Libia e Tunisia riaccendono la speranza egiziana
Radio Beckwith evangelica

L’attenzione dell’Egitto, da ieri, è quasi interamente rivolta alla Libia, ma anche alla Tunisia, perché i tunisini residenti all’estero hanno cominciato a votare per le elezioni dell’Assemblea Costituente. Per quanto riguarda la LIbia, nonostante le immagini raccapriccianti della cattura e dell’uccisione di Gheddafi, gli egiziani hanno gioito per la fine del dittatore. “Uno in meno, Asad e Saleh sono avvertiti” – questo era il sentimento più diffuso ieri.

Molti, tuttavia, hanno anche espresso forte preoccupazione per il ruolo futuro della NATO nella regione, per nulla felici di questo “vicino” scomodo. Altri invece – una minoranza però – avrebbero preferito un processo per Gheddafi. La gioia e la speranza, comunque, alla fine hanno preso il sopravvento. Il punto è che qualunque progresso abbia luogo nelle rivolte arabe, in qualunque paese, questo ha ripercussioni positive su tutti gli altri, se non altro a livello emotivo. Ogni paese arabo è diverso dagli altri, certo. Tuttavia l’interconnessione è forte, specialmente ora. La riuscita democratica di Tunisia ed Egitto è determinante per tutto il mondo arabo, ma la riuscita di altri paesi nella regione è ugualmente determinante per Tunisia ed Egitto.

E a proposito di Tunisia, dicevamo, ieri sono iniziate le elezioni per l’Assemblea Costituente, con le votazioni dei tunisini all’estero. Gli egiziani sono pienamente partecipi, empaticamente e fisicamente. Il nostro amico giudice Hossam Mikawi, ad esempio, è partito per la Tunisia con la delegazione di Jimmy Carter per svolgere il ruolo di osservatore e imparare dall’esperienza tunisina. In effetti, molti egiziani guardano con un po’ di invidia alla Tunisia, che è riuscita a imporre una tabella di marcia democratica per molti versi più logica di quella egiziana: prima la nuova Costituzione, poi le elezioni del Parlamento. Inoltre, la Tunisia ha ottenuto altri due importanti risultati che l’Egitto, per ora, ha mancato: il voto dei residenti all’estero e la presenza di osservatori internazionali alle elezioni. Ma in realtà non è invidia quella che provano gli egiziani nei confronti dei tunisini. E’ grande solidarietà e partecipazione. Come ho già detto, qualunque cosa buona avvenga in un paese arabo, oggi ha forti ripercussioni anche sugli altri.

In Egitto, intanto, continua la lotta contro il vecchio regime. Continuano politiche dure a morire, come la censura ad esempio. Ieri sera è stata impedita la messa in onda di un programma che avrebbe dovuto ospitare lo scrittore Alaa al-Aswani, per discutere dell’intervista rilasciata da due generali sul massacro dei copti (della quale ho parlato nella precedente newsletter). Il programma è stato cancellato per il veto – pare – posto dal Consiglio Militare. E a proposito di politiche del vecchio regime, giorni fa è tornato a casa il medico, uno dei leader dello sciopero degli ospedalieri, che era misteriosamente scomparso. Era stato rapito da “autorità sconosciute” che lo hanno interrogato per giorni e poi lasciato andare, per fortuna senza torture (almeno pare, perché il medico non ha rilasciato molte dichiarazioni). E’ inquietante che questo tipo di rapimenti continuino ad avvenire anche dopo la rivoluzione. E non si sa nemmeno chi siano gli autori. La “nuova” Sicurezza di Stato?

Spunta, invece, una nuova inchiesta svizzera sulla famiglia Mubarak (della quale si parla di meno, ultimamente). L’indagine riguarda soprattutto Gamal, che sarebbe coinvolto nel riciclaggio di denaro sporco. Inoltre, risulterebbe che l’ex rampollo Mubarak possieda numerose quote in varie imprese statunitensi ed europee. E parlando di corruzione, gli operai Telecom – come c’era da aspettarsi – non si sono accontentati dell’imposizione del tetto massimo allo stipendio dei loro manager. Insistono infatti per le loro dimissioni, oltre che sulla scarcerazione dei loro colleghi, arrestati per aver sequestrato l’amministratore delegato. Ventun operai sono in sciopero della fame, un’arma di protesta che sembra essere tornata prepotentemente di moda.

Ma chissà cosa succederà agli scioperi all’avvicinarsi delle elezioni, visto che il governo ha dato ampi poteri al Ministero degli Interni per assicurare lo svolgimento pacifico delle votazioni, chiedendo anche esplicitamente l’applicazione della legge anti-sciopero. Intanto, domani è prevista la marcia degli avvocati, sempre in guerra contro i giudici. Non c’è nulla che resti immobile in Egitto di questi tempi.

