La testimonianza di alcuni copti sul dialogo con i musulmani
Radio Beckwith evangelica

Recentemente sono stata inviata ad Amman, in rappresentanza della chiesa valdese, per partecipare a un meeting di cristiani del Medio Oriente, impegnati in un programma triennale per promuovere una relazione sana tra stato e religione, tema divenuto tanto più attuale con le rivolte arabe. Tra i convenuti vi era anche una delegazione di cristiani egiziani, che hanno portato la loro esperienza e le loro preziose testimonianze, le quali mi hanno convinto ancora una volta – se mai ce ne fosse stato bisogno – che il nostro discorso sui cristiani del Medio Oriente, e sul Medio Oriente nel suo complesso, deve urgentemente cambiare. 
Dai cristiani lì riuniti mi aspettavo una lunga serie di lamentele, denunce e richieste di aiuti. Invece, sebbene i seri problemi di cui soffrono siano stati quasi tutti menzionati, con molta sobrietà, non ho avvertito traccia di vittismo. Anzi, ho ascoltato autocritiche, denunce di connivenza delle proprie gerarchie con i regimi arabi, analisi complesse delle tensioni religiose, il rifiuto di essere strumentalizzati per demonizzare i musulmani e il desiderio di procedere assieme a questi ultimi, mano nella mano, nella costruzione di nuove società democratiche, limitando il più possibile l’interferenza delle chiese occidentali. Insomma, un atteggiamento maturo e consapevole.

Ci sarebbe molto altro da dire, ma qui ci interessa la situazione egiziana. Data la presenza ad Amman di alcuni cristiani egiziani, non potevo non approfittare dell’occasione per far loro alcune domande. In particolare, tra loro era presente Ekram Lamie, pastore presbiteriano, che mi ha incuriosito menzionando un’iniziativa di dialogo con i salafiti, promossa dalla sua chiesa. Gli ho dunque chiesto di raccontarmi qualcosa di più.

La conferenza, tenutasi dal 23 al 25 settembre, è stata organizzata dal Sinodo del Nilo e dal Council of Dialogue and International Relationship, organismo appena nato all’interno della chiesa presbiteriana egiziana. Gli invitati erano rappresentanti dei Fratelli Musulmani, leader salafiti, il Ministro della Cultura, l’Ambasciatore del Vaticano, vari leader delle chiese ortodossa, cattolica ed evangelica, alcuni imam e un rappresentante di al-Azhar (Mahmoud Azab). In tutto, centocinquanta partecipanti, all’hotel Movenpick. Il tema in discussione era “il dialogo religioso e la società civile”.

Ekram racconta che c’è stato un dibattito serrato con i salafiti, a proposito della loro idea di società islamica che vede i cristiani come dei protetti. I cristiani hanno anche denunciato gli episodi di discriminazione perpetrati nei loro confronti da alcuni salafiti. Tuttavia – e questa è la nota più positiva – la discussione, benché dura, è stata aperta e sincera, lasciando ben sperare. Il prossimo progetto del Council of Dialogue and International Relationship sarà quello di recarsi in Alto Egitto, dove le tensioni settarie sono maggiori, per fornire ai pastori il training necessario per dialogare con gli imam e le comunità islamiche locali.

Questo lavoro di dialogo e ricucitura di rapporti tra musulmani e cristiani sta assumendo grande rilevanza. Nessuno lo dice, ma quando accade qualche incidente settario, vi sono cristiani e musulmani, dotati di autorità o quotidianamente impegnati nel dialogo, che accorrono per favorire la riconciliazione.

Ekram dice ancora che, dopo la rivoluzione, i cristiani non hanno più remore a parlare. E, come ha fatto notare un’altra partecipante egiziana, prima i cristiani manifestavano tra le mura della Cattedrale, ora invece scendono in strada assieme a tutti gli altri.

Ho chiesto a Ekram chi sono quei cristiani che hanno accettato di far parte dei partiti salafiti. Mi ha risposto che non lo sa con certezza. Il suo sospetto, tuttavia, è che questi cristiani, in posizione di grande debolezza, abbiano subito forti pressioni per entrare in tali partiti, i quali li sfruttano per aggirare la legge che vieta la costituzione di formazioni politiche su base religiosa. Diverso il discorso per Libertà e Giustizia, il partito ufficiale della Fratellanza Musulmana, nel quale diversi cristiani sono entrati con piena consapevolezza. Il vice presidente del partito, ad esempio, Rafiq Habib, un copto, è addirittura il teorico dell’identità islamica dei cristiani in Medio Oriente, un tema che è emerso anche nelle parole di alcuni altri cristiani presenti al meeting di Amman.

Per finire, Ekram confessa che l’emigrazione dei cristiani dall’Egitto, dopo la rivoluzione, è cresciuta. Circa 93.000 cristiani hanno lasciato il paese, in parte per ragioni economiche e in parte per paura dei salafiti. Molti già pensavano all’emigrazione, ma la rivoluzione ha dato loro l’ultima spinta.

