L’Egitto di fronte al successo degli islamisti in Tunisia
Radio Beckwith evangelica

In Egitto, come da noi, si commentano le elezioni in Tunisia e i primi passi della nuova fase politica in Libia. E come da noi – anzi, forse ancora di più che da noi – infuria il dibattito sulla vittoria degli islamisti di al-Nahda e sulla dichiarazione libica di voler prendere la sharia a base della legislazione del paese. In realtà, per quanto riguarda l’intento libico, gli egiziani non si sono scomposti più di tanto.

L’Egitto strattonato da tutte le parti

La sharia, infatti, è da decenni la fonte primaria della legislazione del loro paese, come stabilito dall’articolo 2 della Costituzione, e nessuno è seriamente intenzionato a modificare la situazione. Il problema è piuttosto nell’interpretazione e nell’implementazione di tale articolo.

Per quanti riguarda i risultati elettorali della Tunisia, invece, il discorso è più vario. Nonostante continui il senso di ammirazione nei confronti dei tunisini per la prova appena passata, senza incidenti e notizie di grandi brogli, gli egiziani sono divisi nel commentare il successo degli islamisti di al-Nahda: c’è chi condanna, chi esulta, chi si dispera, chi si rifugia nelle analisi alla ricerca di una spiegazione oggettiva, chi non si sbilancia… Per parte mia, non sono né spaventata né stupita dai risultati della Tunisia. Il successo islamista, secondo me, era abbastanza scontato. Dopo tutto, democrazia e laicità sono state associate per decenni con dittature, elezioni falsificate, violazioni di diritti umani, appoggio dell’Occidente (anch’esso laico e democratico) a regimi oppressivi, interventi militari ingiustificati, e l’elenco potrebbe continuare. E, durante questi stessi decenni, gli islamisti hanno rappresentato l’unica vera opposizione ai regimi arabi, agli occhi dell’opinione pubblica, essendo anche vittime di una feroce repressione. Al tempo stesso, hanno lavorato nella società per sopperire all’assenza dello Stato per quanto riguarda i servizi base ai più deboli, come educazione e sanità. Le opposizioni laiche, al contrario, sono state spesso uno dei tanti strumenti di regime. La loro esistenza era utile alle dittature per darsi una patina democratica, ma fondamentalmente queste opposizioni erano colluse con i regimi. E’ chiaro, allora, che gli islamisti appaiano, agli occhi della maggioranza, i più “puliti” sull’attuale scena politica, oltre a essere da tempo ben strutturati e organizzati. Le nuove forze laiche, invece, sono state letteralmente sorprese dal successo delle rivoluzioni. Hanno dovuto intraprendere una folle corsa al recupero per organizzarsi e attivarsi all’interno della società. Stanno lavorando, ma ci vorrà del tempo. Intanto, gli islamisti dovranno vedersela con la prova del governo. Se faranno bene, tanto meglio. Se invece faranno male, potranno essere rimossi, a patto che prima – e questo è il punto dolente – si riescano a stabilire fermamente le regole base del gioco democratico, rendendo difficile il violarle per chiunque.

E’ su quest’ultimo punto che io ho molti timori. In Egitto, infatti, si sta mancando esattamente questo obiettivo. Il governo transitorio e il Consiglio Militare hanno sinora fallito nello stabilire le regole che garantiscono la democrazia, indipendentemente da chi avrà la maggioranza in Parlamento. Non ci si può fidare solo delle buone intenzioni delle singole forze politiche. Per questo dico che la partita decisiva, probabilmente, non si giocherà nelle elezioni, ma fuori dalle urne, nel conflitto tra la pressione della società civile che vuole il cambiamento – e lo chiede in ogni settore e istituzione – e la resistenza dell’impalcatura del vecchio regime, che permea ancora ogni ambiente.

Intanto, si è finalmente conclusa la registrazione delle candidature. In totale, si sono presentati 6700 candidati, 47 partiti e 4 coalizioni: il Blocco Egiziano (rimasto con tre partiti soltanto, appartenente alla sinistra liberale), la Coalizione Democratica (dominata dai Fratelli Musulmani), il Blocco Islamista (guidato dal partito salafita al-Nour) e l’Alleanza per la Rivoluzione Continua (coalizione principalmente costituita da giovani della rivoluzione). A ciò si aggiungono il Wafd e il Wasat, che correranno da soli. Molte forze politiche, tuttavia, per i motivi cui accenavo sopra, hanno optato per il boicottaggio delle elezioni. Tra queste vi è anche il Consiglio Nazionale, che rappresenta un centinaio di movimenti di ispirazione laica e di sindacati.  Di esso fanno parte anche gran parte dei copti e il Partito Comunista. Qualunque sarà il risultato delle elezioni, pertanto, bisognerà tener conto dell’auto-esclusione di queste forze. Saranno i prossimi mesi a dirci se la loro scelta sia stata quella giusta.

Nel frattempo, è giunta la notizia che Ahmed Shafiq, il Primo Ministro di Mubarak durante i diciotto giorni della rivoluzione, quello per le cui dimissioni si erano mobilitate le masse, si candiderà alla Presidenza. Ahimé.

La buona notizia è che un tribunale amministrativo ha concesso il diritto di voto agli egiziani all’estero, diritto, tra l’altro, garantito costituzionalmente. Non si sa ancora, tuttavia, se e come tale verdetto sarà implementato.