L'attenzione dell'Egitto, da ieri, è quasi interamente rivolta alla Libia, ma anche alla Tunisia, perché i tunisini residenti all'estero hanno cominciato a votare per le elezioni dell'Assemblea Costituente. Per quanto riguarda la LIbia, nonostante le immagini raccapriccianti della cattura e dell'uccisione di Gheddafi, gli egiziani hanno gioito per la fine del dittatore. "Uno in meno, Asad e Saleh sono avvertiti" - questo era il sentimento più diffuso ieri. Molti, tuttavia, hanno anche espresso forte preoccupazione per il ruolo futuro della NATO nella regione, per nulla felici di questo "vicino" scomodo. Altri invece - una minoranza però - avrebbero preferito un processo per Gheddafi. La gioia e la speranza, comunque, alla fine hanno preso il sopravvento. Il punto è che qualunque progresso abbia luogo nelle rivolte arabe, in qualunque paese, questo ha ripercussioni positive su tutti gli altri, se non altro a livello emotivo. Ogni paese arabo è diverso dagli altri, certo. Tuttavia l'interconnessione è forte, specialmente ora. La riuscita democratica di Tunisia ed Egitto è determinante per tutto il mondo arabo, ma la riuscita di altri paesi nella regione è ugualmente determinante per Tunisia ed Egitto. E a proposito di Tunisia, dicevamo, ieri sono iniziate le elezioni per l'Assemblea Costituente, con le votazioni dei tunisini all'estero. Gli egiziani sono pienamente partecipi, empaticamente e fisicamente. Il nostro amico giudice Hossam Mikawi, ad esempio, è partito per la Tunisia con la delegazione di Jimmy Carter per svolgere il ruolo di osservatore e imparare dall'esperienza tunisina. In effetti, molti egiziani guardano con un po' di invidia alla Tunisia, che è riuscita a imporre una tabella di marcia democratica per molti versi più logica di quella egiziana: prima la nuova Costituzione, poi le elezioni del Parlamento. Inoltre, la Tunisia ha ottenuto altri due importanti risultati che l'Egitto, per ora, ha mancato: il voto dei residenti all'estero e la presenza di osservatori internazionali alle elezioni. Ma in realtà non è invidia quella che provano gli egiziani nei confronti dei tunisini. E' grande solidarietà e partecipazione. Come ho già detto, qualunque cosa buona avvenga in un paese arabo, oggi ha forti ripercussioni anche sugli altri. In Egitto, intanto, continua la lotta contro il vecchio regime. Continuano politiche dure a morire, come la censura ad esempio. Ieri sera è stata impedita la messa in onda di un programma che avrebbe dovuto ospitare lo scrittore Alaa al-Aswani, per discutere dell'intervista rilasciata da due generali sul massacro dei copti (della quale ho parlato nella precedente newsletter). Il programma è stato cancellato per il veto - pare - posto dal Consiglio Militare. E a proposito di politiche del vecchio regime, giorni fa è tornato a casa il medico, uno dei leader dello sciopero degli ospedalieri, che era misteriosamente scomparso. Era stato rapito da "autorità sconosciute" che lo hanno interrogato per giorni e poi lasciato andare, per fortuna senza torture (almeno pare, perché il medico non ha rilasciato molte dichiarazioni). E' inquietante che questo tipo di rapimenti continuino ad avvenire anche dopo la rivoluzione. E non si sa nemmeno chi siano gli autori. La "nuova" Sicurezza di Stato? Spunta, invece, una nuova inchiesta svizzera sulla famiglia Mubarak (della quale si parla di meno, ultimamente). L'indagine riguarda soprattutto Gamal, che sarebbe coinvolto nel riciclaggio di denaro sporco. Inoltre, risulterebbe che l'ex rampollo Mubarak possieda numerose quote in varie imprese statunitensi ed europee. E parlando di corruzione, gli operai Telecom - come c'era da aspettarsi - non si sono accontentati dell'imposizione del tetto massimo allo stipendio dei loro manager. Insistono infatti per le loro dimissioni, oltre che sulla scarcerazione dei loro colleghi, arrestati per aver sequestrato l'amministratore delegato. Ventun operai sono in sciopero della fame, un'arma di protesta che sembra essere tornata prepotentemente di moda. Ma chissà cosa succederà agli scioperi all'avvicinarsi delle elezioni, visto che il governo ha dato ampi poteri al Ministero degli Interni per assicurare lo svolgimento pacifico delle votazioni, chiedendo anche esplicitamente l'applicazione della legge anti-sciopero. Intanto, domani è prevista la marcia degli avvocati, sempre in guerra contro i giudici. Non c'è nulla che resti immobile in Egitto di questi tempi.