A proposito degli incidenti a sfondo religioso che riguardano la distruzione di alcune chiese (era appena stata attaccata la chiesa di Aswan), ho ascoltato invece la testimonianza di Emile Zaki, un altro pastore presbiteriano originario di Qena, nell’Alto Egitto. Appena ho menzionato l’incidente di Aswan, mi ha subito spiazzata. Mi ha confessato che spesso sono “quelli di Alessandria”, pieni di soldi, che sponsorizzano la costruzione di vere e proprie cattedrali in paesini minuscoli, dove la comunità di cristiani, estremamente poveri, è sparuta. Ciò fa infuriare la comunità musulmana, altrettanto povera, che vede spendere gran quantità di soldi in costruzioni per nulla rispettose del tessuto sociale locale. E questo sembra proprio essere uno dei più gravi problemi all’origine dei conflitti settari: interventi grossolani, politici o di altro tipo, che alterano l’antico equilibrio delle comunità miste nell’Alto Egitto.

Emile mi racconta poi un’altra storia, che esemplifica pienamente che cosa intendo per “equilibrio” delle comunità miste. Suo padre era il pastore di un villaggio dell’Alto Egitto e la chiesa dirigeva anche una scuola, frequentata ugualmente da cristiani e musulmani, perché non esisteva nessun’altra struttura educativa. Le scuole cristiane, in Egitto, sono sempre state garanzia di qualità. Recentemente, la chiesa che ospitava la scuola ha avuto bisogno di restauri, anzi di una vera e propria ricostruzione. Ciò significa, oggi, dover richiedere permessi e affrontare una lenta e reticente burocrazia, con il pericolo aggiuntivo di suscitare le proteste dei musulmani. Effettivamente, un parlamentare, venuto a conoscenza della cosa, ha ordinato l’arresto dei lavori. Tuttavia, non era come si pensava. Il parlamentare, musulmano, era un ex allievo della scuola e, in segno di gratitudine, voleva pagare tutte le spese dei lavori, che sono preoseguiti anche senza permesso. Ma la mancanza dell’autorizzazione non ha costituito alcun problema, perché i musulmani locali si sono impegnati a proteggere la chiesa. Tutta la comunità ha dunque riconosciuto il valore della presenza cristiana nel piccolo villaggio. E Emile, figlio del vecchio pastore, è stato invitato all’inaugurazione.

Questo, per me, è il vero spirito dell’Egitto, che deve vincere ogni tentazione settaria.