In Egitto, come da noi, si commentano le elezioni in Tunisia e i primi passi della nuova fase politica in Libia. E come da noi - anzi, forse ancora di più che da noi - infuria il dibattito sulla vittoria degli islamisti di al-Nahda e sulla dichiarazione libica di voler prendere la sharia a base della legislazione del paese. In realtà, per quanto riguarda l'intento libico, gli egiziani non si sono scomposti più di tanto. [caption id="attachment_904" align="alignright" width="300"] L'Egitto strattonato da tutte le parti[/caption] La sharia, infatti, è da decenni la fonte primaria della legislazione del loro paese, come stabilito dall'articolo 2 della Costituzione, e nessuno è seriamente intenzionato a modificare la situazione. Il problema è piuttosto nell'interpretazione e nell'implementazione di tale articolo. Per quanti riguarda i risultati elettorali della Tunisia, invece, il discorso è più vario. Nonostante continui il senso di ammirazione nei confronti dei tunisini per la prova appena passata, senza incidenti e notizie di grandi brogli, gli egiziani sono divisi nel commentare il successo degli islamisti di al-Nahda: c'è chi condanna, chi esulta, chi si dispera, chi si rifugia nelle analisi alla ricerca di una spiegazione oggettiva, chi non si sbilancia... Per parte mia, non sono né spaventata né stupita dai risultati della Tunisia. Il successo islamista, secondo me, era abbastanza scontato. Dopo tutto, democrazia e laicità sono state associate per decenni con dittature, elezioni falsificate, violazioni di diritti umani, appoggio dell'Occidente (anch'esso laico e democratico) a regimi oppressivi, interventi militari ingiustificati, e l'elenco potrebbe continuare. E, durante questi stessi decenni, gli islamisti hanno rappresentato l'unica vera opposizione ai regimi arabi, agli occhi dell'opinione pubblica, essendo anche vittime di una feroce repressione. Al tempo stesso, hanno lavorato nella società per sopperire all'assenza dello Stato per quanto riguarda i servizi base ai più deboli, come educazione e sanità. Le opposizioni laiche, al contrario, sono state spesso uno dei tanti strumenti di regime. La loro esistenza era utile alle dittature per darsi una patina democratica, ma fondamentalmente queste opposizioni erano colluse con i regimi. E' chiaro, allora, che gli islamisti appaiano, agli occhi della maggioranza, i più "puliti" sull'attuale scena politica, oltre a essere da tempo ben strutturati e organizzati. Le nuove forze laiche, invece, sono state letteralmente sorprese dal successo delle rivoluzioni. Hanno dovuto intraprendere una folle corsa al recupero per organizzarsi e attivarsi all'interno della società. Stanno lavorando, ma ci vorrà del tempo. Intanto, gli islamisti dovranno vedersela con la prova del governo. Se faranno bene, tanto meglio. Se invece faranno male, potranno essere rimossi, a patto che prima - e questo è il punto dolente - si riescano a stabilire fermamente le regole base del gioco democratico, rendendo difficile il violarle per chiunque. E' su quest'ultimo punto che io ho molti timori. In Egitto, infatti, si sta mancando esattamente questo obiettivo. Il governo transitorio e il Consiglio Militare hanno sinora fallito nello stabilire le regole che garantiscono la democrazia, indipendentemente da chi avrà la maggioranza in Parlamento. Non ci si può fidare solo delle buone intenzioni delle singole forze politiche. Per questo dico che la partita decisiva, probabilmente, non si giocherà nelle elezioni, ma fuori dalle urne, nel conflitto tra la pressione della società civile che vuole il cambiamento - e lo chiede in ogni settore e istituzione - e la resistenza dell'impalcatura del vecchio regime, che permea ancora ogni ambiente. Intanto, si è finalmente conclusa la registrazione delle candidature. In totale, si sono presentati 6700 candidati, 47 partiti e 4 coalizioni: il Blocco Egiziano (rimasto con tre partiti soltanto, appartenente alla sinistra liberale), la Coalizione Democratica (dominata dai Fratelli Musulmani), il Blocco Islamista (guidato dal partito salafita al-Nour) e l'Alleanza per la Rivoluzione Continua (coalizione principalmente costituita da giovani della rivoluzione). A ciò si aggiungono il Wafd e il Wasat, che correranno da soli. Molte forze politiche, tuttavia, per i motivi cui accenavo sopra, hanno optato per il boicottaggio delle elezioni. Tra queste vi è anche il Consiglio Nazionale, che rappresenta un centinaio di movimenti di ispirazione laica e di sindacati.  Di esso fanno parte anche gran parte dei copti e il Partito Comunista. Qualunque sarà il risultato delle elezioni, pertanto, bisognerà tener conto dell'auto-esclusione di queste forze. Saranno i prossimi mesi a dirci se la loro scelta sia stata quella giusta. Nel frattempo, è giunta la notizia che Ahmed Shafiq, il Primo Ministro di Mubarak durante i diciotto giorni della rivoluzione, quello per le cui dimissioni si erano mobilitate le masse, si candiderà alla Presidenza. Ahimé. La buona notizia è che un tribunale amministrativo ha concesso il diritto di voto agli egiziani all'estero, diritto, tra l'altro, garantito costituzionalmente. Non si sa ancora, tuttavia, se e come tale verdetto sarà implementato.