futuro di molti altri blogger e attivisti. Ma - come hanno fatto notare altri - questo è il risultato di decenni di regime di Mubarak, che ha reso le torture comuni e accettabili, all'insegna del mito della sicurezza e della stabilità. Se non altro, tuttavia, un briciolo di giustizia oggi è stata ristabilita. L'ex Ministro dell'Informazione Anas al-Fiqqi è stato condannato a sette anni di carcere per sperpero di denaro pubblico, assieme al suo assistente Osama al-Sheykh (cinque anni). Continuano invece gli scioperi, coordinati dalla Federazione Egiziana Indipendente dei Sindacati, nata a gennaio. Lo sciopero dei trasporti, che secondo il governo sembrava essere stato sospeso, è invece ripreso. Scesi in piazza persino i poliziotti di Maadi, a sud del Cairo, per protestare contro l'aumento di ore del turno di lavoro.