Recentemente sono stata inviata ad Amman, in rappresentanza della chiesa valdese, per partecipare a un meeting di cristiani del Medio Oriente, impegnati in un programma triennale per promuovere una relazione sana tra stato e religione, tema divenuto tanto più attuale con le rivolte arabe. Tra i convenuti vi era anche una delegazione di cristiani egiziani, che hanno portato la loro esperienza e le loro preziose testimonianze, le quali mi hanno convinto ancora una volta - se mai ce ne fosse stato bisogno - che il nostro discorso sui cristiani del Medio Oriente, e sul Medio Oriente nel suo complesso, deve urgentemente cambiare.  Dai cristiani lì riuniti mi aspettavo una lunga serie di lamentele, denunce e richieste di aiuti. Invece, sebbene i seri problemi di cui soffrono siano stati quasi tutti menzionati, con molta sobrietà, non ho avvertito traccia di vittismo. Anzi, ho ascoltato autocritiche, denunce di connivenza delle proprie gerarchie con i regimi arabi, analisi complesse delle tensioni religiose, il rifiuto di essere strumentalizzati per demonizzare i musulmani e il desiderio di procedere assieme a questi ultimi, mano nella mano, nella costruzione di nuove società democratiche, limitando il più possibile l'interferenza delle chiese occidentali. Insomma, un atteggiamento maturo e consapevole. Ci sarebbe molto altro da dire, ma qui ci interessa la situazione egiziana. Data la presenza ad Amman di alcuni cristiani egiziani, non potevo non approfittare dell'occasione per far loro alcune domande. In particolare, tra loro era presente Ekram Lamie, pastore presbiteriano, che mi ha incuriosito menzionando un'iniziativa di dialogo con i salafiti, promossa dalla sua chiesa. Gli ho dunque chiesto di raccontarmi qualcosa di più. La conferenza, tenutasi dal 23 al 25 settembre, è stata organizzata dal Sinodo del Nilo e dal Council of Dialogue and International Relationship, organismo appena nato all'interno della chiesa presbiteriana egiziana. Gli invitati erano rappresentanti dei Fratelli Musulmani, leader salafiti, il Ministro della Cultura, l'Ambasciatore del Vaticano, vari leader delle chiese ortodossa, cattolica ed evangelica, alcuni imam e un rappresentante di al-Azhar (Mahmoud Azab). In tutto, centocinquanta partecipanti, all'hotel Movenpick. Il tema in discussione era "il dialogo religioso e la società civile". Ekram racconta che c'è stato un dibattito serrato con i salafiti, a proposito della loro idea di società islamica che vede i cristiani come dei protetti. I cristiani hanno anche denunciato gli episodi di discriminazione perpetrati nei loro confronti da alcuni salafiti. Tuttavia - e questa è la nota più positiva - la discussione, benché dura, è stata aperta e sincera, lasciando ben sperare. Il prossimo progetto del Council of Dialogue and International Relationship sarà quello di recarsi in Alto Egitto, dove le tensioni settarie sono maggiori, per fornire ai pastori il training necessario per dialogare con gli imam e le comunità islamiche locali. Questo lavoro di dialogo e ricucitura di rapporti tra musulmani e cristiani sta assumendo grande rilevanza. Nessuno lo dice, ma quando accade qualche incidente settario, vi sono cristiani e musulmani, dotati di autorità o quotidianamente impegnati nel dialogo, che accorrono per favorire la riconciliazione. Ekram dice ancora che, dopo la rivoluzione, i cristiani non hanno più remore a parlare. E, come ha fatto notare un'altra partecipante egiziana, prima i cristiani manifestavano tra le mura della Cattedrale, ora invece scendono in strada assieme a tutti gli altri. Ho chiesto a Ekram chi sono quei cristiani che hanno accettato di far parte dei partiti salafiti. Mi ha risposto che non lo sa con certezza. Il suo sospetto, tuttavia, è che questi cristiani, in posizione di grande debolezza, abbiano subito forti pressioni per entrare in tali partiti, i quali li sfruttano per aggirare la legge che vieta la costituzione di formazioni politiche su base religiosa. Diverso il discorso per Libertà e Giustizia, il partito ufficiale della Fratellanza Musulmana, nel quale diversi cristiani sono entrati con piena consapevolezza. Il vice presidente del partito, ad esempio, Rafiq Habib, un copto, è addirittura il teorico dell'identità islamica dei cristiani in Medio Oriente, un tema che è emerso anche nelle parole di alcuni altri cristiani presenti al meeting di Amman. Per finire, Ekram confessa che l'emigrazione dei cristiani dall'Egitto, dopo la rivoluzione, è cresciuta. Circa 93.000 cristiani hanno lasciato il paese, in parte per ragioni economiche e in parte per paura dei salafiti. Molti già pensavano all'emigrazione, ma la rivoluzione ha dato loro l'ultima spinta. A proposito degli incidenti a sfondo religioso che riguardano la distruzione di alcune chiese (era appena stata attaccata la chiesa di Aswan), ho ascoltato invece la testimonianza di Emile Zaki, un altro pastore presbiteriano originario di Qena, nell'Alto Egitto. Appena ho menzionato l'incidente di Aswan, mi ha subito spiazzata. Mi ha confessato che spesso sono "quelli di Alessandria", pieni di soldi, che sponsorizzano la costruzione di vere e proprie cattedrali in paesini minuscoli, dove la comunità di cristiani, estremamente poveri, è sparuta. Ciò fa infuriare la comunità musulmana, altrettanto povera, che vede spendere gran quantità di soldi in costruzioni per nulla rispettose del tessuto sociale locale. E questo sembra proprio essere uno dei più gravi problemi all'origine dei conflitti settari: interventi grossolani, politici o di altro tipo, che alterano l'antico equilibrio delle comunità miste nell'Alto Egitto. Emile mi racconta poi un'altra storia, che esemplifica pienamente che cosa intendo per "equilibrio" delle comunità miste. Suo padre era il pastore di un villaggio dell'Alto Egitto e la chiesa dirigeva anche una scuola, frequentata ugualmente da cristiani e musulmani, perché non esisteva nessun'altra struttura educativa. Le scuole cristiane, in Egitto, sono sempre state garanzia di qualità. Recentemente, la chiesa che ospitava la scuola ha avuto bisogno di restauri, anzi di una vera e propria ricostruzione. Ciò significa, oggi, dover richiedere permessi e affrontare una lenta e reticente burocrazia, con il pericolo aggiuntivo di suscitare le proteste dei musulmani. Effettivamente, un parlamentare, venuto a conoscenza della cosa, ha ordinato l'arresto dei lavori. Tuttavia, non era come si pensava. Il parlamentare, musulmano, era un ex allievo della scuola e, in segno di gratitudine, voleva pagare tutte le spese dei lavori, che sono preoseguiti anche senza permesso. Ma la mancanza dell'autorizzazione non ha costituito alcun problema, perché i musulmani locali si sono impegnati a proteggere la chiesa. Tutta la comunità ha dunque riconosciuto il valore della presenza cristiana nel piccolo villaggio. E Emile, figlio del vecchio pastore, è stato invitato all'inaugurazione. Questo, per me, è il vero spirito dell'Egitto, che deve vincere ogni tentazione settaria.